Racconti. Il colore del coraggio

Il racconto Il colore del coraggio di Carlotta Sipione, che ha ottenuto il “Primo premio per le classi quinte” apre la serie dei racconti del Centro-Sud premiati per la sezione 3, Narrazioni, del “Concorso nazionale Sulle vie delle parità”. La storia, che sviluppa l’incipit n. 4, vede una giovane protagonista segnata dalla sofferenza dovuta a una storia di bullismo subito, ma trova la forza di reagire nel modo giusto. Carlotta ha frequentato la classe quinta A presso il liceo classico Matteo Raeli di Noto, e ha accolto con entusiasmo l’invito delle insegnanti referenti del progetto, Vera Parisi e Concettina Raudino.

Il colore del coraggio

Incipit n 4

Giulia aprì gli occhi prima che suonasse la sveglia. Aveva fatto sogni confusi sulla giornata che stava per cominciare, tutti finiti in catastrofe, e non aveva nessuna intenzione di rimettersi a dormire, ma non c’era ragione per cui fosse già in piedi. La sera prima aveva preparato accuratamente tutto quello che le sarebbe servito: lo zaino era già chiuso e dalla tasca davanti sbucava la busta della lettera, lilla e ben sigillata per evitare qualsiasi ripensamento. Prima che arrivasse il momento di uscire di casa, l’unica cosa che le restava da fare era impedirsi di cambiare idea. 

