Che cosa può insegnarci una pandemia?

Come afferma il politologo francese Dominique Moïsi – in Geopolitica delle emozioni – Le culture della paura, dell’umiliazione e della speranza stanno cambiando il mondo ­ le emozioni (spesso sottovalutate) giocano un ruolo fondamentale nella nostra società globalizzata. Per comprendere le conseguenze di una pandemia è necessario considerare l’emozione dominante: la paura.
Panico, paura e paranoia giustificano i pregiudizi più profondi, il ‘‘diverso’’ è  il nemico potenzialmente infetto, il/la cinese in Italia è una bomba a orologeria che nessuno vorrebbe avere di fianco. Fortunatamente l’epidemia è dilagata anche al di fuori da Wuhan, altrimenti una politica razzista (mascherata dall’esigenza sanitaria), sarebbe risultata la soluzione più logica. Nella storia italiana della quarantena, le/gli emarginate/i (mendicanti, prostitute, ebrei e arabi) sono sempre stati segregati perché potenzialmente infetti… Evidentemente i virus hanno specifiche preferenze e scelgono accuratamente l’organismo da attaccare.
Vedere ‘‘l’altro’’ come malattia è spesso sintomo di una paura più profonda: non è un caso che i giornali di tutto il mondo, a inizio epidemia, abbiano messo in copertina una Terra con la bandiera cinese o una persona in tuta protettiva con un iPhone in mano e la scritta ‘’Made in China’’… La Cina ha una posizione dominante nel mercato globale e, in un mondo globalizzato in cui vige l’iperconcorrenza, avrebbe avuto una presa straordinaria la soluzione semplicistica di chiudere le frontiere ai cinesi.
Il villaggio globale in cui viviamo non ha favorito solo l’espansione fisica del virus (dato dalla possibilità di viaggiare dappertutto in breve tempo), ma anche del sentimento comune e contrastante. ‘Comune e contrastante?’ Sì, tutti/e abbiamo paura ma tutti/e abbiamo paura per noi, per la nostra Patria. Io che non mi sono mai identificata come completamente italiana, guardavo con scetticismo il rinnovato senso di appartenenza alla propria Patria, specialmente perché nessuno/a ha fatto caso al fatto che non riguardasse solo l’Italia ma tutto il mondo. Perché nessuno/a ha cantato al balcone una canzone per il mondo, con un messaggio di speranza? Ci sono invece solo bandiere italiane. Sia chiaro, non critico il messaggio di unione, critico il messaggio inutilmente patriottico che potrebbe avere risvolti negativi nel panorama socio-politico futuro! Come direbbe il sociologo Zygmunt Bauman viviamo in una società liquida e l’assenza di certezze, di valori saldi e di un’ identità sono sfumate con l’avvento di una società globalizzata. Questo comporta già di per sé un sentimento di incertezza, solitudine e spaesamento. E se in una società globalizzata, quest’angoscia è amplificata da una pandemia? Le persone sono portate ad appropriarsi immediatamente di un’identità, la più consueta è quella legata al proprio Paese. Il passo da ‘fiera di essere italiana’ a ‘è necessario chiudere le frontiere ai cinesi’ è molto piccolo.
Il covid-19 crea infatti l’ambiente perfetto per il prosperare di una nuova ideologia: è lecito adottare tecnologie di controllo come applicazioni e droni,  è lecito compromettere la libertà di stampa per sfavorire la circolazione di notizie false, è lecito un intervento aggressivo del governo. Molti Paesi che prima della pandemia potevano dichiararsi democratici, ora non lo possono più fare. Se la paura porta a spazzare via le fondamenta democratiche, è forse il caso di domandarsi quanto queste siano deteriorate. Una volta passata l’epidemia, i capi di Stato che hanno provveduto a un accentramento di poteri, li distribuiranno equamente tra tutti gli altri attori politici presenti sul territorio? Facendo attenzione alle parole, si nota come il covid-19 sia un ‘nemico’ da combattere in guerra, i medici siano soldati sul fronte. Il campo semantico bellico conduce alle misure straordinarie che un governo può adottare in guerra. La percezione delle persone è distorta e questo porta al venir meno di un lucido pensiero critico, l’unico pensiero in grado di valutare il presente e agire di conseguenza.
Un altro aspetto che dovremmo analizzare attentamente riguarda l’estremo consumismo che si insinua nelle nostre case. Un vestito nuovo per ogni occasione, cene fuori, serate dispendiose, futili oggetti mascherati da ‘indispensabili’… A un tratto, nulla di tutto questo ha avuto più importanza. Semmai si è avuta l’evidenza della nostra povertà interiore data dal consumismo sfrenato: la speculazione di grandi aziende sulle mascherine e sui gel disinfettanti, la corsa ai supermercati per comprare tutto e subito e sopravvivere alla quarantena.
Più volte abbiamo capito che il modo in cui viviamo non è sostenibile e il periodo di fermo totale ci ha fatto comprendere che cambiare le nostre abitudini è possibile. Ma lo faremo? Saranno disposti i governi ad agire concretamente con una politica che miri alla cura dell’ambiente? Sono significative le immagini degli animali che tornano ad abitare le città vuote e quelle dei mari con un’acqua non più inquinata. In nome dell’economia non si è mai agito contro il cambiamento climatico; in questi giorni però abbiamo capito che la salute nostra e del mondo è più importante e va salvaguardata.
Inoltre, un ultimo aspetto che dovrebbe smuovere le nostre coscienze è la condizione di precarietà che in questi giorni ha afflitto noi, ma che tutti i giorni affligge altre persone. Il cantante ed ex carcerato Massimo Pericolo ha paragonato la quarantena alla reclusione carceraria, agli arresti domiciliari e alle condizioni disumane cui si è sottoposti. Altri invece lanciano un messaggio più ampio: in una società in cui l’individualismo è rispettato come un sacro valore, quando torneremo alla normalità, ricordiamoci di chi non ne ha mai avuta una. Chi scappa continuamente dalla guerra, chi dal proprio Stato, chi cerca accoglienza in un altro Paese, chi ci ha provato ma è morto nel Mediterraneo, chi è stato fucilato ingiustamente, chi non ha mai avuto diritti… Ogni Paese ha diverse dinamiche interne ma ha anche la fortuna di essere inserito in una visione più ampia e generale, in un villaggio globale. Se ne avessimo coltivato la consapevolezza durante questa pandemia, potremmo uscire dall’emergenza sanitaria come persone migliori, in uno Stato migliore, in un mondo migliore.

 

 

Articolo di Roberta Rosca

i4k-0Y-G.jpegHo 18 anni, vivo a Massalengo (LO) e frequento  l’ultimo anno di liceo. Il mio percorso è appena iniziato: osservo, ragiono e mi pongo domande sulla complessa realtà che mi circonda. È un lungo viaggio conoscitivo e sono felice di poter condividere le mie riflessioni con altre menti. Amo leggere, scrivere, ballare… In una parola: vivere!

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