WANGARI MAATHAI E IL SEME DELLA SPERANZA

Wangari Maathai nasce nel 1940 in un posto in cui le figlie dei contadini Kikuyo non venivano mandate a scuola. Eppure lei, rispetto alle sue coetanee, è molto fortunata: ha una famiglia che la supporta e che le permette di frequentare insieme al fratellino la scuola elementare di Nyeri. Comincia a brillare fin dai primi anni d’istruzione, riuscendo a farsi inserire successivamente sia nella scuola primaria Santa Cecilia che nell’unico liceo femminile di tutto il Kenya: il Nostra Signora di Loreto, a Limuru. La vera svolta nell’educazione di Maathai arriva con la vittoria di una borsa di studio per gli Stati Uniti, dove frequenta la facoltà di biologia nel College St. Scholastica in Kansas e poi nell’Università di Pittsburg. La sua carriera universitaria è eccezionale e la rende protagonista di ben tre primati: è la prima keniota a ottenere un Dottorato di Ricerca nel 1971, la prima a capo del Dipartimento di Veterinaria dell’Università di Nairobi nel 1976 e la prima a diventare Professoressa Associata nel 1977. Il suo altissimo livello d’istruzione le crea non pochi problemi dal punto di vista dell’accettazione sociale nel suo paese: «Era facile che venissi ridicolizzata sia da uomini che da donne, come se fossi diventata pazza dopo aver studiato in America e avessi perso la mia ‘decenza’ di donna africana.» «Avrei dovuto aspettarmi che l’ambizione e il successo non sono ciò che ci si aspetta da una donna africana. Una brava donna africana ci si aspetta che abbia come qualità la modestia, la timidezza, la remissività, l’incompetenza e una paralizzante dipendenza. Una donna africana istruita e indipendente si pensa sia dominante, aggressiva, incontrollabile… Una cattiva influenza.» La politica entra a far parte molto presto della vita di Wangari, che da subito si interessa alla causa ambientalista, portandola anche nel National Council of Women of Kenya. L’idea di fondo era pioneristica: povertà e questione ambientale non sono due problematiche scollegate, ma strettamente interconnesse. «Tendiamo a mettere l’ambiente all’ultimo posto perché pensiamo che prima dobbiamo eliminare la povertà. Ma non si può ridurre la povertà senza contestualizzarla nell’ambiente.» La sua lotta ecologista comincia a concretizzarsi e a incontrare le prime ostilità: fonda il movimento Envirocare, che crea vivai e posti di lavoro, ma che fallisce anche a causa di forti opposizioni ai piani alti del governo. La svolta c’è nel 1977, quando, durante la Giornata Mondiale per l’Ambiente, insieme ad altre attiviste, pianta sette alberi in un parco, in segno di protesta. Nasce così il Green Belt Movement: un progetto femminile che vuole rispondere all’allarme lanciato dalle donne keniote che vedono i loro fiumi prosciugarsi e le loro risorse di cibo essere sempre meno accessibili a causa del degrado ambientale. La battaglia del GBM vuole rendere consapevoli gli abitanti dei villaggi in difficoltà dell’importanza per il benessere delle generazioni presenti e future di difendere l’Africa dalla deforestazione e dallo sfruttamento ambientale. Le attiviste vengono perseguitate dal governo e avversate in ogni modo, ma continuano a distribuire semi e a insegnare alle altre donne a prendersi cura delle piante. Il risultato? 30 milioni di alberi che attraversano l’Africa subsahariana. «Quando piantiamo un albero, piantiamo i semi della pace e i semi della speranza.» Così, l’albero diviene un simbolo di democrazia in Kenya e un modo per combattere gli abusi di potere, la corruzione e la cattiva gestione dell’ambiente. Il personaggio di Maathai è considerato tanto scomodo da essere annoverato nella lista nera nel governo ultraventennale di Daniel arap Moi: la repressione arriva, infatti, nel 1992, con l’incarcerazione delle attiviste del GBM, accusate di sedizione e tradimento e scarcerate solo a seguito