FILIZ ŞAYBAK , nome di battaglia AVESTA HARUN

Il popolo curdo ha origini indoeuropee. Ha sempre vissuto libero e autonomo, arroccato sulle montagne che neanche Alessandro Magno riuscì a espugnare, vivendo quasi esclusivamente di pastorizia (l’agricoltura possibile in alta montagna è assai poca) e praticando una religione simile allo Zoroastrismo persiano. Le lingue curde sono diversissima da tutte le altre, sebbene nei secoli abbiano subito le influenze del persiano, dell’arabo e del turco. Intorno al VII secolo dopo Cristo l’Impero Ottomano impose la fede musulmana nella regione. Dopo la prima Guerra mondiale l’Impero Ottomano si sgretolò in fretta. La Società delle Nazioni divise la zona in due protettorati, un regno e una repubblica: Mesopotamia e Palestina alla Gran Bretagna, Siria e Libano alla Francia, Persia e Turchia autonome. Al popolo curdo, nulla. Il Kurdistan fu diviso in quattro parti: una turca, il Bakur, una siriana, il Rojava, una persiana, il Rojhilat, e una irachena, il Başur. In modi e tempi diversi, tutti e quattro i nuovi stati hanno sempre represso le spinte identitarie e indipendentiste curde. La repressione peggiore è stata quella turca: vietato parlare curdo nei villaggi, vietato celebrare il Newroz (il tradizionale capodanno curdo che ricorre il 21 marzo, sempre festeggiato con fuochi e danze), insomma vietato non aderire al nuovo grande progetto di Turchia moderna e occidentale imposto da Mustafà Kemal Atatürk. Filiz Şaybak nasce nel 1980 a Van, nel Bakur, e cresce in una famiglia, musulmana ma non intransigente, numerosa e piena di affetto, in cui la ragazza è legata principalmente al fratello Tekin e alla sorella Nurcan. Vivendo sulle montagne che conosce bene, considera gli alberi e i sassi come esseri viventi con tanto di nomi e sentimenti, ama e rispetta la natura, di cui fin da bambina ha imparato a capire e seguire i cicli. Crescendo va a scuola a Mezri, la città più vicina a Van. Ama imparare e va a scuola di buon grado, ma le dispiace che non possa parlare la propria lingua né cantare i canti, o danzare i balli tradizionali del suo popolo: è una bambina, non riesce a capire perché il maestro picchi i compagni di classe che si lasciano sfuggire una parola in kurmancî (la lingua curda parlata nel Bakur), e non capisce chi siano quelli che a scuola sono chiamati terroristi. Tekin, il fratello maggiore, si arrabbia, vuole la libertà. L’altro fratello, il primogenito, ha studiato ed è diventato imam, lui è per la pace ma si rende conto che così non è giusto. Nel 1984 il PKK (il partito dei lavoratori curdi, capeggiato da Abdullah Öcalan, la cui sigla sta per Partîya Karkeran Kurdistanê), dichiarato illegale e considerato un’organizzazione terroristica, entra in clandestinità e inizia la lotta armata contro lo stato turco. È un partito comunista e aperto alle donne: i membri del PKK lottano in quanto Curdi contro la Turchia, in quanto lavoratori contro il capitalismo e in quanto donne contro il patriarcato. Dopo il rifiuto dell’asilo politico in Italia, nel 1999 Öcalan viene arrestato e torturato dalla Turchia. La sua foto con i baffoni neri fa il giro del mondo. Il PKK prosegue la lotta armata costruendo intanto su quelle montagne una società radicalmente paritaria e democratica. Interi villaggi curdi sono bombardati dall’esercito turco, i bambini vengono chiamati terroristi dai media statali, i villaggi evacuati sono costretti a lunghe e umilianti peregrinazioni tra montagne e deserto. Il tutto avviene con il silenzio della comunità internazionale: la Turchia si deve difendere dai terroristi e poco importa dei diritti umani. Sui monti del Qandil Filiz vede uomini che portano lunghi fucili e le sorridono. Filiz ne ha simpatia, non paura. In città Tekin scopre il movimento studentesco clandestino legato al PKK e vi entra portando con sé le sorelle, ormai cresciute. Filiz e Nurcan convincono (o costringono) la madre a togliere il velo che le copre il capo e la