Didattica online, gli elaborati dalla u alla z

L’estate è finita, ieri la scuola è ricominciata (o almeno credo: scrivo queste note con molto anticipo rispetto alla pubblicazione e dunque, di questi tempi, non  sono sicuro di niente…). Non voglio azzardare previsioni, ma solo presentare alcuni degli ultimi lavori delle mie e dei miei studenti, le illustrazioni per le lettere U come Uomini, V come Verginità, W come “Where is my place?”, X e Y come i Cromosomi, Z come Zenobia dell’abbecedario di Vitaminevaganti scritto da Graziella Priulla e illustrato da Marika Banci. Non volendo affrontare il tema dell’anno che comincia, non mi resta che ringraziare tutte e tutti loro, che hanno lavorato duramente in condizioni terrificanti (la tristemente famosa “didattica a distanza” che potrebbe chiamarsi anche solo “a distanza” perché di didattica ha ben poco…). Spero che si siano almeno un po’ divertite/i e che il lavoro fatto – oltre alle discussioni avute insieme via Skype e Teams, i problemi, le contestazioni (finalmente!) – sia stato utile, o almeno non spiacevole. Mi rendo conto che i temi trattati sono stati talvolta nuovi e sconcertanti, in qualche caso scabrosi, sempre difficili. Ho sempre detto alle classi che noi le cose facili non le facciamo: non sono degne di loro. E che, come diceva il grande maestro Alberto Manzi, si fa quello che si può fare, non si fa quello che non si può fare. Ma niente sconti. Non è stato un anno bello, ma qualcosa sono riuscito a imparare anche in questo 2019-2020. Mi duole per i colleghi e le colleghe che hanno ritenuto di poter procedere come se non fosse successo nulla, di fare interrogazioni tramite videocamera e compiti in classe-non in classe e poi si sono irritati/e per i risultati; che hanno constatato con sorpresa che gli/le studenti talvolta copiano da Wikipedia anziché dal compagno o dalla compagna di banco; che hanno messo note disciplinari per un microfono spento o una videocamera malfunzionante; che hanno, in parole povere, sofferto della frustrazione data dalla mancanza di presunto potere. Rassicuratevi: il potere noi prof non ce l’abbiamo mai avuto. E, per conto mio, ne possiamo fare allegramente a meno. Se eliminiamo il potere resta tutto il resto: l’aiuto, l’autorevolezza, la cultura, l’assistenza, la disponibilità, l’elasticità, l’ascolto e un mucchio di altra roba. A me basta.

Grazie.

U come Uomini

Ma “uomo” vuol dire “maschio del genere umano” o “essere umano” in generale?  Dovrebbe significare tutt’e due le cose, ma qui sorge il problema. È la traduzione più comune del latino Homo Sapiens, ma il termine cozza contro l’uso comune. Quindi, quando diciamo, per esempio, che l’uomo sta per arrivare su Marte, intendiamo che ci va l’homo sapiens, ma quello che vediamo nella nostra fantasia è un astronauta, difficilmente una. Per questo ho sempre cercato, in classe, di evitare di parlare di “uomo”. Certo, è un po’ artefatto parlare di “persona vitruviana”, anche perché poi Leonardo ha disegnato proprio un homo sapiens maschio, ma in generale ho messo in guardia dai libri di storia che parlano di uomini anziché di popoli, gente, persone, generazioni, come se gli antichi Romani, gli uomini delle caverne, i Longobardi e i Visigoti fossero solo maschi. Parlare facendo attenzione alla correttezza di genere è complicato, lo ammetto, però non trovo alternative. Tanto vale rimboccarsi le maniche e cominciare da giovani, che poi diventa più facile. Lorenzo, seconda G, “ruba” l’immagine maschio/femmina più ovvia che ci sia: il pittogramma dei gabinetti. È neutra (ah sì? Esistono immagini neutre? Va be’: è abbastanza neutra…) e quindi si presta a qualunque elaborazione. Per questo sceglie di trattare la parola come un acronimo svelandone gli atteggiamenti che si nascondono dietro l’apparente ovvietà.

Valerio, terza G, ha una mente logica e aperta e vede la comunicazione come una macchina, ma in senso buono: deve funzionare. E questa funziona. Otto sostantivi tradizionalmente maschili che contraddicono la palese ed elementare immagine di uguaglianza uomo/donna, anche questa da pittogramma. E sette segnali di divieto. E l’uomo tutto contento, pare che dica «Evviva! Evviva! La famiglia la mollo a lei!».

V come Verginità

Bello il fondo macchiato, sanguigno, dell’immagine di Chiara di seconda C. Si vede che ha letto bene il testo di Graziella Priulla, specialmente dove parla del «rito dell’esposizione pubblica del lenzuolo insanguinato», che deve averla colpita. In basso (forse un po’ troppo scura…) la frase «mamma ho perso la Verginità»: la V è maiuscola non in quanto degna di sacralità ma perché è la parola da commentare e Chiara la identifica con una frase problematica. La risposta dei genitori è disarmante: papà si congratula con il figlio e mamma condanna la figlia. Per aver fatto la stessa cosa! Ma il processo educativo deve essere innanzitutto certo, deciso, chiaro, equo, determinato. Due risposte diverse alla stessa domanda non lo sono affatto e l’ambivalenza, per madri e padri (e grafici e grafiche) è la prima cosa da evitare. Non è sempre possibile raggiungere l’eccellenza, ma evitare l’ambiguità sì.  

Su una strada simile si muove Eleonora di prima G: la contrapposizione di due elementi apparentemente uguali. La stessa ragazza è costretta fra due reazioni sociali ben note: la donna o è santa o è puttana. E non va bene nessuna delle due. Resta solo l’angoscia. Chiarissimo.

