Un centenario felino. I gatti di Ulthar di Howard Phillips Lovecraft

«Si dice che a Ulthar, oltre il fiume Skai, non si possono uccidere i gatti, e mentre guardo la bestiola accoccolata a far le fusa davanti al caminetto, non ho nessun motivo per dubitarne. Enigmatico, il gatto è affine a quelle strane cose che l’uomo non può vedere».
Questo è l’incipit di uno dei più famosi racconti di Howard Phillips Lovecraft: del testo non proporrò altro, per non rovinarvi il piacere della sua lettura; l’autografo, conservato alla John Hay Library della Brown University di Providence, città natale dello scrittore, reca la data del 15 giugno 1920: è quindi l’occasione per festeggiare il suo centenario.

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Lovecraft a Manhattan, New York. In braccio Felis, il gatto di Frank Belknap Long

Posso riportare invece, parzialmente, una lettera indirizzata da Lovecraft al poeta e saggista newyorchese Rheinhart Kleiner, datata 21 maggio 1920:
«[..]. L’altra notte è venuto a trovarmi un visitatore che mi ha dato un’idea per un buon racconto. Si tratta di un visitatore peloso, giovane e a quattro zampe, con un bel manto nero, guanti e stivali bianchi e un’altra spruzzata candida intorno alla punta del naso e della coda. Si è seduto sulla sedia accanto a me, facendo le fusa nel modo più ispirato, e io ho permesso alla mia fantasia di soffermarsi sull’antichità della sua razza e discendenza. Sono molto affezionato alla sua specie, come indubbiamente ti ho detto più di una volta, e mentre lo guardavo i miei pensieri correvano così [
…]. Il gatto è l’anima dell’antico Egitto, colui che tramanda i racconti degl’imperi dimenticati di Meroe e Ophir. È il fratello dei signori della giungla, l’erede dei segreti della selvaggia e sinistra Africa. La Sfinge è sua cugina ed egli ne parla la lingua, ma è più antico della Sfinge e ricorda cose che essa ha dimenticato […]. Mentre fantasticavo, un soggetto ha preso forma nella mia mente. Una trama semplice e terrificante. Un giorno il pubblico delle riviste amatoriali lo leggerà sotto forma di racconto, dal titolo The Cats of Ulthar».
Va detto che il corpus principale dell’opera di Lovecraft è costituito non da racconti, romanzi e poesie, ma dalle circa 16.000 lettere – molte di oltre 50 pagine – che sono state conservate e catalogate su un totale stimato in circa 118.000; ne sono stati pubblicati alcuni corposi volumi negli Stati Uniti, mentre solo una minima parte, almeno fino a oggi, qui da noi in Italia.
Un passo indietro… Nell’antico Egitto il gatto era un animale sacro, adorato con tale devozione da essere imbalsamato e tumulato dopo la morte, così importante da procurare la pena capitale a chi lo avesse in qualche modo maltrattato.
Nella cultura occidentale, viceversa, per tutto il Medioevo, il gatto è stato considerato un animale demoniaco, prediletto dalle streghe e quindi da allontanare e colpire, tanto che in alcune regioni della Francia, nel giorno di Ognissanti, c’era la tradizione di bruciare in piazza gatti chiusi in sacchi. Sono queste tradizioni a ispirare il racconto di Lovecraft.

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Illustrazione di Sidney Sume per un racconto di Lord Dunsany, che ispirò a Lovecraft lo scenario de I gatti di Ulthar

