Il senso di leggerezza

Chiara è una deliziosa bambina di due anni, e come tutti i/le piccoli/e di quell’età, sembra vivere immersa in un mondo incantato, un mondo dove tutto è possibile, il mondo della meraviglia.
Avete osservato bambini e bambine quando giocano? Quando sono particolarmente presi dalla loro attività, non si sente più  rumore  quasi stia accadendo qualcosa di innaturale poiché smettono le suonerie dei carillon e quel brusio costante di sottofondo tipico delle case con figli piccoli. Chiara, un giorno, ,abitava uno di quei silenzi che uniscono la realtà alla fantasia. La madre non appena se ne accorse, la rimproverò perché aveva combinato una marachella e le disse: «tu questo pennarello non lo avrai più perche sei troppo piccola.» Non appena ho visto quel visino angelico e quella sua innocenza, mi sono resa conto che sarebbe stato meglio ridere e lasciarsi trasportare in quel suo universo che l’aveva portata a  dipingere sulle sue braccia il cielo stellato e sui polsi le ali per volare. Chiara mi aveva appena regalato una nuova versione della leggerezza: non le ali ai piedi come Perseo ma sui polsi. Io l’ho trovata una cosa straordinaria.
Sapete Chiara dove voleva andare con quelle ali? Nel giardino della sua casa, vicino a mamma e a papà.
Cos’è, dunque, la leggerezza in questa versione? Un luogo in cui sentirsi accolti, un luogo in cui poter essere sé stessi.
Mi piace collegare la leggerezza con il respiro.
Quando siamo appesantiti/e moralmente e fisicamente, il nostro respiro si fa corto, affannato, quasi dimentichiamo questa preziosa funzione del nostro corpo. Se camminiamo, ad esempio, con delle buste pesanti e qualcuno ci dà una mano, immediatamente emettiamo un sospiro di sollievo e la leggerezza si impadronisce di noi, regalandoci una piacevole sensazione.
Allo stesso modo, se ci sentiamo sconfortati/e e un amico o un’amica ci accoglie senza giudizio e “beve”, perfino, le nostre lacrime, il nostro dolore magicamente diventa più leggero e sopportabile.
Il Vangelo, per esempio, è ricco di immagini di leggerezza che tendiamo a non notare poiché l’educazione cattolica ha spinto sempre su una certa mestizia e sull’ idea di sofferenza del credente come colui o colei che ha una colpa da espiare. Ma se ci riflettiamo un momento, il  Vangelo è “la buona novella”, e una buona notizia non può arrecare altri sentimenti che la gioia e la leggerezza.
Vediamo due esempi significativi: uno è tratto dal Vangelo di Matteo 11, v 28-30. «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo.  Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre;  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero».
Matteo 6,26.«Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?»
Un carico leggero potrebbe sembrare una contraddizione ma in realtà nasconde una verità profonda: quando smarriamo la strada, e siamo affaticati, andare in coppia, cioè avere qualcuno che ci aiuti con mitezza a riprendere il cammino, ci restituisce la pace, ossia la leggerezza.
Il secondo esempio, sarebbe, se fosse possibile metterlo in pratica in modo radicale, il migliore degli ansiolitici!
Vorrei far notare la frase: «non valete voi più di loro?»  Credo che Gesù con questa espressione non voglia sminuire il Creato rispetto all’essere umano ma, al contrario, invita gli uomini e le donne a vivere secondo un loro ritmo naturale che li ponga in armonia con sè stessi/e e con tutto quello che li circonda. Questo atteggiamento farà crescere sia le ali di Pegaso che quelle di Chiara, riportandoci alla curiosità infantile che fa nuove tutte le cose. Del resto, i/le piccoli/e non ridono tantissimo quando, in braccio, si fa finta di farli volare? Non è quella sicura leggerezza a farli sentire tranquilli di volteggiare nell’aria senza cadere?Italo Calvino nelle Lezioni americane ha dedicato un intero capitolo alla leggerezza considerata “un valore”.
Scrive Calvino che l’agilità che avrebbe dovuto animare la sua scrittura era contagiata dalla pesantezza e l’inerzia del mondo: «in certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.»
Chi era Medusa? Nell’antica mitologia greca era una delle tre sorelle mostruose, chiamate Gorgoni, che aveva al posto dei capelli degli orribili serpenti. Il suo terribile potere consisteva nel pietrificare chiunque la guardasse. Chi riuscì a neutralizzarla, tagliandole la testa senza farsi pietrificare? Perseo, appunto. Come riuscì in tale impresa? Ce lo dice ancora Calvino: «Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole, vola con sandali alati, e spinge il suo sguardo solo in una visione indiretta, un’immagine catturata da uno specchio.»
Conclude lo scrittore: «è sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come fardello.»
Perseo, immediatamente dopo, si lava le mani e deposita la testa di Medusa a faccia in giù dopo aver predisposto un letto soffice di foglie. Dopodiché accade un miracolo: i ramoscelli marini a contatto con il sangue di Medusa si trasformano in coralli che usano le ninfe per adornarsi.
Qual è, dunque, la lezione di Chiara e di Perseo?
