Editoriale. Guarda…che cos’è?

Carissime lettrici e carissimi lettori

«Chi ha potuto abbattere un aereo civile in tempo di pace?» Ce lo chiediamo ormai da quarant’anni esatti. Se lo chiedono l’Italia tutta e i parenti delle 81 vittime (77 passeggeri e 4 persone dell’equipaggio) della cosiddetta “strage di Ustica”, che ha coinvolto il 27 giugno del 1980 un Dc9 delle linee aeree Itavia proveniente da Bologna, esploso nel tratto di cielo tra Ponza e l’isola siciliana su cui doveva atterrare.
Ancora oggi non abbiamo un nome, una chiara responsabilità che dia pace a quel ricordo. Come è stato per un altro atto di violenza rimasto senza nome, di cui celebreremo quest’anno ugualmente i quarant’anni, quelli passati dalla strage, un’altra di quelle inspiegate, avvenuta alla stazione di Bologna e che ha contato quasi lo stesso numero di morti (85 morti e 200 feriti), il 2 agosto, sempre del 1980.
Per l’aereo finito in mare vicino all’isola di Ustica in un primo momento (dilatatosi poi in un tempo lunghissimo) si era parlato di cedimento strutturale o, semmai, di un’improbabile bomba a bordo, ipotesi molto difficile da sostenere perché l’aereo era partito da Bologna con due ore di ritardo! A fatica si è accettato per questo avvenimento il termine strage, identificandolo, a lungo, come disastro o tragedia.
E invece di strage si è trattato. Lo hanno ammesso i giudici e lo stanno pretendendo con forza i familiari delle vittime che, dopo quasi mezzo secolo, desiderano sia dato un nome certo alla nazione che ha lanciato il missile contro l’aereo civile italiano e chiedono che venga resa pubblica la probabile lunga lista di chi era presente (sembra addirittura fossero 10 velivoli di diversi Paesi) nei cieli sul Mediterraneo in quella notte di fine giugno.
Oggi un tassello in più verso la verità si è ottenuto grazie a un’indagine giornalistica di Rainews24 (Pino Finocchiaro) che, adoperando le tecniche più moderne, rispetto a quelle dell’inizio dell’iter giudiziario, ha ripulito il nastro della seconda scatola nera e ha permesso la conferma delle ultime parole dette nella cabina di comando: guarda, che cos’è?
Rivedere oggi la fila di autocarri che restituirono a Bologna, di notte, in silenziosa processione sull’autostrada voluta deserta, i 2.500 pezzi del Dc9 portati su dal mare ben sette anni dopo la strage di Ustica, ci suggerisce un ricordo della memoria più recente. Ci indica e rimanda di nuovo a quell’immagine della lugubre carovana di camion militari che, sotto gli occhi di Bergamo e Parma, hanno sfilato silenziosamente, portando, in questa ultima primavera amara, il pesante carico di dolore dei morti soli per Covid.
Gli 81 morti della notte di giugno del 1980 si sono trovati anche loro soli allora e oggi sono ancora senza giustizia. Rivivono tutti, tra i pezzi del tragico puzzle, come è stato definito dal giornalista Franco Di Mare, del Dc9 che non doveva trovarsi lì quella notte, in mezzo a un atto di guerra in tempo di pace e che probabilmente doveva vedere attore e forse vittima il colonnello libico Mu’ammar Gheddafi.
Rivivono i morti di Ustica, pulsando come il loro respiro, nelle piccole ottantuno luci volute dall’artista francese Christian Boltanski, che si accendono a intermittenza, proprio come l’inspirazione/espirazione del soffio della vita, nel Museo per la Memoria di Ustica in via di Saliceto, a meno di due chilometri dalla Stazione centrale di Bologna.
Rimaniamo a Bologna e in Emilia per l’ultima puntata dedicata sulla nostra rivista a Francesco Guccini. Il filo conduttore questa volta è più esplicitamente politico, dalla parte della guerra santa dei pezzenti, celebrata nel testo tra i più noti del cantautore emiliano: quella Locomotiva che abbiamo sentito sempre come nostra, con il suo eroe anarchico senza nome e senza un volto riconoscibile (in effetti le cronache ci hanno dato il volto e il nome del ferroviere cantato da Guccini). Oggi Francesco Guccini, più scrittore di prosa che poeta di canzoni, attore (ha partecipato a più di una ventina di film) arriva con il suo Trallummescuro (Giunti) finalista al prossimo premio Campiello:
«Noi da queste parti – ha spiegato – abbiamo un nome per quest’ora, un’ora che è di tutti, un’ora che è pace e presagio. La chiamiamo tralummescuro: tra la luce e la notte. Lungo la montagna vedi la linea d’ombra che sale lenta lenta, e poi vien buio.».