Ancora parole del nostro autore, tratte da un breve saggio redatto il 23 novembre 1926 per una conferenza che lui stesso avrebbe dovuto tenere al Blue Pencil Club, associazione di giornalisti e scrittori dilettanti con sede a Brooklyn, N.Y, ma alla quale poi non prese parte, a causa delle vicende legate alla separazione dalla moglie, affidando il compito di leggere il testo all’amico James Ferdinand Morton.
«Non ho una attiva antipatia per i cani, più di quanta io l’abbia per le scimmie, gli esseri umani, i commercianti, le vacche, le pecore o gli pterodattili: ma per il gatto ho provato un rispetto particolare e affetto sin dai primi giorni della mia infanzia. Nella sua perfetta grazia e superiore autosufficienza ho visto un simbolo della perfetta bellezza e della spassionata impersonalità dell’universo stesso, oggettivamente considerato, e nella sua aria di silenzioso mistero risiedono per me tutta la meraviglia e il fascino dell’ignoto. Il cane fa appello a banali e facili emozioni; il gatto alle più profonde fonti d’immaginazione e di cosmica percezione nella mente umana […]. Il cane piace a quelle anime primitive emozionali che richiedono soprattutto all’universo un affetto insignificante, una compagnia senza scopo, una adulante attenzione, mentre il gatto regna tra quegli spiriti più contemplativi e immaginativi che chiedono solo l’opinione oggettiva della penetrante ed eterea bellezza e l’animata rappresentazione simbolica del dolce, inflessibile, riposante, calmo e impersonale ordine della Natura e della sua sufficienza. Il cane dà, ma il gatto è».
In un’altra lettera del 1° aprile 1936 indirizzata alla sua concittadina Marion Bonner, Lovecraft scrive:
«Cara signorina Bonner,
[…] La parola era ‘ailurofilo’, e sta a significare colui che, come il sottoscritto, ha una grande debolezza per la razza felina. Naturalmente deriva dal greco αίλουρος, gatto, questo termine significa letteralmente “dimenamento di coda”, da αίολος movimento veloce o mutevole (cfr. Aίολος, latino Aeolus, il dio dei venti), e da ούρα, coda. (A chi obiettasse che i felini di solito non dimenano la coda, salvo che per rabbia o disapprovazione, opporrei rispettosamente il dato che John Perkins di Arsdale [gatto del quartiere, stimato da Lovecraft, Nda] ha l’eloquente appendice caudale in continuo stato di aggraziata animazione, anche quando con sua soddisfazione sta facendo una scorpacciata di erba gatta). Non posso garantire la presenza di questo vocabolo nel Webster (non posseggo alcuna edizione successiva al 1890, e questa fornisce soltanto il termine ‘ailuroidea’, vocabolo zoologico che significa il generale gruppo di carnivori della specie del gatto), ma negli ultimi dodici anni è stato reso popolarissimo dall’amabile e inoffensivo professor William Lyon Phelps nella sua rubrica Come mi piace di Scribner’s [celebre casa editrice con sede a New York, Nda] […] essendo questo stesso eminente vittoriano un ailurofilo entusiasta. Il conio del vocabolo segue le più corrette leggi della filologia: αίλουρος, gatto, e φιλέω, amo.
Francamente non so dirle se in greco esista la parola αίλουροφιλος a significare “amante del gatto”. Non l’ho trovata nella malconcia copia del Liddell & Scott integrale che ho ereditato da mio zio. Ma se non esiste nel classico dialetto attico, questa sarebbe davvero una grave svista da parte degli antichi…».

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La prima pagina del manoscritto originale di The Cats of Ulthar