W come  come “Where’s my place?”

Omosessuale? Eterosessuale? Bisessuale? Transgender? Transessuale? Che confusione! Ma sono così tante le possibilità? Anche di più! Nel momento in cui scrivo la popolazione mondiale ammonta a 7.808.240.221 di persone, ma da quando ho iniziato a scrivere l’inizio di questo paragrafo è aumentata di 130 unità. Be’, arrotondiamo a sette miliardi e ottocento milioni: secondo me nel nostro pianeta ci sono sette miliardi e ottocento milioni di sessualità diverse. Magari quasi uguali e compatibilissime fra loro, ma proprio identiche no. È che siamo tutte e tutti differenti, magari di poco, oppure di tanto. E tu? Dove stai? E io? Qual è il mio posto? L’attenzione di Alessandro, seconda C, si è concentrata sugli aspetti problematici della questione: ma insomma chi sei? E se non sei al 100% maschio o al 100% femmina non ti vergogni? La società impone una norma, prendere o lasciare. È come quei giochi per misurare l’intelligenza: devi infilare il cubo nel foro quadrato, il prisma a base esagonale nel foro esagonale e così via. Sì, ma se io ho undici lati e trovo solo il foro da dieci? Il problema è proprio la norma, e la vita difficilmente ci si adatta.  

Lo stereotipo funziona bene perché semplifica la vita, però attenzione: solo in superficie! La ragazza scelta da Marta di quarta G non ha apparentemente problemi, anzi si sarebbe tentati/e di dirle: Be’? Ancora ci pensi? Non l’hai vista la figurina della donnina? Ma lei si sente “donnina”? Anzi: possiamo davvero chiamarla “lei”? Certo, il rischio è quello di spaccare il capello in quattro, e in otto, e in sedici… Ma la parità dei diritti non può procedere alla come viene viene. Se serve, il capello lo spacchiamo in sessantaquattro.

X e Y come Cromosomi

Graziella Priulla specifica in modo chiaro ed esauriente il significato di parole che usiamo tutti i giorni ma, spesso, non a ragion veduta. In classe, mi sono reso conto, le parole sesso e genere, identità e orientamento non sono quasi mai chiare e inequivocabili. A scuola se ne parla poco, in molte famiglie ancora meno o, peggio, lo si fa in termini di morale (ovvero di cavoli a merenda). Filippo di seconda C ama l’elaborazione, la stratificazione, l’abbondanza (talvolta eccessiva, glielo dico spesso…) di significati e non si accontenta mai, ma stavolta ha compiuto una ricerca davvero encomiabile dedicando la sua illustrazione alla grande Nettie Maria Stevens, vera madre della genetica, spesso sottovalutata o ignorata dai ricercatori contemporanei (guarda caso…).

Matteo di prima G è molto giovane e preferisce elaborare un’immagine accattivante e divertente, fatta sì di X-Y e dell’ormai collaudato pittogramma omino-donnina, ma con un lettering stile messaggio anonimo fatto di lettere ritagliate. Il nostro corredo genetico è un po’ così: siamo fatte/i di letterine diverse, prese un po’ qua un po’ là: gli occhi di mamma, il naso di papà, i capelli della bisnonna, il caratteraccio del prozio Teobaldo… Le lettere dell’alfabeto sono forse le uniche cose neutre della nostra vita: non hanno né genere né sesso, ma dicono tanto anche al di là delle parole che compongono.

Z come Zenobia

Zenobia? Chi era costei? Non molto famosa, vero? Eppure fu una regina e condottiera che diede non poco filo da torcere a Roma nel terzo secolo d.C. e che, come tutte le donne potenti e battagliere, viene ricordata come fascinosa e malefica e quindi pericolosa. Mi viene giusto in mente che alla fine di agosto è circolato su Facebook un post che denunciava quattro ministre come le peggiori della storia: anche ammettendo che siano o siano state pessime, non è strano che fossero tutte donne? Io di ministri, parlamentari, imprenditori e via discorrendo assolutamente catastrofici ne potrei citare parecchi, ma in quel post il 100% della negatività politica era femminile. Interessante, no? Martina, seconda C, sfrutta bene lo spazio grafico quadrato – la lettera Z lo divide in due giusto giusto – e fa un raffronto che sembra una risposta a quanto sopra: un bel mucchio di maschi-alfa (alteri o sorridenti, sprezzanti o benevoli, ma tutti contraddistinti da traboccante sovraproduzione di testosterone – o almeno così ci raccontano le loro facce e i loro post) non particolarmente famosi per attitudine alla pratica dell’accoglienza, della gentilezza, del pluralismo. Della democrazia. Dall’altro lato, sola, lei, la regina siriana, rarissima donna di potere e come tale condannata a una fama ambigua.

Invece Sara, seconda C, non si presta al gioco e mette a confronto sei donne e sei uomini. Se è vero, come provocatoriamente scrive citando il testo di Priulla, che «il binomio donne-potere è estraneo alla nostra cultura e alla nostra storia», allora Zenobia? La regina Elisabetta? La cancelliera Angela Merkel? Possiamo non apprezzarle, considerarle avversarie politiche, non condividere le loro idee, ma che siano donne, esercitino potere con grande abilità e siano ben radicate nella nostra storia, a Sara pare innegabile (e a me pure).

*  *  *  *  *
Le lettere dalla A alla T sono consultabili qui; quelle dalla F alla J sono qui; quelle dalla K alla O sono qui; quelle dalla P alla T sono qui.

Articolo di Mauro Zennaro

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Mauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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