SULLE VIE DELLA PARITÀ, NARRAZIONI. Cosa vuol dire sentirsi a casa?

Il racconto che segue, Cosa vuol dire sentirsi a casa, ha ottenuto il Terzo Premio per le Classi Quarte, tra i lavori giunti dal Centro-Sud nell’ambito del concorso Sulle vie della parità, sezione Narrazioni, per l’anno scolastico 2019/20.

Incipit n. 4.

Giulia aprì gli occhi prima che suonasse la sveglia. Aveva fatto sogni confusi sulla giornata che stava per cominciare, tutti finiti in catastrofe, e non aveva nessuna intenzione di rimettersi a dormire, ma non c’era ragione per cui fosse già in piedi. La sera prima aveva preparato accuratamente tutto quello che le sarebbe servito: lo zaino era già chiuso e dalla tasca davanti sbucava la busta della lettera, lilla e ben sigillata per evitare qualsiasi ripensamento. Prima che arrivasse il momento di uscire di casa, l’unica cosa che le restava da fare era impedirsi di cambiare idea.

«Cosa vuol dire sentirsi a casa? Casa, questa piccola ma grande parola: non è soltanto un edificio, un’abitazione, secondo me casa è un sentimento, una sensazione che probabilmente non proverò. Domani andrò via, andrò alla ricerca di quest’emozione. Ho bisogno di scappare da questo luogo pieno di pregiudizi, desidero certezze, capire chi sono. Questo luogo non mi aiuta. Qui mi sento in una gabbia, casa non è una gabbia, questa non è casa mia. Mi ritrovo qui a scriverti perché non ho il coraggio di parlarti guardandoti negli occhi, da molto tempo la mia ambizione è aprirmi con te, eppure risulta così difficile farlo, vorrei urlare al mondo intero, desidero essere ascoltata. “Fossi donna sarei al settimo cielo al pensiero di essere pretesa da tanti uomini” sono state queste parole ad avermi ferita di più. Da quel giorno non sono più me stessa. Vorrei poter riuscire a ridere come una volta, uscire fuori da queste mura, lasciarmi colorare l’anima dalle tue sfumature calde, ricche. Da quel giorno non ci sono più colori, è tutto grigio. Tu provi a mascherare l’immenso dolore con colori freddi, ti conosco più di qualunque altra persona, lo sai bene. È tutto diverso. Non riesco più a vivere così. Le parole dell’avvocato, del giudice, le parole di mia madre, di mio padre, dell’intera città mi hanno segnata. I miei genitori (mi fa ribrezzo pensare che siano miei genitori) pensano che sia stata una punizione di Dio, ch’io sia innaturale, anormale. È normale essere stuprata, non lo è amare. No, non conoscono l’amore. Non so dove andrò, non so cosa farò, ovunque mi troverò ci sarai sempre tu con me, mi manchi da impazzire. Ti prego di non parlarne a nessuno, brucia questa lettera dopo averla letta. Mi farò sentire appena avrò trovato il senso del mio vivere, ti amo. La tua Giulia, 29 dicembre 2004» Quella busta lilla, il colore del nostro amore. Quella busta mi lasciò spiazzata. Quelle parole odiose che aveva ascoltato le impedivano di vivere, pensava che la sua vita finisse lì. Quanto coraggio, mi ripeto ogni giorno. Son passati ormai quindici anni e non sono mai riuscita a bruciare quella lettera come lei mi aveva chiesto, l’ho sempre avuta con me. Io e Giulia eravamo una coppia, a parer mio una di quelle da far invidia al mondo intero: eravamo due ragazze che riuscivano a condividere ogni cosa. Insieme ma libere, insieme l’una per l’altra. I suoi genitori non sapevano della nostra relazione. La sera di quel mercoledì 15 settembre 2004, mentre si incamminava verso casa mia, lungo il suo cammino tre maschi (non meritano il nome di uomini), tre compagni di corso che erano a conoscenza del rapporto esistente fra noi, la portarono con forza in una galleria vuota, spenta come le