Ma che parli arabo?

Con ironia siamo soliti porre questo interrogativo al nostro interlocutore del quale non riusciamo a interpretare il discorso, oppure quando ci confrontiamo con qualcosa che reputiamo difficile da apprendere, un interrogativo che rinvia allo stereotipo per cui la cultura araba, e in particolare la lingua araba, sia qualcosa di totalmente estraneo e lontano e che, per nostra ammissione, facciamo difficoltà a capire. Le semplificazioni spesso grossolane e quasi sempre molto rigide dell’immagine mentale, o rappresentazione, dalla quale siamo condizionati, originano il pregiudizio e la diffidenza nei confronti degli immigrati. Nel particolare caso dell’Italia, questo si verifica nei confronti di coloro che provengono dalle zone dell’Africa settentrionale. Risulta difficile preferire i loro kebab, tanto in auge nelle strade, alle nostre arance ed albicocche, limoni, carciofi e melanzane, prodotti bollati come IGP o DOP e coltivati sotto l’azzurro cielo italico; al felaffel preferiamo sicuramente il milanesissimo risotto allo zafferano. Non siamo di certo razzisti o xenofobi: se questi immigrati vengono nel nostro paese per fare i facchini dentro un magazzino non è di certo un problema; se indossano giubbe color cremisi o lilla, ricamate di tutto fino, chi mai potrebbe avere nulla in contrario? Eppure, tremiamo alla sola idea che l’occidente dia asilo a questi assassini, attentatori della nostra cultura e della nostra lingua: meglio bloccarli alla dogana! Finché il massimo del contatto con il mondo arabo avviene tramite l’informazione televisiva, ci sentiamo tranquilli, sorseggiando un’ottima tazza di caffè napoletano adagiati con serenità su un comodo materasso o, magari, su un letto a baldacchino! Pensano davvero di farci rinunciare a una caraffa di vino, che per noi è un elisir di lunga vita, per diventare gli zerbini di questa gente che vorrebbe solo tenerci in scacco? Una risma di immigrati della peggior specie che invade a bizzeffe le nostre coste, e parliamo di cifre con molti zeri! Naturalmente i termini in corsivo sono tutti prestiti dalla lingua araba, più o meno integrati nella nostra lingua. Lo studio degli arabismi è solo uno degli innumerevoli strumenti che ci consentono di puntare i riflettori su come spesso gli stereotipi e i pregiudizi, non solo linguistici ma anche culturali, affondino le loro radici su basi del tutto inconsistenti. Le parole lette fin qui sono state scritte dalla me stessa ventiduenne che si accingeva a discutere la sua tesi in linguistica generale e sociolinguistica. Non mi sembra che la nostra percezione sia migliorata granché da allora (2012 per l’esattezza).  Posso però aggiungere questo: «ma che parli arabo?» è un’espressione che fa sorridere gli addetti ai lavori, ma sappiate, per esempio, che in Giordania, un paese che più arabo non si può, l’espressione corrispondente è «mā-lak, bteḥki hindi?», cioè «ma che, parli hindi?». Tutto è relativo, di conseguenza.

 

Articolo di Flavia Funari

FF

Insegnante di lingua e cultura italiana a stranieri. Lavora con apprendenti di vari profili e nazionalità, in particolare sinofoni e migranti. Formatrice nell’ambito della didattica per competenze, si occupa di inclusione, (inter)cultura e plurilinguismo.

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