Racconti. Corri, Giulia!

Il racconto Corri, Giulia! di Anastasia la Viola è nato dal laboratorio di lettura e scrittura connesso con lo sportello “Pari amore”, attivato nella sua scuola per la  prevenzione della violenza contro le donne, ottenendo il “Primo premio per le classi quarte” tra i racconti giunti dal Centro-Sud nel “Concorso nazionale Sulle vie della parità”, sezione Narrazioni. Anastasia ha frequentato la classe IV C del liceo scientifico Vaccarini di Catania, sotto la guida della professoressa Pina Arena, e il suo lavoro si sviluppa partendo dall’incipit n. 4.

Corri, Giulia!

Incipit n. 4

Ripose la lettera nel cassetto, nell’angolo dove lei, la madre, avrebbe frugato, appena alzata, per prendere la tazzina del caffè mattutino: stavolta avrebbe trovato anche la lettera lilla, l’avrebbe letta, avrebbe capito, alla fine. Uscì in fretta, senza curarsi di non far rumore. Se lei si fosse svegliata, forse…. Era livida, pallida come Giulia, quell’alba fredda. O forse era Giulia a sentirla così fredda.

Ora doveva affrettarsi, non guardare indietro, perché da qui doveva ricominciare tutto. Senza voltarsi indietro. Silenzio attorno: eppure le solite urla della sera frastornavano ancora la sua mente, le sue orecchie, la sua testa: lui, il padre, gridava perché la zuppa era fredda; la sera prima aveva urlato perché era troppo calda; urlava perché era brutta, sua moglie, con quella vestaglia vecchia; la sera prima aveva urlato perché lei aveva comprato una vestaglia nuova, costata chissà quanto. Urlava perché lei era sciatta o perché si curava, perché spendeva troppo o perché non spendeva niente. Sbatteva il pugno sul tavolo. Era arrivato a colpirla, al braccio, poi al petto, al viso… No, Giulia non aveva visto, ma aveva sentito, ed era peggio che vedere, senza poter dire una parola, perché così voleva la madre. Giulia era nella stanza accanto, ma sentiva, sentiva, con il cuore che scoppiava, con le gambe agghiacciate dalla rabbia, dalla paura, dal dolore. Vai Giulia, fermalo, urla più di lui, libera tua madre. No, lei non vuole, non vorrebbe, lei crede o finge di credere che Giulia non abbia sentito nulla, o forse solo qualcosa. Lei pensa che passerà, che lui tornerà buono, com’era prima, com’era quando l’ha conosciuto. Lei crede che domani tutto sarà passato. E invece tutto ricomincerà uguale a prima, peggio di prima. La strada era ancora deserta, solo poche macchine si muovevano lente. La stazione non era lontana. Sarebbe andata via. Senza ripensamenti. Tutto sarebbe stato diverso, era importante solo questo: che fosse diverso. Altro non chiedeva, altro non sapeva. Sarebbe riuscita a non voltarsi indietro. Era la cosa giusta non voltarsi indietro? Quando ricominci non sai dove vai, anche quando credi di saperlo. È lì il punto, non voltarsi indietro. Andiamo via mamma, scappiamo  – quante volte lo aveva ripetuto! – voliamo via, ricominciamo, in un’altra casa, in un altro mondo, dove potrai avere tutte le vestaglie vecchie e nuove che vorrai, dove la zuppa fredda e quella calda saranno buone sempre, dolci sempre. Ora la stazione era vicina. La strada si faceva sempre più affollata. Studenti insaccati nelle giacche si muovevano lenti, con sguardi di sonno. Camminava rapida verso la biglietteria e nemmeno il sorriso di un ragazzo infreddolito e gentile riuscì ad aprire per lei uno spiraglio di luce. Le tornavano in mente le parole della madre: era buono prima, tornerà ad esserlo. Quando tornerà ad esserlo, mamma? Perché credi che tornerà ad esserlo? Non è mai cambiato finora anche se hai gridato, pianto, supplicato, taciuto, obbedito. Ecco il biglietto. Era stanca, Giulia: di tacere, di star ferma, di aver paura, di fingere di non vedere. Il biglietto del treno che la porterà via ora è nelle sue mani. Ma perché non riesce a sorridere? Fuga, libertà, aria, vita nuova! Si sarà alzata, avrà letto la lettera? E lui si sarà accorto della fuga? No, mamma, non piangere, ti prego. Se ti vede piangere che farà? Che dirà? Fermati, lascia stare mia madre, non toccarla, non sfiorarla. Sono stata io a scegliere di andar via. Lei non c’entra. Lei scopre tutto ora. Non è vero che è una incapace, lei è una buona madre. Giulia ora correva, correva veloce, più veloce che poteva, con lo zaino in spalla, ma correva egualmente, non era più stanca: tornava sui suoi passi sì, ma non era ripiego, ritornava da lei, non poteva lasciarla sola, non poteva lasciare che restasse nella casa, sola, con lui. Doveva portarla via, via con sé. Corri, Giulia! Il cuore scoppia ma tu corri ancora più forte. Sei sotto casa. Chi è quella donna? È lei, con una valigia, e sembra una bambina: cammina rapida, affannata, guardinga, e senza voltarsi indietro neanche quando, dalla finestra, lui, il padre, si affaccia urlando chissà quali parole, sbattendo in terra chissà quale oggetto. Lei ha una pagina gualcita in mano; una lettera lilla. Mamma, sono qua, eccomi. Andiamo. Non ti lascio sola, non lasciarmi sola.

Racconto di Anastasia La Viola IV C liceo scientifico, IIS Vaccarini, Catania

Questo il giudizio espresso dalla Giuria: «Con una scrittura originale ed efficace, il racconto ha il pregio di presentare il tema della violenza domestica unitamente a quello della solidarietà tra una madre e una figlia, che insieme riescono a  lasciarsi alle spalle una realtà non più vivibile».

 

A cura di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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