Matteuccia Francisci, donna di cattiva fama

La presunta “strega” protagonista del processo, argomento centrale della tesi, è Matteuccia Francisci, guaritrice e fattucchiera, che viene condannata dal tribunale laico della città di Todi nel 1428. Il tribunale è presieduto dal Capitano della città Lorenzo de Surdis coadiuvato da un esperto di diritto e giudice in materia di malefici: Tommaso di Castiglione Retino. A trascrivere la sentenza è un notaio incaricato di occuparsi di malefìci: Novello Scudiero da Vassano. Il testo non riporta le dichiarazioni dell’imputata, il notaio si limita a elencare i capi d’accusa, a citare testimoni degni di fede e a riportare il resoconto dell’esecuzione della sentenza.
Matteuccia viene arrestata e sottoposta a processo perché considerata, per pubblica fama (il che era allora un buon motivo per istituire un procedimento giudiziario), donna di cattiva condotta e reputazione, pubblica incantatrice, fattucchiera, strega e maliarda. Questo è il primo processo in Italia dove si utilizza il termine “strega” e dove sono presenti una serie di accuse stereotipate che da allora in poi saranno attribuite agli accusati e alle accusate di stregoneria.
Matteuccia è definita incantatrix perché svolge l’attività di guaritrice ricorrendo a numerosi carmina accompagnati da gesti. I suoi incantesimi sono efficaci solo in presenza della vittima del maleficio o se ha a disposizione un oggetto che le appartiene, come una cintura o un mantello che misura con la spanna. Guarisce i/le malati/e nel corpo, le infermità e coloro che sostengono di essere stati ammaliati. Nel testo del processo viene definita anche “fattucchiera et maliarda”, perché sa togliere fatture e malie e insegna alle donne come riconquistare l’amore dei mariti. I suoi poteri di guaritrice dovevano aver raggiunto una certa notorietà, infatti una vasta schiera di “clienti” si reca da lei per chiedere consigli e rimedi. Inoltre non si tratta soltanto di contadini/e dei castelli del contado di Todi, ma anche di personaggi di un certo rango, si dice infatti che un uomo alle dipendenze del famoso condottiero Braccio da Montone le avrebbe procurato del grasso di un uomo annegato nel Tevere che le serviva per preparare un olio “antidolorifico”. Dal testo del processo si deduce che i consigli di Matteuccia sono richiesti in tutta l’Umbria, specialmente a Todi, Orvieto, Perugia e Spoleto.
La guaritrice esercita una vera e propria attività organizzata e dispone di strumenti e formule che utilizza affinché il suo intervento sia efficace: segni e riti, unguenti e filtri e diverse tipologie di incantesimi. In particolare è una domina herbarum e una taumaturga, cioè sa curare le malattie del corpo e di altre membra e accompagna questi gesti “magici” recitando dei carmina in cui si rivolge ai santi cristiani o alla trinità.
Insegna alle sue pazienti rimedi di magia erotica, per farsi amare dai loro mariti che le trascurano o sono violenti, ad esempio prescrive di dar da mangiare un uovo con l’erba di coda cavallina o di circondare un’immagine di cera con un filo filato da una fanciulla vergine per tenere a bada mariti aggressivi. Può anche sciogliere fatture pronunciando incantesimi e insegna alle donne il modo per impedire una gravidanza: prendere l’unghia di una mula, bruciarla e ridurla in polvere e bere detta polvere con il vino pronunciando una formula magica.
Nella prima parte del processo si documenta l’attività della guaritrice, mentre nella seconda si trovano presenti per la prima volta in modo sistematico in un processo in Italia tutti gli stereotipi sulla stregoneria che erano stati ampiamente diffusi dai trattati di demonologia e dai predicatori itineranti. In particolare il francescano Bernardino da Siena, predicando in Umbria due anni prima a Montefalco, Spoleto e Todi doveva aver attirato l’attenzione sull’attività di Matteuccia e averla additata come un pericolo per la comunità.
Quindi il processo si sofferma sui “viaggi” della “strega” al noce di Benevento. Dopo essersi unta con un certo unguento fatto di grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di fanciulli lattanti e altre cose, e dicendo: «Unguento, unguento mandame al noce de Benivento supra acqua et supra ad vento et supra ad omne maltempo», intraprende il “volo” magico verso il noce stregato. Questi particolari viaggi li compie in forma di gatta (e non di mosca come erroneamente tradotto nel testo pubblicato da D. Mammoli che traduce il latino musipula con mosca) a cavallo di un demonio che le appare sotto forma di capro.
Nel processo non è riportata la parola sabba ma si dice che le streghe, dopo aver ricevuto gli ordini dal demonio, si recano dappertutto per distruggere bambini e compiere altre malvagità. In particolare Matteuccia, trasformata in gatta, sarebbe andata in giro per tutta l’Umbria per “sugare” bambini, quindi i crimini stregonici che avrebbe commesso sono stati perpetrati nella medesima zona d’influenza da cui provenivano le sue pazienti.
In questo processo è citato per la prima volta il convegno di streghe sotto il noce di Benevento, tema destinato ad avere una grande fortuna in futuro e a diventare parte integrante dello stereotipo sulla setta delle streghe che minaccia la cristianità.
La prima testimonianza di Benevento come luogo di raduno notturno di streghe risale probabilmente a un racconto inserito in una predica di Bernardino tenuta a Siena nel 1427, subito dopo il volo a Benevento diventerà una costante in tutti i processi per stregoneria.
In realtà la fama magica della città come luogo di “convegni” magici, risaliva al fatto che era stata un’antica sede del ducato longobardo; il riferimento al noce invece, in quanto albero che “nuoce” (come attesta un testo di Giordano da Pisa), si sarebbe aggiunto in un secondo momento. Tuttavia l’associazione tra i due elementi era già definita all’epoca del processo di Todi: infatti il riferimento nel testo è proprio al noce di Benevento. È indubbio comunque che tale credenza a proposito del “noce” “magico” di Benevento venne ampiamente diffusa dai predicatori osservanti che le attribuirono un carattere demoniaco. Pertanto anche tale motivo, che poi diverrà uno stereotipo della stregoneria, è inserito nel processo a Matteuccia su diretta ispirazione delle prediche di Bernardino.
Queste immagini che preannunciano il sabba delle streghe si ritrovano nei successivi processi per stregoneria insieme con l’adorazione dell’immagine del gatto-diavolo da parte dei suoi adepti, la partecipazione al sabba, il volo e il pactum diabolico, le stesse immagini sono presenti nei discorsi dei giudici, fortemente impregnati dei trattati di demonologia. Si cristallizza così un sistema di credenze destinato ad avere fortuna e a portare sul rogo numerose vittime, soprattutto donne, accusate come Matteuccia di un reato immaginario ma ampiamente condiviso e documentato, tanto da venir considerato e punito come un reato reale.

La tesi integrale è consultabile al link: https://www.toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/78_Di_Bernardo.pdf

 

Articolo di Monica Di Bernardo

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Laureata in lettere con una tesi sulla caccia alle streghe, insegna in una scuola romana, si occupa di educazione di genere, di storia delle donne e di studi sulle società matrifocali. Su questo argomento ha pubblicato un libro “Matriarchè. Il principio materno per una società egualitaria e solidale” Exòrma 2013.

2 commenti

    1. Sono contenta che abbia trovato l’articolo interessante, nella tesi è presente anche la trascrizione del processo. In particolare ho approfondito il termine musipula (gatta) che in una precedente traduzione era stato erroneamente tradotto con mosca. Buona lettura!

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