Il senso dell’umorismo

«Umorista: un uomo di ottimo malumore.» Leggendo questo aforisma dell’insuperabile Ennio Flaiano  potete misurare, dalla vostra reazione, il vostro grado di humor. Se, d’istinto, riderete di gusto senza riuscire a spiegare fino in fondo il senso del vostro riso…, allora siete sulla buona strada. Facciamo un’altra prova:« l’umorismo cammina nel sentiero del paradosso, e il sentiero del paradosso, come diceva un tizio importante, è la scorciatoia per arrivare alla verità.» (Giovannino Guareschi)
Forse questa è un pochino più impegnativa, il sorriso sarà meno immediato e sarà, quasi subito, sostituito da atteggiamento pensoso.
Cos’è, infatti, un paradosso? Il dizionario Treccani spiega: «Affermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile.» Il paradosso, dunque, ha la capacità di rovesciare le normali certezze, generando spaesamento e perplessità presentandosi come un modo inconsueto di rappresentare la realtà. Tuttavia, si intuisce che in esso è contenuta una verità.
Luigi Pirandello ha dedicato un intero saggio all’umorismo facendone il centro della sua poetica. Lo scrittore siciliano delinea il confine fra comicità e umorismo utilizzando l’immagine della donna anziana truccata e imbellettata, vestita con abiti giovanili. Ad uno sguardo superficiale la signora susciterebbe  un riso di scherno perché è il contrario di quel che ci si aspetta da una persona anziana. Questo, dice Pirandello, è l’atteggiamento del comico. Ma spingendosi a riflettere un pochino di più, ci si rende conto che quella signora si è così conciata per sembrare più giovane e  tenere con sé il giovane marito. A questo punto il riso si blocca; passando dall’avvertimento del contrario al sentimento del contrario: nasce così l’umorismo.
L’atteggiamento dell’umorista, dunque, segue un preciso percorso. Parte da una risata frivola che si fa beffa, nel caso citato da Pirandello, di una anziana donna che, attraverso l’artificio del trucco e dei vestiti, vuol sembrare più giovane. Successivamente, la situazione viene capovolta per condurre chi legge a un dubbio: ma se non fosse come pensi tu? Forse anche tu, un giorno, potresti trovarti in una situazione simile e usare degli artifici per trattenere un/a compagno/a e non restare solo/a. Il riso, anche da un punto di vista della gestualità della bocca, cambia. Non è più aperto e largo, ma diventa un mezzo sorriso impregnato di empatia, diventa un sorriso accennato con gli angoli delle labbra rivelatore di una verità: anche io, un giorno, potrei essere l’altro/a, costretto/a a camuffarmi pur di avere qualcuno/a accanto. L’atteggiamento umoristico ci regala la consapevolezza di guardare la realtà non con un monocolo ma, al contrario, di prendere in considerazione una poliedricità di punti di vista proprio perché il flusso della vita è mutevole, inarrestabile e pieno di contraddizioni.
Se il comico somiglia a un surfista che cavalca le onde cogliendo l’aspetto buffo della realtà, l’umorista è un subacqueo che scandaglia la profondità dell’esistenza svelandone anche il suo lato tragico.
Ecco perché Gandhi definisce il senso dell’umorismo: «l’asta che dà equilibrio ai nostri passi, mentre camminiamo sulla fune della vita.»
Ma solo chi possiede il senso dell’umorismo, come dice acutamente Stefano Benni, ha la possibilità di un puro godimento che consiste nell’avere «una persona intelligente con cui fare risate cretine.»
Se a questo punto della lettura si materializza nella vostra mente il volto di una persona, ritenetevi molto fortunati/e. La pratica dell’umorismo mette in moto il meccanismo della simpatia che ci consente di riconoscere tratti della nostra personalità e di condividerli con gli/le altri/e.
L’umorismo cambia molto da persona a persona e ciò che per qualcuno è divertente non è detto che abbia lo stesso effetto su qualcun altro.