Un’altra grande voce emiliana, bolognese doc, si è prestata di nuovo alla scrittura dal grande Teatro da dove viene, passando splendidamente per il cinema (diretta dai più grandi registi italiani, da Ferreri a Bellocchio a Sorrentino) e per la televisione. Piera Degli Esposti, la Molly del dialogo di Joyce, ha appena pubblicato, scritto a quattro mani con Giampaolo Simi, L’estate di Piera (Rizzoli) un noir in piena regola che risuona solo per il titolo con Storia di Piera firmata con Dacia Maraini giusto quarant’anni fa e passata sul grande schermo grazie alla regia di Marco Ferreri e alla recitazione di attori come Hanna Schygulla e Marcello Mastroianni. «Il delitto e l’intrigo che calmano e salvano» come ha detto Piera. Nel libro è in fondo sé stessa con il doppio ruolo di attrice che realizza un sogno (quello di recitare il Riccardo III al femminile) e spettatrice, più che investigatrice, attenta e ironica, memore del James Stewart de La Finestra sul cortile e del Peter Falk del Tenente Colombo con un ricordo, richiamo alla sua vita vera di attrice, di quel suo meraviglioso mettere in scena la vivace comicità di Achille Campanile. Di nuovo Piera sfida due maschi, anzi, tre! Di nuovo crea raffinati parallelismi tra il passato della tragedia shakespeariana e gli avvenimenti dell’oggi che prendono corpo e che, letteralmente, è il caso di dirlo, attraverso un gioco di rimandi psicologici, riscattano l’atto reale protagonista di tutto il romanzo, dovuto al mero incidente, e gli donano corpo e dignità. 
Di ben altro invece tratta il brutto intervento e, visto che si è parlato di Teatro serio, potremmo ben definirlo osceno, fuori di scena (ma non è la prima volta, ahinoi!), di un notissimo psicanalista, che si è sbizzarrito in esternazioni davvero sessiste, difendendole a spada tratta anche di fronte all’evidenza. Raffaele Morelli, questo è il nome del professionista che dovrebbe fare dell’equilibrio la sua caratteristica lavorativa, durante una diretta telefonica, giovedì scorso in radio, è andato su tutte le furie chiudendo bruscamente la conversazione iniziata con la scrittrice Michela Murgia. Il tema? «Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi» E poi rincara: «La donna è la regina della forma, suscita desiderio. Guai se non fosse così!». Continuare sulla questione della bambola con cui le femmine giocherebbero per vocazione di genere e altro ancora ci sembra davvero non aggiungere nulla di nuovo a un atteggiamento ancora così presente, ennesimo insulto al corpo della donna. La trasformazione della società nella percezione del genere deve passare per una consapevolezza politica diversa. Proprio questo argomento viene trattato in un articolo interessante presente nel numero di oggi della rivista. Perché si abbia una coscienza sempre vigile si devono creare le condizioni di una politica aperta alle donne, che non ne devono far parte solo, come arruolate, di una quota rosa per conciliare un discorso che alla lunga sfocia nel compassionevole. La passione delle donne per la politica deve nascere da un’urgenza sociale. Con questi intenti è stata fondata la prima scuola di politica rivolta alle ragazze. Nasce a Favara, in provincia di Agrigento e coinvolge ragazze dai 14 a 19 anni, il tempo delle scuole superiori: «La partecipazione politica da parte delle donne ha, non solo, lo scopo di dare pari dignità al genere femminile – dice una delle responsabili, intervistata nell’articolo che leggerete -, ma anche di arricchire e migliorare le comunità in cui le donne possono dare un prezioso contributo con prospettive diverse, rendendosi protagoniste di scelte etiche innovative, perché la diversità è sempre fonte di arricchimento. Abbiamo scelto di indirizzare i nostri corsi a ragazze tra i 14 e i 19 anni perché, a questa età, hanno di solito come unici interlocutori la scuola e i genitori.» In questo tempo sospeso durante il quale un invisibile virus ci ha posti tutti e tutte nella quasi totale immobilità, la natura tutta, apparentemente inconsapevole, ha sentito la primavera e il suo tepore e da dietro la finestra abbiamo osservato gli alberi, i prati e gli orti fiorire e dare i loro frutti. Ci siamo stupite/i del ritorno dei pesci nel Canal Grande a Venezia, delle meduse, dei delfini che si avvicinano più fiduciosi, delle famiglie di taccole, in fila serene, colte a zampettare indisturbate sui marciapiedi e le strade dei Lungotevere romani, abitualmente mangiati dal traffico e poi apparsi insolitamente deserti. Abbiamo percepito un cambiamento, ma forse