L’ultima pagina di Susanna Schimperna

Alla proposta di recensire questo volume (ed. Iacobelli, 2020), avevo avuto un attimo di perplessità perché temevo che il tema trattato inducesse alla malinconia, al dolore, ai rimpianti per vite non vissute appieno. Mi sono dovuta ricredere perché in realtà il libro parla più di vita che di morte, di energie dedicate alla scrittura, di passioni umanissime, di generosi lasciti a noi sopravvissuti/e; certo in molte esistenze travagliate c’è anche dolore, malattia, morte di persone care, sofferenza taciuta e sotterranea. Ma, per favore, non parliamo banalmente di “depressione”. L’autrice nella bella e chiara introduzione risponde già alle nostre possibili domande: perché dedicare un libro al suicidio? perché considerare proprio scrittori, scrittrici, poeti/e ? perché solo 25 e perché proprio questi/e e non altri/e? Le sue spiegazioni risultano legittime e convincenti, d’altra parte la morte è la faccia opposta della vita, ed è giusto che ciascun essere umano compia le proprie scelte, anche su questo, nonostante il suicidio rimanga un tabù. Ecco quindi sfilare in ordine alfabetico letterati molto noti come Hemingway, Wallace e Salgari, scrittrici tormentate come Woolf, Pozzi, Plath, scrittori poco o per nulla noti, come il giovanissimo Eros Alesi. Anche altri nomi alla maggioranza di noi susciteranno scarse reminiscenze, come Caraco, Costafreda, Ormando, ma l’autrice adduce valide motivazioni alle sue preferenze, giustamente personali. Perché, ad esempio, non ha incluso Primo Levi? Perché a suo avviso non è mai stata del tutto chiara la volontà del suicidio, avrebbe potuto trattarsi di un involontario salto nel vuoto causato da malore.
Parlare di un lavoro composito come questo, fatto di capitoli biografici, non può condurre a un semplice susseguirsi di storie, perciò – così come ha fatto Schimperna – anch’io farò delle scelte secondo la mia sensibilità, le mie conoscenze e i miei interessi, lasciando alla lettura integrale il giusto spazio per capire, approfondire e integrare.
Vorrei partire dal titolo, assai efficace. Ultima pagina può essere una metafora, visto che non tutti/e coloro che scelgono la morte volontaria lasciano un testamento, una lettera, uno scritto che anticipi o spieghi il gesto estremo, ma – trattandosi di scrittori, poeti, scrittrici – è evidente che dalla loro produzione si possano talvolta trarre quei segnali che, magari, dalla loro esistenza non traspaiono.
Prendiamo lo scrittore turco Caraco, pessimista e disperato: attende la morte dei genitori per uccidersi, in un modo piuttosto cruento, dopo averla elaborata, studiata, meditata per tutta la vita; il poeta spagnolo Costafreda sembra invece avere una esistenza tranquilla, normale, ma cova amarezze e delusioni, non più convinto che «la parola sia potente e resistente». Che dire poi di Hart Crane, di 33 anni, che si getta in mare palesemente ubriaco, ma la famiglia preferisce un’altra verità: lost at sea.

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Marina Cvetaeva

Il caso di Marina Cvetaeva si potrebbe definire – parafrasando Garcia Marquez – cronaca di una morte annunciata: la sua vita era iniziata con i migliori auspici, ma è stata un susseguirsi di dolori terribili, delusioni, amarezze, abbandoni, lutti: la morte per fame della figlia Irina, poi la morte dell’altra figlia, la fucilazione dell’amato marito, le pressanti difficoltà economiche.  Nonostante tutto, era aperta ancora all’amore e voleva tenacemente continuare a scrivere, ma non la presero neppure come lavapiatti. «Con leggerezza pensami/con leggerezza dimenticami.» Senza pace neppure da morta: il figlio maschio sopravvissuto non andò al funerale e il suo povero corpo finì in una fossa comune.