Mettersi le ali non significa fuggire, significa guardare dall’alto per trovare un’altra prospettiva.
Se riflettiamo, ogni vita che si sviluppa in un elemento acquoso o si muove nell’acqua è leggera poiché quest’ultima toglie il peso della gravità, basti pensare al feto dentro il ventre della madre, quando si galleggia nel mare, quando vediamo saltare i pesci.
La leggerezza parrebbe configurarsi come un valore che non elude il peso ma impara ad esserne controparte. Per fare questo ci vuole un linguaggio per rinascere e la capacità di connettersi con sé stessi/e come una disciplina interiore.
Siamo tutti e tutte alla ricerca di questa condizione, pertanto cerchiamo una moltitudine di strade: la meditazione, un maestro, il centro benessere, la corsa, gli aperitivi, la fede, un hobby, la compagnia e la lista potrebbe allungarsi a dismisura.
Ritorno ancora a Perseo e Chiara: entrambi sono soli quando l’uno affronta la Gorgone, e l’altra si disegna le ali.
Cosa significa? Tutte le strade della leggerezza che vogliamo percorrere se nascono dal bisogno di un’anestesia, cioè di trovare una strada rapida e veloce alle nostre pesantezze, procureranno solo frustrazione; se al contrario nascono da una intima adesione con la realtà esterna e interna a noi, non si configureranno come vie di fuga in paradisi di Nirvana, ma ci permetteranno di solcare l’esistenza con più agilità. Questo atteggiamento ci permetterà, ad esempio, di riconoscere quelle persone che possono trainare, assieme a noi, il giogo di cui parla il Cristo e di essere reciprocamente nutriti/e.
La leggerezza è un processo, è un continuo dosare gli ingredienti, è un percorso che tende a ricercare un equilibrio tra il peso e il legittimo bisogno di sollievo. È un cammino che nasce da dentro e che riconosce all’esterno tutto quello di cui abbiamo bisogno. Se tale tensione fosse rovesciata, il  rischio di imbattersi nella superficialità è dietro l’angolo. Avendo la leggerezza  come caratteristica quella della ascensionalità, essa non può fare a meno del suo esatto contrario: il peso.
Ritornando, allora, alle ali di Chiara e al suo invito a volare nel cielo mi viene in mente una significativa canzone di Paola Turci, Volo così:
«…E volo così a braccia aperte tra le nuvole
Volo così nell’aria aperta senza limiti
Volo più in alto e mi respiro l’impossibile
Volo planando e così mi sento vivere
Volo fra questi scogli superando il mare
Volo nel sole perché ho voglia di bruciare
Volo così…»
Sarebbe molto bello avere questa condizione in maniera permanente, ma sappiamo che è impossibile. Sappiamo però che assaporandola una volta, ci viene quella nostalgia di provarla ancora. Sappiamo che modificare gli schemi mentali, dire le cose del mondo con un linguaggio affine alla nostra anima, eludere il luogo in cui la vita ci ha posto, è molto difficile. Sappiamo anche che nel quotidiano sono più le cose che ci appesantiscono rispetto a quelle che ci danno gioia, così cediamo alla tentazione di considerare un lento declino nell’opacità della vita come un fatto ineluttabile al quale abituarsi.
Credo sia un bene sapere chi è Medusa e che ha il potere di pietrificarci; Credo sia un bene educarci alle ombre della nostra vita;
Credo sia una bene sapere che esiste la luce e che nessun maestro spirituale è diventato tale senza passare nei deserti dell’insignificanza;
Credo sia un bene sapere che la leggerezza è un movimento di semplificazione che passa dalla complessità che c’è in noi e da quella si libra verso il cielo con una libertà consapevole;
Credo sia un bene sapere che ciascuno/a di noi deve trovare la sua speciale leggerezza come un segno distintivo della personalità, stando lontano dai pacchetti all inclusive di guru e specialisti di ogni tipo che ti offrono la leggerezza come una cosa semplice da conseguire al termine di un ciclo costoso di lezioni.
Io guardo Chiara e penso a Perseo. La leggerezza è nell’aria, è tutta intorno a noi. È il  respiro che rende più tollerabili i pesi, che li scioglie con una camminata, è cambiare direzione, è sperimentare una novità, è il coraggio di un salto, è avere tenacia nell’attraversare l’inverno perché la primavera è per chi ha pazienza, non è scappare dal freddo  verso una meta esotica.
La leggerezza è la danza della vita; è danzare con la vita.

 

 

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

Un commento

  1. Meraviglioso. Soprattutto il riferimento al Vangelo, che da credente ho apprezzato moltissimo: “Il Vangelo, per esempio, è ricco di immagini di leggerezza che tendiamo a non notare poiché l’educazione cattolica ha spinto sempre su una certa mestizia e sull’idea di sofferenza del credente come colui o colei che ha una colpa da espiare. Ma se ci riflettiamo un momento, il Vangelo è “la buona novella”, e una buona notizia non può arrecare altri sentimenti che la gioia e la leggerezza”. Niente di più vero. Grazie per questo regalo, in questo momento così “pesante” la leggerezza di cui parli è un balsamo!

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