Lo psicologo Rod Martin ha provato a classificare i diversi tipi di umorismo, e nel 2003 è riuscito a identificarne i quattro principali:
1. Associativo
2. Rafforzativo
3. Aggressivo
4. Controproducente.
Martin ha descritto ogni stile nel Journal of Research in Personality. L’umorismo associativo, ha detto, è usato per «aumentare le proprie relazioni con gli altri» ed è proprio di chi fa battute e racconta barzellette in compagnia. Il tipo di umorismo rafforzativo serve a far sentire bene, trovando il senso dell’umorismo nelle proprie vicende. L’umorismo aggressivo, da parte sua, è caratterizzato invece dal sarcasmo, dal prendere in giro e dal ridicolizzare, mentre l’umorismo è controproducente quando ci si rende inferiori per attirare l’attenzione altrui.
Il senso dell’umorismo di ciascuno/a può essere virtualmente una miscela dei quattro diversi stili ma molte persone tendono a pendere verso uno solo di questi.
L’umorismo rafforzativo, per chi riesce ad esercitarlo, permette di non prendersi troppo sul serio, di trovare una terza via creativa per risolvere, per esempio, una situazione imbarazzante, permette di vivere meglio le relazioni interpersonali, allenta le tensioni. Tra le donne che sono maestre in questa meravigliosa abilità, una è la istrionica Amanda Lear. Ecco un breve assaggio delle sue battute più esilaranti, rilasciate, in due diverse interviste, a Daria Bignardi e Mara Venier: «Un giorno ho provato a comportarmi normalmente: ho passato il giorno più brutto della mia vita.
Il prossimo uomo che mi vede nuda sarà il medico legale.
A cosa serve essere bella dentro se poi non entra nessuno?
L’altro giorno al supermercato una tipa mi fa: facciamo un selfie? Le ho detto, no signora non sono truccata, sono brutta. Lei mi ha risposto: fa niente anche io sono brutta. Sì…, ma tu ci sei abituata.>>
Un’altra grande del cinema italiano, Monica Vitti, a proposito dell’aspetto fisico, pronunciò questa frase: «le attrici, diciamo bruttine, che oggi hanno successo in Italia lo devono a me. Sono io che ho sfondato la porta.»
L’intelligenza di queste due signore consiste proprio nel frantumare stereotipi e nel non prendersi troppo sul serio, specie oggi che è diventato un problema parlare di genere  e di questioni femminili, senza che si alzino barricate, da entrambi i sessi, che non aiutano di certo né una sana dialettica tra uomo e donna né un’argomentazione ponderata su tali questioni che non scada in facili e sterili polemiche e inutili provocazioni.
Allora come dare torto a Lou Andreas Salomé quando afferma: «tutti sono abbastanza intelligenti da riconoscere la propria stupidità, ma non tutti abbastanza onesti per farlo.»
È dunque possibile trovare un modo per coltivare l’umorismo, se non l’abbiamo come dono di natura?
Venne chiesto ad Albert Einstein a cosa si dovessero il suo ingegno, la sua creatività e intelligenza. Egli rispose, con la naturalezza più totale, che il segreto era «il suo senso dell’umorismo». Ne era stato accompagnato sin dall’infanzia. Interiormente continuava a essere quel bambino che osservava il mondo con curiosità e innocenza. Un bambino che non aveva mai perso la sua capacità di sorprendersi e di ridere.
Forse sta nella capacità di meravigliarsi e di ridere il togliere peso alla vita, liberarsi da qualche anello delle catene che ci legano, ritrovare la creatività nel quotidiano.
Dichiara ancora Amanda Lear: «L’importante è dirsi ogni giorno: sono viva, sono felice, è un giorno in più.»
Potrebbe sembrare una di quelle tipiche frasi del pensare positivo che, molto spesso, producono l’effetto contrario per la banalità di certe affermazioni che non tengono conto né della complessità dell’esistenza né della storia in cui una persona è incarnata. Qui c’è una differenza, però. Io credo che le donne e gli uomini anziani, che hanno attraversato «le discese ardite e le risalite», come cantava Battisti, costituiscano per le generazioni più giovani l’oro puro. A loro bisogna rivolgersi, da loro occorre prendere il testimone per vivere con più leggerezza e ironia.
Come diceva Colette «la totale assenza di umorismo rende la vita impossibile.»

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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