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Sarah Kane

Se il numero 27 è portatore di morte nel mondo della musica pop (l’età di Kobain, Joplin, Hendrix, Brian Jones, Morrison, Amy Winehouse), sembra che le 4 e 48 (inteso come orario) sia il momento propizio per chi vuole tentare il suicidio: la scrittrice teatrale Sarah Kane, a poco più di ventotto anni, sceglie quest’ora fatidica per ingoiare 190 pillole; viene salvata, ma all’ospedale – sola con sé stessa e i propri fantasmi – si impicca con i lacci delle scarpe. Proprio lei, poi ammirata, rivalutata, imitata, nella breve vita aveva creato scandalo e sconcerto con i suoi lavori, in cui nulla era risparmiato al pubblico: violenze indicibili, stupri, mutilazioni, tutti eventi accaduti davvero, da qualche parte, in guerra, ma la critica era divisa fra osannanti e detrattori; forse voleva solo essere ascoltata e non giudicata: «Questo è il male del diventare grandi/questo bisogno vitale per cui morirei/essere amata//per favore aprite le tende».
Affascinante la vicenda artistica e umana di Leopoldo Lugones, molto noto in America Latina, ma assai meno in Europa: è un grande oratore, uno scrittore affermato, un uomo di successo; la rovina però è già dentro la sua stessa famiglia: il figlio Polo, un sadico degenere e torturatore. Scoperto che il padre si era innamorato follemente di una giovane, aveva tramato per separare i due, anche con violenze e minacce; Lugones, disperato e deluso, trovò la morte, il figlio – parecchi anni dopo – tentò di spararsi, ma fallì più volte, ricorse allora al gas. Terribile conclusione: la nipote Pirì, entrata nella resistenza argentina, sarà torturata con uno strumento inventato da Polo, il padre, e morirà esattamente quaranta anni dopo il nonno.
Il libro affronta poi Hemingway e quindi la figura di Majakovskij, messo in rapporto con l’altro grande poeta russo e suo amico: Esenin (la cui morte fu un omicidio mascherato da suicidio), ma passo oltre e mi soffermo su Klaus Mann, uno dei sei figli del premio Nobel Thomas: sarà stato più semplice essere il  figlio prediletto o avere un tale padre? Nella famiglia incombeva il dramma del suicidio: due sorelle dello scrittore si erano uccise, e l’omosessualità era più o meno latente (lo stesso Thomas – soffrendone e vergognandosi – la rifiutava come condizione), così Klaus conduce una vita border-line, si direbbe oggi. Erotomane, omosessuale, dandy, drogato, ma di talento: i suoi romanzi sono di indubbio valore, specie La svolta, Mephisto, La morte del cigno, Il Vulcano, ma non è sereno, né soddisfatto di sé, non lo sarà mai e sceglie la morte a poco più di 43 anni.
Fra gli scrittori citati nel volume ho una predilezione per Cesare Pavese –scomparso il 27 agosto 1950 di cui dunque parleremo diffusamente nel 70° anniversario – e per Sándor Márai: ricordo bene quando in Italia se ne cominciò a parlare, riscoprendolo e pubblicandolo. In particolare fui colpita da Le braci e L’eredità di Eszter, tradotti nel 1998 e nel ’99, opere di grande finezza di un esule apolide in perenne ricerca di una patria: Ungheria, Usa, Italia; un uomo mite e malinconico, Márai, sostenuto dall’energia e dall’immutato affetto della moglie Lola, finché le delusioni politiche (dallo stalinismo alle rivolte a Budapest nel ’56, fino alla falsa immagine di un’America felice) si sommeranno a quelle personali: in un solo anno perde la moglie, il figlio adottivo, una sorella, i due fratelli.
«Ormai solo, spaventato all’ipotesi di non avere più qualcuno a cui appoggiarsi se diventerà invalido, il 15 gennaio 1988 compra una rivoltella e frequenta il poligono per imparare a usarla. Esattamente un anno dopo, il 15 gennaio 1989, scrive la sua ultima frase: “La morte è vicinissima, ne sento l’odore. Ma ho ancora qualcosa da spartire con la vita.”» (p.108)Saltando l’ordine alfabetico, passo a Guido Morselli, altro straordinario scrittore (Il comunista, Un dramma borghese, Roma senza papa, Divertimento 1889) la cui grandezza fu riconosciuta solo dopo la morte: deluso dai ripetuti rifiuti alla pubblicazione dei suoi romanzi, a cui aveva dedicato tutto sé stesso e su cui aveva riposto da sempre le aspettative, preferì darsi la morte
: «Lascia una lettera alla questura di Varese, in cui si legge: “Non ho rancori”» (p.129).
Di Mishima si ricorda soprattutto il teatrale suicidio con le modalità del rituale seppuku, da inserire in una cultura e una mentalità diverse da quelle occidentali; mille esempi, specie durante le guerre, ce lo hanno mostrato con chiarezza: dai samurai ai ronin, fino ai kamikaze. In lui valori come l’onore, il patriottismo, le tradizioni, il culto dell’imperatore, il militarismo si univano alla perfezione del corpo, alla sua bellezza scolpita, alla pratica delle arti marziali, ma anche all’erotismo spinto, al feticismo, all’omosessualità più o meno latente. Un uomo contraddittorio di grande fascino e dalle indubbie qualità artistiche: Il padiglione d’oro, Confessioni di una maschera (pensiamo alle Maschere nude di pirandelliana memoria…) lo testimoniano. Non molto nota l’amicizia – su cui acutamente si sofferma Schimperna – con il grande scrittore Kawabata, assai più anziano ma vicino e devoto come un coetaneo a Mishima; colpito dal suo suicidio precipitò in una dolorosa depressione e morì in maniera sospetta. Un altro suicidio clamoroso, con palese intento dimostrativo e di protesta, fu quello di Alfredo Ormando, scrittore siciliano quarantenne autore di tre romanzi autobiografici; scelse di darsi la morte utilizzando il fuoco, davanti alla basilica di San Pietro per porre l’accento sul travagliato rapporto fra credenti, Chiesa cattolica e  omosessualità; era il 1998; da allora il 13 gennaio è diventata la Giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità.