Lovecraft ebbe un rapporto particolare con un comune gatto nero, cacciatore di topi, che non visse mai con lui, ma che ai suoi occhi di sedicenne apparve come un «vecchio saggio nero» in un giorno d’estate del 1906. Nel corso dei successivi ventidue anni quel gatto nero, che lui aveva chiamato Old man, non invecchiò, ma divenne «misteriosamente antico».
Probabilmente senza quel gatto la produzione letteraria del nostro autore sarebbe stata diversa; ancora parole di Lovecraft: «I gatti sono i simboli runici della Bellezza, dell’Invincibilità, della Meraviglia, dell’Orgoglio, della Libertà, della Freddezza, dell’Autosufficienza, della squisita Individualità. Le qualità degli uomini e delle donne sensibili, mentalmente superiori, pagani, cinici, indomiti, civilizzati superiori».
Forse Old man, incontrando lo scrittore appena uscito dall’adolescenza, lo guidò alla conoscenza di sé stesso, del proprio talento. In fondo un detto tibetano proclama che il gatto, alla sua nona reincarnazione, diviene “guru” di umani sensibili, artisti o poeti; e dunque forse egli fu anche colui che vegliò sui suoi incredibili sogni, se è vero che il gatto è anche il custode e l’origine di ciò che sogniamo, come testimoniano miti e antiche credenze, compreso lo sciamanesimo.
«Mi conosceva bene, e faceva sempre le fusa strofinandosi alle mie caviglie, e mi dava il benvenuto con una sorta di amichevole ‘ii-iau’ colloquiale che divenne roco col trascorrere degli anni. Giunsi al punto di considerarlo una conoscenza indispensabile, e spesso deviavo molto dal mio cammino per passare nel suo territorio abituale, nella speranza di poterlo vedere».
Dopo alcuni anni vissuti a New York, nel 1926 Lovecraft ritorna nella sua Providence senza aver dimenticato l’amico a quattro zampe:
«Adesso non era più molto vivace e trascorreva gran parte del suo tempo dormendo, ma riconosceva ancora il suo vecchio amico, e non mancava mai di gratificarlo con un roco, amichevole, ‘ii-iau’ quando per caso si svegliava. Intorno al 1927 entrò in una sorta di finale, seconda giovinezza e cominciò a passare più tempo sveglio […] Buon Old Man! Nel 1928 sembrò un po’ più debole, ma le sue amichevoli fusa erano sempre le stesse. Lo vidi non molto prima del mio trentottesimo compleanno, lui che avevo conosciuto a sedici anni! Poi in agosto cominciai a perderlo di vista […] Adesso non riuscivo più a scorgere il vecchio, aggraziato mucchietto di pelliccia […] Alla fine, in settembre, chiesi notizie e scoprii che le mie paure erano fin troppo fondate. […] In nessun sogno fatto fino a oggi l’ho seguito, ma mi sono chiesto spesso cosa accadrebbe se lo facessi… e in tal caso mi risveglierei ancora in questo mondo tridimensionale? […] Buon Old Man! ma sono sicuro che non mi guiderebbe mai in un mondo di orrore. Egli è un amico troppo vecchio e fedele per fare una cosa simile».

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Dalmazio Frau, I gatti di Ulthar

Lovecraft ricorderà più volte il vecchio amico e ispiratore e medium delle sue visioni e lo immortalerà come «feldmaresciallo dell’armata dei gatti» nel suo romanzo Alla ricerca dello sconosciuto Kadath.
Consiglio a chi volesse avvicinarsi alla narrativa di Lovecraft di procurarsi il volume di oltre 1600 pagine curato da Giuseppe Lippi – caro amico prematuramente scomparso in tempi recenti – pubblicato negli Oscar Moderni di Mondadori. È un’edizione completa e molto curata sia nelle traduzioni che nell’apparato critico; non comprende, tuttavia, l’epistolario e neppure la copiosa produzione in versi.
Con specifico riferimento agli amici felini è d’obbligo l’elegante volumetto Il libro dei gatti, a cura di Gianfranco De Turris e Claudio De Nardi con la collaborazione di Pietro Guarriello e una prefazione – che ho ampiamente saccheggiato – di Marina Alberghini (Presidente dell’Accademia dei Gatti Magici), edito da Il Cerchio nel 2012 in una nuova edizione ampliata, che riunisce tutto quanto lo scrittore di Providence abbia dedicato ai gatti.
Segnalo infine tredici testi (più di uno ha a che fare con il “fantastico” in senso lato) nel quale gli amici pelosi a quattro zampe rivestono un ruolo fondamentale, senza pretesa di esaustività e secondo un gusto del tutto personale:
Giovanni Francesco Straparola, Il gatto con gli stivali
Giambattista Basile, La Gatta Cenerentola
Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Considerazioni filosofiche del Gatto Murr
Edgar Allan Poe, Il gatto nero
Joseph Sheridan Le Fanu, Il gatto bianco di Drumgunniol
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie
Rudyard Kipling, Il gatto che se ne andava per i fatti suoi
Mikhail Bulgàkov, Il Maestro e Margherita
Robert Anson Heinlein, La porta sull’estate
Doris Lessing, Gatti molto speciali
Richard Matheson, Tre millimetri al giorno
Luis Sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare
Stephen King, Pet Sematary

In copertina. Disegno di Lovecraft che ritrae il suo scrittoio: si noti l’immancabile gatto

Tutte le illustrazioni sono tratte da Il libro dei gatti, a cura di Gianfranco De Turris e Claudio De Nardi con la collaborazione di Pietro Guarriello, Il Cerchio 2012

 

 

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

Un commento

  1. Da ailurofilo fin dall’infanzia e proveniente da una famiglia di ailurofili, sono contento di conoscere Mr, Lovecraft attraverso questo articolo, dove tutto e vero per quanto riguarda il gatto.

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