Questione palestinese. La Dichiarazione Balfour

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L’accordo Sykes-Picot del 1916 stabilisce di dividere il Medio Oriente, in cui la caduta dell’impero Ottomano ha lasciato un vuoto di potere, tra Francia e Gran Bretagna: alla prima spettano la Siria e il Libano, alla seconda la Mesopotamia (oggi Iraq e Kuwait), la Transgiordania (oggi Giordania) e la Palestina (oggi Israele e territori occupati).
L’intenzione di creare un protettorato britannico in Palestina riapre le antiche rivendicazioni della comunità ebraica internazionale sulla “Terra Santa” e in particolare sulla città di Gerusalemme. Questa zona era stata abitata da ebrei fino al 70 d. C., data della prima diaspora (dispersione del popolo ebraico) in seguito alla conquista romana sotto l’imperatore Tito; da allora l’area tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo è abitata da varie popolazioni, sia nomadi sia sedentarie, prevalentemente di fede musulmana, ma gli ebrei la rivendicano come propria in quanto sarebbe stata promessa loro da Dio ancor prima che vi si insediassero nell’antichità. La città di Gerusalemme è un caso particolare in quanto è considerata città santa per le tre religioni ebraica, cristiana e islamica, e di conseguenza è causa di forti contese.
Le spinte indipendentiste e anticolonialiste, all’inizio del Novecento, rendono chiaro che il controllo europeo sul Medio Oriente non durerà ancora a lungo. A causa della presenza di petrolio nella regione e del forte traffico mercantile inglese tra il Mediterraneo e l’India, il Regno Unito ha bisogno di un alleato affidabile in Medio Oriente. I principali obiettivi economici di uno Stato amico dell’Occidente in un territorio prevalentemente arabo sono facilitare il commercio con l’India (ancora colonia britannica), avere agevolazioni sul mercato del petrolio e impedire che sia messo a rischio il controllo inglese sul canale di Suez, una costruzione artificiale voluta dagli inglesi in Egitto che collega direttamente il mar Mediterraneo all’Oceano Indiano facilitando di molto i viaggi via mare verso l’Asia.
Con queste premesse, Lord Arthur James Balfour, ministro degli Esteri inglese, emana una dichiarazione che porta il suo nome, redatta in presenza del re Giorgio V e dei rappresentanti della comunità ebraica britannica. Il testo recita: «Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche presenti in Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni.» Si parla di «focolare (o sede) nazionale» («a national home for Jewish people» nell’originale inglese) ma non di Stato: è un termine poco chiaro che nel linguaggio giuridico internazionale non corrisponde a nulla di preciso. E si menzionano le «comunità non ebraiche presenti in Palestina» senza mai chiamarle arabe.
La Dichiarazione Balfour costituisce già di fatto il piano programmatico del mandato britannico sulla Palestina: i suoi contenuti sono noti a livello internazionale e nessuno potrà sostenere di non esserne a conoscenza.
Quando, molti anni più tardi, nascerà ufficialmente uno Stato ebraico in Medio Oriente, la motivazione formale degli Stati europei in favore della sua fondazione sarà dare al popolo ebraico un “compenso” per le atrocità subite durante il nazismo e la Seconda guerra mondiale; eppure l’intenzione inglese di volere questo Stato è chiara già dal 1917 quando di nazismo ancora non si parla e di guerra non è conclusa neanche la prima.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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