dignità: la donna non deve più essere sottomessa. Un giorno Filiz vede uomini e donne curde uccise e trascinate per le strade dall’esercito turco. La scena si ripete più volte, finché la ragazza decide di lasciare la scuola: lo fa a malincuore, ma non può continuare a studiare la lingua e le leggi di chi uccide i suoi fratelli, non vuole andare a lavorare per uno Stato che le è nemico. In casa Şaybak non tardano ad arrivare le prime comparse della polizia turca. Da allora in poi, fermi, arresti, perquisizioni e interrogatori saranno all’ordine del giorno. Finché Tekin viene arrestato. Terrorismo è l’accusa, dodici anni la condanna. Resta in carcere due anni, quando esce per un’amnistia ha le idee chiare. Un giorno Tekin sparisce. È in montagna, con i compagni. In braccio un fucile, addosso ha la divisa dello stesso colore dei cadaveri trascinati davanti agli occhi della sorellina, il suo nome di battaglia è Harun Van, Harun come un compagno morto prima di lui e Van come il paese in cui è nato. Combatte per dare ai futuri bambini curdi l’infanzia normale e serena che lui non ha avuto. In Turchia il governo passa nelle mani di Erdogan, un autoritario islamista sunnita, contrario al progetto kemalista di repubblica laica, e la guerra contro il Kurdistan si fa sempre più feroce. Il mondo intero è concentrato nel combattere il terrorismo islamico, che niente ha a che spartire con la lotta curda, ma i Curdi sono ugualmente nel mirino. La Siria di Assad, l’Iraq di Barzani e Hussein e l’Iran di Ahmadinejad non sono certo più morbidi. Pur continuando a intrattenere floride attività commerciali con la Turchia e annoverando il PKK tra le organizzazioni terroristiche, l’ONU e l’Unione Europea fanno pressioni sul governo di Ankara per un cessate il fuoco, che non è una vera e propria tregua: la Turchia ha diritto a difendersi dai terroristi, dicono. Ma terroristi sono i bambini dei villaggi bombardati? E cessate il fuoco sia. Poi, una volta finita la breve tregua, il genocidio dei Curdi ricomincia. L’esercito turco ha buone armi e soldati feroci, ma non conosce quelle montagne indomabili. La Turchia formalmente mantiene la tregua, in realtà rompe il cessate il fuoco e continua la guerriglia in montagna. Come con Che Guevara in Bolivia, qualcuno fa la spia. Tekin è circondato dagli elicotteri turchi. È il solo a rimanere vivo, lotta strenuamente, solo contro tutti. Ha mitragliatrici da ogni lato e bombe dal cielo. L’ultima pallottola la tiene per sé. Un mese dopo la morte di Tekin, l’adorato fratello, è Filiz a scomparire. Prende il fucile del fratello e continua la sua strada. Nome di battaglia Avesta Harun, Avesta come il nome dei testi sacri zoroastriani, la fede del Kurdistan prima dell’imposizione dell’Islam, e Harun come il suo amato fratello maggiore. Avesta diventa in breve tempo la comandante di un gruppo speciale. All’interno del PKK uomini e donne sono totalmente pari, la gerarchia è data solo dalla bravura sul campo e dalla cultura politica, che ci si scambia nelle costanti riunioni di lettura e autoformazione. È una comandante per niente severa, attenta al lato umano e ai bisogni di chi la segue, tenera con chi è in difficoltà o ha paura e dura con chi vuole mettere i piedi in testa ai più deboli. Nel 2011 scoppiano sommovimenti in tutto il Medio Oriente. L’Iraq è occupato dalla NATO: si è allentata la repressione sul Başur, dato che le milizie curde autonome hanno favorito la cacciata di Saddam Hussein. Nella Siria di Bashar Al Assad scoppia la guerra civile e la popolazione del Rojava ne approfitta. Viene messo in pratica il confederalismo democratico, la radicale democrazia dal basso propugnata dal PKK dopo l’abbandono della linea marxista-leninista: equa distribuzione delle (poche) ricchezze, emancipazione della donna e rispetto dell’ambiente dove prima regnavano capitalismo patriarcato e sfruttamento del petrolio. Vista la forte repressione turca, le basi principali del PKK vengono