dell’intervento di potenze internazionali. Le ingiustizie subite rendono la protesta ancora più forte e coesa e Maathai si presenta alle elezioni del 2002 con la National Rainbow Coalition, che finalmente riesce ad abbattere il governo Moi. Nella nuova presidenza di Kibaki le spetta il ruolo di Ministro dell’Ambiente, che ricopre fino al 2005. «Non possiamo stancarci o arrenderci. Lo dobbiamo alle generazioni presenti e future di tutte le specie: dobbiamo insorgere e marciare!» La sua figura si consolida a livello internazionale quando nel 2004, con grande sorpresa, viene insignita del Premio Nobel per la Pace. È la prima donna africana a ricevere il premio e sfrutta l’occasione come piattaforma di lancio per diffondere l’importante messaggio che ecologia e democrazia sono due facce inscindibili della stessa medaglia. Il Comitato per il Nobel annuncia la sua vittoria presentandola come la donna che: «Ha affrontato coraggiosamente il precedente regime d’oppressione in Kenya. Le sue straordinarie forme di azione hanno contribuito ad attirare l’attenzione sull’oppressione politica, a livello nazionale e internazionale. È stata un’ispirazione per molti nella lotta per i diritti democratici e ha in particolar modo incoraggiato le donne a migliorare la propria condizione.» Negli ultimi anni della sua vita Maathai si dedica alla politica e non mette mai in pausa la lotta ecologista: gli alberi piantati dal piano internazionale del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) diventano 7 miliardi in tutto il mondo e Wangari è una figura centrale del progetto. La vittoria del Nobel la porta a riflettere anche sul protagonismo femminile nella politica mondiale e a fondare, nel 2006, la Nobel Women’s Initiative: Maathai e altre cinque donne vincitrici del Premio (Jody Williams, Shirin Ebadi, Rigoberta Menchù, Betty Williams e Mairead Maguire) uniscono le loro menti e forze per portare avanti insieme un lavoro globale per la pace, la giustizia e l’uguaglianza. Nello stesso anno conosce personalmente Barack Obama, che per renderle omaggio pianta insieme a lei un albero nel parco Uhuru di Nairobi. Il cancro alle ovaie con cui lotta da anni purtroppo si aggrava nel 2011, costringendola a ricoverarsi nell’ospedale della capitale keniota. Nel cordoglio internazionale, si spegne il 25 settembre. Wangari Maathai aveva capito con molto anticipo rispetto agli altri che il pianeta è uno solo e che una volta distrutto non si potrà tornare indietro. È stata una Kikuyo fortunata, è vero, ma non ha mai dimenticato le sue origini e ha speso la sua intera esistenza a fare di tutto affinché anche il più svantaggiato dei bambini e la più povera delle bambine potessero avere un futuro florido e crescere forti e saldi come un grande albero. «Un albero ha le radici nel suolo, eppure si erge verso il cielo. Questo ci insegna che per poterci innalzare dobbiamo tenere i piedi per terra e che per quanto possiamo arrivare in alto, è sempre dalle nostre radici che dobbiamo trarre sostentamento. Ciò ricorda a tutti noi che abbiamo fatto successo che non possiamo dimenticarci da dove veniamo. Significa che non importa quanto diventiamo influenti in politica o quanti premi riceviamo: il nostro potere, la nostra forza e la nostra capacità di raggiungere i traguardi che ci prefissiamo dipendono dalle persone dietro di noi, il cui lavoro rimane invisibile, che sono il suolo da cui noi germogliamo, le spalle su cui ci ergiamo.»

SITOGRAFIA

https://www.theguardian.com/world/2011/sep/26/wangari-maathai http://www.greenbeltmovement.org/who-we-are/our-history http://www.greenbeltmovement.org/wangari-maathai/biography http://www.universitadelledonne.it/nobelpace.htm

Articolo di Emma de Pasquale

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Emma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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