Cambiare idea era una delle cose che temeva di più, come non essere ascoltata e fallire. Sua madre le avrebbe detto che non aveva nulla da dimostrare, eppure era quello il suo scopo: dimostrare che lei ci era riuscita. Lo doveva a se stessa, alla sua storia, a chi come lei aveva deciso di reagire e a chi, ancora, non sapeva di potercela fare. Questi furono i pensieri che le occuparono la mente durante il tragitto che l’avrebbe condotta davanti alla piccola cassetta delle lettere in fondo alla strada. Da quel momento tutto sarebbe potuto cambiare. Il cuore le scalpitava nel petto, le dita tremanti afferrarono la prima lettera lilla. La imbucò, accompagnandola con lo sguardo, fin quando finì così in fondo da non poterla scorgere più. Seguirono la seconda e la terza. I suoi occhi scortavano quel colore che tanto le piaceva fino a vederlo scomparire nel nero, un nero in cui la mente prese a viaggiare così velocemente da renderle difficile seguire i suoi stessi pensieri. Pensò a tutti quei momenti di sofferenza che l’avevano portata proprio lì, a spedire quelle lettere, nella speranza di una risposta, di un cambiamento. Intanto i suoi piedi avevano cominciato a muoversi come quelli di un automa. La strada che l’avrebbe condotta a scuola non era molto lunga, ma le concedeva il tempo necessario per ritrovare se stessa. In quel momento di solitudine riusciva ad ascoltare chiaramente i suoi pensieri. Passo dopo passo, con gli auricolari a isolarla dal mondo, su quella strada dissestata non si era accorta dell’auto che, veloce, era riuscita a fermarsi proprio vicino alle sue vecchie scarpe nere. Alzò lo sguardo verso l’uomo paffuto che guidava quel catorcio rosso. Gli sorrise. Un piccolo sorriso che le distese le labbra carnose. Il ghigno che ricevette in risposta però non aveva nulla di amichevole. Un ghigno di rabbia, fastidio, irritazione per quella ragazza con la testa fra le nuvole. Quel ghigno le ricordava tanto quel ragazzo che era stata costretta a vedere tutte le sere: nel dojo “The fighters” in cui praticavano karate. Le ritornò in mente lo schiaffo che, quella sera di cinque anni prima, le era tanto bruciato e pensò al sorriso del ragazzo che, trionfante, si trovava davanti a lei, con un ghigno che non avrebbe mai dimenticato. Non capiva perché quel ragazzo avesse reagito con tanta violenza. La desiderava così tanto che l’unico modo per starle vicino era picchiarla? L’aveva rifiutato, ma questa era una valida giustificazione? Le tornava alla mente l’odore del sudore, risentiva il tonfo dei piedi sul tappetino su cui si allenavano e l’eco di quello schiaffo ingiustificato. La rabbia, la frustrazione erano cresciute dentro di lei. Le crepe in una diga con il tempo portano alla sua distruzione e l’acqua comincia a scorrere impetuosa, senza controllo, senza potersi più fermare. La sua rabbia era questo. Incontrollabile. Non aveva mai reagito a tutte le provocazioni, ai calci, agli insulti durante gli allenamenti. Ma quel giorno la sua diga si era frantumata. Il viso rosso, le mani tremanti, l’animo infuocato. Si sentiva carica, come se dentro di lei fosse esplosa dinamite. Aveva deciso di parlare. L’avrebbe raccontato ai suoi genitori. Non voleva diventare come lui. Non avrebbe reagito con la stessa arma, ma sperava la sua fosse abbastanza forte da contrastarlo. Il soffio del vento la risvegliò dai suoi ricordi e le permise di schivare in tempo il grosso masso sul marciapiede. Era ormai vicina a scuola. Molti ragazzi e ragazze iniziavano ad affiancarla su quel marciapiede. Sempre sola tra la gente. Ognuno troppo concentrato a parlare con l’amico, a ridere, scherzare, a guardare il cellulare. Lo sguardo fisso sul cellulare, proprio come il suo una sera di qualche anno prima. Le parole del messaggio si sarebbero fissate, come marchiate a fuoco nella sua mente: “Sei orribile. Come fai a guardarti allo specchio ogni mattina. Sei peggio di un cesso, sei la merda che c’è dentro. Sei brava solo a fare karate, per il resto non vali nulla. Ucciditi, faresti un piacere a tutti.” Ucciditi. Ucciditi. Ucciditi. Mai una parola era riuscita a segnarla come quella. Una freccia che colpisce il bersaglio. Una luce che pian piano si spegne. Le parole si erano presentate alla porta del suo cuore con un’insistenza e una forza che non credeva potessero avere. Un messaggio anonimo che aveva reso l’aria nell’auto sempre più pesante, irrespirabile. Le era sembrato di stare in una bolla che non riusciva a scoppiare. L’invidia, la gelosia, la meschinità erano riuscite a colpire l’animo di una ragazza che a quattordici anni aveva solo bisogno di sentirsi adeguata. Ora. Ora era lì e non poteva piangere davanti a tutte le compagne e i compagni che si trovavano nel cortile della scuola. Quello era il passato, adesso l’unica cosa che poteva fare era sperare che le sue lettere venissero lette, doveva riuscire ad affrontare un’intera mattinata seduta sulla piccola e scomoda sedia della sua aula e poi tornare a casa. Lì sarebbe stata libera di essere se stessa. Nessuna maschera. Lì i suoi genitori l’avrebbero coccolata e tra le loro braccia non si sarebbe sentita sbagliata. Oltre il portone alto, scuro e di legno massiccio si prospettava una giornata molto noiosa. Sperava fosse noiosa. Il primo passo è sempre il più difficile. Gli altri si succedono uno dietro l’altro. Le scale faticose le facevano venire sempre l’affanno come se avesse appena finito di correre una maratona. Forse era solo la paura di entrare in classe a farle quell’effetto. I suoi timori erano fondati. In classe non riusciva a distogliere lo sguardo da lui. Dal suo compagno di classe che l’aveva ferita così tanto e le ricordava ogni giorno, in ogni momento, cosa significa essere umiliata. Era un giorno qualunque di due mesi prima. Il telefono era diventato scivoloso, le mani le sudavano, il fiato corto, la mente annebbiata. Il cuore era sprofondato in un abisso. Aveva una gara da affrontare, ma le parole di sua madre continuavano a ripetersi in loop, come un disco rotto. “Amore, hanno trovato un tuo video su un sito pornografico.” Poi aveva incominciato a capire e le frasi pronunciate da un suo compagno di classe pochi giorni prima avevano iniziato a prendere senso. Aveva il sorriso di chi medita uno scherzo divertente. Al centro di quel palazzetto dello sport non riusciva più a pensare alla gara che dopo pochi minuti sarebbe iniziata, neanche a suo padre che, dolcemente, cercava di stringerla tra le sue braccia. Il dolore era diventato fisico, quasi più forte del pugno che aveva ricevuto durante il combattimento precedente. Tutto in quel momento veniva sovrastato dalla notizia appena ricevuta. Presentato dal suo compagno di classe come uno “scherzo inteso male”, il video di lei che mangiava una banana durante la ricreazione era finito in rete, su un sito porno, con un titolo poco originale, ma molto esplicativo. Non era semplice tornare a scuola, non era semplice parlare con i propri compagni di classe sapendo di non essere compresa né accolta. Non era semplice affrontare la realtà e assistere a un’assemblea d’Istituto sentendosi derisa. Osservava i volti delle persone che la circondavano. Sguardi giudicanti erano fissi su di lei. Un senso di umiliazione era l’unica cosa che riusciva a provare. Il suo corpo era stato usato. Donna uguale a oggetto sessuale. Donna uguale a corpo da sporcare e mettere in mostra.  L’arrivo della professoressa interruppe quel flusso di pensieri. La sua presenza, fortunatamente, rendeva l’aria leggera. La tensione creata era dissolta. Lei aveva così ricominciato a respirare. Si avvicinò alla cattedra. La professoressa l’aveva sostenuta in quegli ultimi mesi. Voleva che lei sapesse che era riuscita a reagire. Le consegnò l’ultima lettera lilla. Il sorriso che ricevette le scaldò il cuore. Iniziò a leggerla. Erano loro le persone che l’avrebbero potuta aiutare. Le sue professoresse, che erano riuscite a sostenerla, a supportarla e consolarla. A loro chiedeva aiuto. 

Racconto di Carlotta Sipione V A, liceo classico Matteo Raeli, Noto

Questo il giudizio della giuria: «Racconto incentrato sulla descrizione degli stati d’animo, in cui ricordi e pensieri si susseguono, in un continuo passaggio dalla realtà esterna all’interiorità del soggetto narrante. Apprezzabile il tema affrontato: la capacità di reagire a una situazione terribile di violenza e di bullismo, esperienza purtroppo diffusa tra i giovani, molto spesso ragazze».

 

Racconto a cura di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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