spostate sui monti del Qandil, in Başur, sapendo che Ankara non può portare avanti attacchi al di fuori del proprio territorio.In Rojava vengono costituite le YPG (Yekînên Parastina Gel, unità di difesa del popolo) e le YPJ (Yekînên Parastina Jin, unità di difesa della donna), una serie di gruppi militari speciali, il primo misto e il secondo esclusivamente femminile. Foraggiato dall’Occidente, compare un nuovo nemico. Si tratta del Daesh (a noi noto con il nome di ISIS o ISIL), un esercito di «barbari che si reputano gli inviati di Dio» (parole di Avesta), bestie che del messaggio divino non hanno capito assolutamente nulla. Sono militarmente impreparati e sanno usare solo armi molto lunghe (mortai, lanciagranate e autobombe) e la loro la forza consiste nell’incutere paura e nel servirsi di migliaia di scudi umani da trattare con inaudita ferocia, ma davanti a un combattimento serio scappano. Si autoproclamano Califfato o Stato islamico. Sono musulmani sciiti, acerrimi nemici di una civiltà dignitosa, in particolare della democrazia e delle donne, peggio ancora se libere ed emancipate. La NATO potrebbe far fuori il Daesh in tempi brevissimi e con uno sforzo bellico minimo, ma chi spara alle postazioni curde fa comodo alla Turchia di Erdogan. Da sole, le YPG e le YPJ riescono a tener testa ai barbari, difendere Kobanê e ricacciare il mostro oltre l’Eufrate. Altre città del Rojava prima in mano al Daesh sono liberate dalle YPG e dalle YPJ mentre la NATO copre le spalle ma non fa granché. Le milizie curde sembrano star vincendo. La situazione precipita quando l’esercito di Erdogan entra in Siria a sorpresa, nonostante il diritto internazionale glielo vieti, disposto a tutto pur di fermarli. Erdogan attacca nuovamente Kobanê, poi viola anche il territorio iracheno per attaccare il Qandil. La Turchia sembra preferire le bestie del Daesh al confederalismo democratico del PKK. Aiutando il Daesh, quindi ostacolando la NATO di cui essa stessa è parte, la Turchia sostiene di star muovendo guerra al terrorismo: secondo Ankara il vero terrorista è ancora una volta Öcalan, non il sedicente Califfo e i suoi uomini incappucciati. Avesta sta contemplando la neve sui monti del Quandil e leggendo un libro di Öcalan quando le arrivano le urla di pessima notizia: «Il Daesh ha attaccato Mexmur!». Mexmur, poco più che un campo profughi, è una delle località principali del Başur, punto di arrivo di un lunghissimo esodo di profughi curdi in fuga dalla guerra di Erdogan. A Mexmur non ci sono attività belliche ma solo civili e postazioni mediche, ma rimane un luogo simbolicamente importante per l’identità curda e per il confederalismo democratico che lì è applicato. La squadra di Avesta è una delle prime a partire. I barbari del Daesh sparano qualche colpo poi salgono su un suv e scappano via. Mexmur è liberata in breve tempo e la stessa scena si ripete per i villaggi vicini. Nell’ultimo villaggio da liberare, le YPG e le YPJ accerchiano il Daesh e vincono molto in fretta. Ma gli ultimi due colpi della barbarie colpiscono un braccio e un fianco di Avesta. Gli organi vitali non sono compromessi ma sta perdendo tanto, troppo sangue. Un altro comandante la carica di corsa su una jeep. Le mine intorno a Mexmur sono l’accoglienza irachena ai Curdi in fuga dalla Turchia, per non farli andare troppo in giro fuori dal campo: la jeep salta proprio su una di queste. Quando Avesta viene messa sulla seconda jeep ha già perso i sensi. Nella Mexmur liberata dove la aspettavano le cure mediche e i festeggiamenti per la vittoria, non fa in tempo ad arrivarci. Oggi la sua foto con la divisa è affissa in tutti i villaggi del Kurdistan, accanto a quella con i baffoni ormai bianchi di Abdullah Öcalan. A lei è dedicato il libro di Marco Rovelli La guerriera dagli occhi verdi.

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNI

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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