Uno sguardo di genere sulla medicina legale

Da qualche anno la branca medica più femminile è la medicina legale, un campo da sempre prettamente maschile forse ancor più della chirurgia.
La messinese Alessia Gazzola (1982), medica legale e scrittrice di successo, pubblica nel 2011 il fortunatissimo romanzo L’allieva, il primo di una lunga serie che ha per protagonista Alice Allevi, aspirante anatomopatologa all’Istituto di Medicina Legale di Roma. «Mi chiamo Alice Allevi e ho un grande amore: la medicina legale. Il più classico degli amori non corrisposti, purtroppo. Ho imparato a fare le autopsie senza combinare troppi guai, anche se la morte ha ancora tanti segreti per me. Ma nessun segreto dura per sempre». Alice fa carriera, è talentuosa e da specializzanda diventa a pieno titolo una specialista in Medicina legale.

L'allieva
L’allieva, copertina del libro

Il successo della fiction televisiva come di altre serie, italiane e straniere, che trattano di medicina legale con le donne protagoniste, conferma che questa disciplina medica oggi è declinata prevalentemente al femminile e che autopsie e dissezioni di cadaveri si tingono sempre più di rosa. Spesso le donne si rivelano addirittura più brave degli uomini proprio nel settore della medicina apparentemente meno femminile, un ambito peraltro che offre buone possibilità di lavoro alle neolaureate. Sempre più donne intraprendono la coraggiosa strada della medicina legale superando di gran lunga la componente maschile, soprattutto in relazione al desiderio di verità,  per gli episodi di donne violentate, di bambini maltrattati, di cadaveri di migranti ai quali bisogna dare un nome.
È vero che lavorare nell’asettico scenario di una sala mortuaria, fare un’autopsia, «l’ultima indiscrezione del medico», a detta dello scrittore francese Michel Zamacoïs, richiede un animo “duro”, poco impressionabile, un forte distacco emotivo e una certa freddezza; si passano le giornate a esaminare su tavoli d’acciaio i corpi di vittime di delitti e di violenze di vario genere, cadaveri sconosciuti, e spesso martoriati, prelevati dalle celle frigorifero, e sembra strano che un lavoro così particolare possa riscuotere l’entusiasmo e la passione delle donne, alle quali può anche toccare di recarsi personalmente sul luogo del crimine. Ma è errato pensare che le donne siano sentimentalmente fragili, impressionabili, molto partecipi emotivamente, quindi inadatte a questa professione.
Oggi si assiste, infatti, a un trend opposto: le donne, sia fresche di laurea sia quelle anni di carriera alle spalle, si rivelano sorprendentemente chiamate a svolgere questo lavoro. Dietro le autopsie, ma anche dietro le perizie giudiziarie e assicurative, che richiedono calma, pazienza e rigore di metodo, si celano segreti e misteri che affascinano le donne non meno della ricerca della verità. Arrivare alla verità nel caso di persone identificate, dare un nome e cognome, quindi assegnare un’identità, a persone sconosciute: questo l’obiettivo che si agita nel cuore delle dottoresse legali, che mi fa venire a mente le parole di Magdeleine Hutin, la monaca fondatrice delle Piccole sorelle di Gesù, scomparsa nel 1989:
«Se un giorno mi facessero l’autopsia sono sicura che troverebbero tracce della tensione terribile causata dal dolore di ogni partenza».
Le donne sono non solo “infermiere nate”, come giustamente sosteneva un secolo e mezzo fa Florence Nightingale, la madre della moderna scienza infermieristica, ma sono spesso dedite alla cura amorevole e paziente della persona, l’essere umano, chiunque esso sia, vivo o defunto, ma pur sempre creatura degna di rispetto e di attenzione.

Florence_Nightingale
Florence Nightingale

C’è da fare un’altra considerazione importante. La medicina legale non si esaurisce sulle salme congelate nel “regno dei morti” e negli obitori, come comunemente si crede, ma comprende un altro campo vastissimo, che si basa su una scrupolosa, irreprensibile e obiettiva metodologia, quale la medicina delle assicurazioni e la deontologia medica, che riguarda l’accertamento della responsabilità professionale e le perizie giudiziarie e quelle per le assicurazioni sociali e private. Le patologhe forensi, come i loro colleghi maschi, con i quali sono chiamate a collaborare e a confrontarsi nei collegi peritali, svolgono un ruolo fondamentale e utilissimo nella società civile, cercando di porre con le loro meticolose ricerche un argine al dilagare della violenza, a cominciare dai femminicidi.
La più illustre anatomopatologa italiana, Cristina Cattaneo (foto di copertina), classe 1964, professoressa ordinaria di Medicina legale alla Statale di Milano, che dal 1995 dirige il Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense, unico in Europa, ha scoperto fin da piccola la sua vocazione. Aveva solo sette anni quando si trovò di fronte alla morte di un uomo a cui lei, bambina, era particolarmente affezionata. Di qui la sua vocazione per una professione che si è poi trasformata in una vera missione umanitaria.
Nel libro Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, pubblicato nel 2018, racconta i tre mesi di lavoro nella base Nato di Melilli, in Sicilia, per identificare una parte dei circa 400 migranti annegati nel Mediterraneo il 3 ottobre 2013 e il 18 aprile 2015. È un libro che ha un sequel in Corpi, scheletri e delitti. Le storie del Labanof, divenuto un best seller internazionale, tradotto in molte lingue, che conferma una Cristina Cattaneo autrice di oltre cinquecento autopsie, brava con la penna non meno che con gli esami autoptici attinenti ad alcuni dei casi giudiziari più noti e mediatici degli ultimi anni. Una ricercatrice di prestigio come lei, che si trova spesso a guidare un pool di periti, afferma: «Nelle autopsie cerco l’invisibile… Scopro i segreti dei morti perché sono utili ai vivi».
Una sua collega di fama mondiale lavora all’altro capo dell’oceano, in Honduras. Julissa Villanueva (1972) si speci
alizza in anatomopatologia per sopperire alla carenza di medici legali nel suo Paese.
Nel 2013 è nominata Direttrice del Dipartimento di Medicina Forense del Procuratore Generale dell’Honduras, supervisionando 650 esperti forensi. Julissa Villanueva lavora per proteggere in particolar modo donne e bambini dai crimini violenti commessi nel suo Paese. Nel 2018 riceve il premio International Women of Courage Award o dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America.

Julissa Villanueva
Julissa Villanueva

L’attività instancabile svolta da queste due luminari della materia offre uno stimolo e un esempio alle giovani ricercatrici del presente e del futuro e fa da contraltare alla totale assenza di nomi femminili nella storia della medicina legale, un vuoto che sicuramente potrà essere colmato negli anni a venire. Le donne di oggi, forti di tempra e desiderose di dare il proprio contributo alla società e alla ricerca medico-scientifica imboccando vie che erano prima impensabili, si lasciano alle spalle «quell’odore terribile, quell’odore di morte, in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri», che impressionò il grande Franco Basaglia, perché esse condividono le sacrosante parole di Voltaire: «ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità».

 

 

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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