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Pamela Moore

«Sarebbe ovvio parlare per Pamela Moore di uno stato depressivo connaturato e di una precoce tendenza all’autodistruzione. Una ragazza non ancora diciottenne che scrive un romanzo in cui la migliore amica della giovanissima protagonista si suicida, e che nove anni dopo si uccide mentre sta iniziando un nuovo libro in cui questa volta a suicidarsi è proprio la protagonista: sembra tutto così semplice. Un suicidio da lungo tempo immaginato. Un suicidio inevitabile. Un suicidio annunciato.» (p.119) Ma forse non è così semplice. Il suo controverso successo con Cioccolata a colazione non le ha lasciato scampo e, nonostante un generoso marito e un figlioletto di 8 mesi, la vita le è sembrata insopportabile. E ancora Plath, Pozzi e Woolf, tre grandi donne divise fra narrativa e poesia, diversamente inquiete e infelici, ma ugualmente portate alla disperazione che il successo, la famiglia, la scrittura non hanno placato. Tre combattenti coraggiose che hanno lottato per affermarsi nella professione intellettuale e per vincere i propri sentimenti: Sylvia lascia la merenda ai figli e lancia l’ultimo inascoltato messaggio: «Chiamate il medico», Antonia – esemplare ragazza piena di virtù – conserva in segreto il suo sfortunato amore, Woolf – sofferente da sempre – cerca di non sentire le voci e di dimenticare gli abusi. E scrivono, scrivono cose bellissime che ci rimangono care e preziose.
Alla fine di questo excursus, concludo consigliando il libro di Schimperna, avvincente come un romanzo e accuratamente documentato: va letto con la giusta attenzione per entrare nei dettagli, per cogliere l’essenza delle vite e della produzione artistica, per riprendere in mano tante opere dimenticate, per ragionare sulle motivazioni del gesto estremo, che sia rimasta o no un'”ultima pagina” come testimonianza.

autrice
L’autrice

Susanna Schimperna
L’ultima pagina
Iacobelli editore, 2020

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

2 commenti

  1. Leggo adesso e non posso che ringraziare. Per l’accuratezza e la profondità della lettura, per la sensibilità nella scelta degli autori su cui soffermarsi, per l’apprezzamento. Davvero grazie.

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  2. Cara Susanna, ho letto con particolare attenzione il bell’articolo su Mandich. Un aggiornamento: nel 1958 giocava ancora nei tornei notturni, allora molto in voga. Io avevo 18 anni e ho una foto che mi ritrae con lui sul palco del teatro comunale per ricevere la coppa riservata ai capitani.” Quel tempo, quei luoghi e quei giochi sono lontani ma il ricordo è vivido e il ritratto che fai lo tratteggia con classe e dolce nostalgia.
    rintracciabile: paolo tordi (su Vikipedia “paolo tordi, dirigente) oppure ‘i libri di paolo tordi’.
    paolotordiaprile@gmail.com
    3358036265
    Scusami, ma mi muovo solo con email e tel

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