non abbiamo ancora capito e probabilmente non vogliamo ricordare. Dimentichiamo la nostra storia con gli animali. Nell’articolo, peculiare e innamorato che leggerete qui, troverete il tracciato di questa strada percorsa non sempre però insieme, quasi fianco a fianco, come dovrebbe essere per tante specie animali che ci sono più familiari, che ci hanno aiutato nel nostro cammino di uomini e donne di questa terra, che con noi hanno arato i nostri campi, hanno macinato i nostri semi che ci avrebbero sfamato, hanno collaborato, in epoche più attuali, persino a guarire e a consolare i nostri figli e figlie malate/i o in difficoltà, hanno di nuovo reso abili alle carezze tanti nostri nonni e nonne spesso sole/i . Ci hanno nutrito con le uova (non solo le galline), con il latte e, sbagliato o no, con le loro vite. Noi troppo spesso li abbiamo resi schiavi, nei campi e nei luoghi di produzione, nelle macine dove la fatica non perdona. Sono morti e hanno combattuto con noi le guerre che erano solo nostre, li abbiamo abbandonati se diventavano vecchi e malati (come i nostri genitori d’altronde) o non più teneri cuccioli da albero natalizio. Li abbiamo ammassati, storditi di rumori, abbiamo tolto loro i piccoli da allattare, li abbiamo disinfettati di antibiotici per far presto e renderli, senza poesia, carne nostra. La promiscuità ci ha portato un virus, cattivo, che ancora non vuole abbandonarci. Ma intanto proprio in Cina, nella regione di Yulin, in quest’anno di pandemia si celebra di nuovo, senza pietà e senza memoria ancora viva, si spera per l’ultima volta, la Fiera annuale che, per dieci giorni, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio compie la mattanza dei cani: 15.000 macellazioni, alcune di esemplari rubati a proprietari/e che ormai li considerano eccellenti compagni di vita. Un altro articolo, triste e ingiusto per i contenuti, è quello che prosegue il mesto racconto intorno ai roghi tra le cui fiamme bruciarono, come capri espiatori, le donne reputate streghe. Stavolta si parla di presunte Streghe di casa nostra, con fatti e processi accaduti, intorno alla fine del XVI secolo, in Liguria, tra Triora, una cittadina alle spalle di Imperia, e Genova, nella cui Torre Grimaldina vennero trasferite e imprigionate in tante, aggiungendo alla loro paura la tortura di un viaggio dolorosissimo. Avanzano, invece, orgogliose della loro professionalità e contro tutti i pregiudizi di genere le specializzate in Medicina Legale. In effetti alla loro presenza ci eravamo tutti e tutte un po’ abituate/i anche attraverso le fiction venute da oltreoceano. Ma oggi anche qui da noi ne abbiamo un bell’esempio nell’arguta e intraprendente Alice Allevi, protagonista del romanzo (diventato poi una serie televisiva) L’Allieva (2011), nato dalla fantasia di Alessia Gazzola, classe 1982, messinese, che la medica legale la fa davvero nella realtà, come tantissime altre sue colleghe che scoprirete leggendo l’articolo dedicato.
Donne che certo si sono fatte valere nella vita quelle alle quali sono dedicati altri tre dei nostri articoli. Partendo da Astrid Lindgren (protagonista dell’appuntamento di Incontri impossibili), la mamma di Pippi Calzelunghe, più letta addirittura delle favole dei fratelli Grimm. Tra Le Italiane, c’è Nilde Iotti, della quale si festeggia il centenario, per proseguire con Nella Giacomelli, un’anarchica intraprendente, come detta il titolo dell’articolo che la riguarda. Per finire Gianna Manzini tra le più grandi e interessanti scrittrici italiane.
Divertiamoci ora insieme. Immaginiamo di passare da un banchetto e l’altro, tra epoche anche lontane assaporando, con un ossimoro, attraverso la vista, i cibi in un viaggio gastronomico nella storia dell’arte.
Se poi è vero che una risata ci seppellirà, che sia al femminile! Ne leggeremo in una storica carrellata, stupenda e ilare, a proposito di un saggio dal titolo emblematico: Comiche! Anche le donne ridono, tratto dal convegno tenuto a Viterbo dalla SIL, la Società italiana delle letterate: «Ma è proprio vero che il divieto di ridere è stato sempre rispettato? E come, e di che cosa ridono le donne? E quali strumenti utilizzano per far ridere?»
Era il 27 giugno del 1980. Bob Marley cantava a Milano in uno stadio pieno fino all’incredibile, tanto da farlo ricordare come uno dei concerti più importanti del re del reggae. Tra quei centomila e oltre non ci siamo state, ma indubbiamente lo abbiamo sognato!
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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