loro anime, per “farle cambiare idea”, per farle capire che cosa una donna deve (deve!) desiderare. Non dimenticherò mai i termini utilizzati dal giudice e dall’avvocato dei tre che con quelle risatine fastidiose la prendevano in giro, come se nulla fosse accaduto, come se fosse normale per una ragazza lesbica avere una “lezione”. L’avevano definita figlia del demonio, avevano interpretato quella violenza come un dono del Signore. Davvero Dio vuole questo? Se è questo ciò che vuole, non è il mio Dio. Sono trascorsi quindici anni e mi fa ancora male parlarne, mi passano per la testa immagini che non avrei mai voluto vedere, parole che mai avrei voluto sentire, ma è successo e non si può fare finta di niente. Pare che la gente se ne sia scordata, non se ne parla, non è stato più aperto il discorso e chi l’ha voluto aprire, ha provocato un senso di fastidio. Eppure non si può dimenticare un fatto così grave, non si può non discuterne. Dopo quindici anni sono ancora considerata da troppe persone come una “figlia del diavolo”. Sembra un ritorno al Medioevo. Vivo ancora in questo paesino, non voglio abbandonare il mio desiderio di rinascita, quella voglia inarrestabile di giustizia, di conoscere e far conoscere tali scempi, la nostra storia piena di ingiurie. Sarò pazza? Pazza, ma sempre me stessa, non mi lascerò mai cambiare, sarò ribelle, sarò me stessa, sarò Anna. Mai ciò che la gente vuole ch’io sia. Essere donna è un problema, lesbica un problema al quadrato. Davvero è questo ciò che si pensa a due giorni dal 2020, due giorni dagli anni venti del duemila? Non smetterò di lottare a denti stretti, è una promessa a Giulia, la donna dai mille colori, quella ragazzina intelligente e seria ma allo stesso tempo vitale, allegra e divertente. “Scema”, così la chiamavo per prenderla in giro, a volte si arrabbiava, quanto era bella con quel broncio tenero, quanto era bella quando non riusciva a tenerlo per più di pochi secondi. Il suo sorriso era contagioso. Si divertiva tanto quando imitava sua madre “Giulia impara a cucinare, dovrai farlo per tuo marito, è questa la vita per una donna” e poi mi dava un bacio, ridendo. Aveva infiniti problemi, eppure era sempre allegra, nulla riusciva a deprimerla. Ricordo il giorno in cui tagliò i capelli e i genitori la cacciarono di casa perché “solo i maschi portano i capelli corti, tu sei femmina”. Ne pianse, ma poi rise, rise fino alle lacrime. Mi manca. Quel duemilaquattro è lontano e vicino. Non ho più avuto sue notizie, da quel giorno non si sa più niente di lei. Quando mi ritrovo da sola a pensare o quando ne parlo alla mia attuale compagna, a volte mi sento in colpa per non averlo impedito, ma poi mi dico che doveva andare così: aveva bisogno di fuggire da qui. Sento che lei è felice, che ha ritrovato se stessa e ha riguadagnato la voglia di vivere. Non so dove sia ma lei è sempre con me, nel mio cuore. È parte di me, lo sarà sempre. Io la penso sempre, e sono convinta che lo faccia anche lei. Quest’anno nuovo la cercherò. La troverò. 

Racconto di Masha Davydouskaya IV A, Liceo artistico San Leucio, Caserta. Ecco il giudizio espresso dalla giuria: “Nonostante la scarsa coerenza con l’incipit, che richiedeva una narrazione in terza persona, appare interessante il tema del racconto, che è quello della violenza contro le donne, e in particolare contro le donne lesbiche; apprezzabile il fatto di non cadere nella banalità trattando un argomento difficile come quello dell’omosessualità femminile”.

Racconto a cura di Loretta Junk

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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