SULLE VIE DELLA PARITÀ’, NARRAZIONI. Così rimase distesa

Il racconto, ha ottenuto il Terzo Premio per le classi Quinte, ex aequo, tra i lavori pervenuti dal Centro-Sud, nell’ambito del Concorso Sulle vie della parità, sezione Narrazioni, nell’anno scolastico 2019/20.

Incipit n. 4.

Giulia aprì gli occhi prima che suonasse la sveglia. Aveva fatto sogni confusi sulla giornata che stava per cominciare, tutti finiti in catastrofe, e non aveva nessuna intenzione di rimettersi a dormire, ma non c’era ragione per cui fosse già in piedi. La sera prima aveva preparato accuratamente tutto quello che le sarebbe servito: lo zaino era già chiuso e dalla tasca davanti sbucava la busta della lettera, lilla e ben sigillata per evitare qualsiasi ripensamento. Prima che arrivasse il momento di uscire di casa, l’unica cosa che le restava da fare era impedirsi di cambiare idea.

Così rimase distesa, a fissare il soffitto della sua stanza, elencando i pro e i contro della sua decisione, ripensando ai sogni. E se fossero stati premonitori? Pensò. Ma le parve stupido e accantonò l’idea. Il letto dove dormiva da sempre d’un tratto le parve parecchio scomodo ma la sua testa era così presa da quell’amletico dilemma da dimenticarsi subito della sensazione. Immobile, aveva le mani conserte, poggiate all’altezza dell’addome e nel mentre lo sguardo andava perdendosi nel vuoto, sfocandosi, finché il bianco dell’intonaco sovrastante parve sciogliersi e avvolgerla così come stavano facendo le sue paranoie. Un primo raggio di sole si fece timidamente spazio tra l’ombra della stanza di Giulia fino ad arrivare a lei. La luce cominciò a solleticarle i piedi, ad accarezzarle le gambe, scalarle il busto per poi stazionarle in faccia, impuntandosi fastidiosamente sui suoi occhi, sicché Giulia non poté più ignorare quel sole che la persuadeva ad alzarsi. Si girò verso la sveglia, erano le cinque e diciassette, si passò i palmi sugli occhi, sbuffò ansiosamente e con un addominale deciso trascinò la testa e poi il busto perpendicolarmente alle gambe. Il cuore palpitava e le mancava il respiro, sbuffò nuovamente, si guardò intorno e vide tutti gli oggetti a lei familiari, era protetta nella sua stanza. Il suo sguardo si muoveva serenamente nell’ambiente finché non incappò nella finestra: il sole le irradiò completamente il viso e l’animò di un improvviso ottimismo; era proprio una bella giornata. Giulia a questo punto prese un respiro, girò di scatto le gambe di novanta gradi, caricò le braccia e con un sussulto si alzò dal letto; sbuffò ancora, ma adesso era in piedi. Uscì dalla stanza e a passo felpato imboccò il corridoio, non voleva svegliare i genitori, proseguì fino alla cucina e lì, sempre con gran premura, aprì il frigorifero e fece colazione: succo d’arancia e biscotti, non le era mai piaciuto il sapore del latte. Giulia non voleva perdere tempo o meglio non voleva averne per cambiare idea. Scattò in bagno e da lì di nuovo alla sua stanza, si vestì velocemente, prese lo zaino e dopo essersi assicurata che la busta ci fosse ancora, varcò la soglia di casa. La finestra aveva detto il vero, era proprio una bella giornata. Giulia si diresse verso la sua bicicletta, ci salì sopra, inspirò profondamente per placare l’ansia e diede la prima pedalata. Viveva in una villetta in periferia, coi genitori e il fratello che adesso era a studiare all’estero, e distava dalla scuola circa quaranta minuti in bicicletta. Pensò che fosse ancora presto e decise di fare un giro un po’ più lungo per calmare i nervi. Adorava andare in bicicletta, da quand’era più piccola, e quella bicicletta in particolare la stra-adorava, se l’era fatta regalare per il suo decimo compleanno, due anni prima, e per di più era verde, il suo colore preferito. Il velocipede sferzò il silenzio della città a velocità costante, si sentiva solo il cigolio della catena, che intercorreva tra una serie di pedalate e un’altra. Il vento le muoveva i capelli, ricci, biondi, a caschetto, e la strada era completamente deserta, illuminata  dalla luce dell’alba; le sembrava di stare ancora sognando. Ma a un tratto la testa le si riempì nuovamente di preoccupazione e ansia. Un clacson. Sbucò una piccola berlina grigia da un incrocio, la scansò all’ultimo, a sinistra e quasi per sbaglio; tornò lucida. Era forse il destino che stava provando a fermarla? Poi le strade cominciarono ad animarsi sempre più di macchine, certo gente che andava a lavorare, e man mano che si avvicinava al centro compariva anche qualche pedone. Il sole ormai era sorto del tutto, l’aria si era riscaldata e a casa la sveglia aveva cominciato a suonare a vuoto: erano le sette. Dopo un po’ arrivò scuola, con mezz’ora di anticipo, fermò la bicicletta alla rastrelliera e si sedette su una panchina; la gamba destra tremava nervosamente. Altre biciclette arrivarono, poi un pullman e qualche macchina, sempre più studentesse e studenti circondarono l’edificio aspettando come lei lo scoccare delle otto, l’inizio della scuola. Giulia a chi la osservava appariva come una ragazzina magra, priva di seno, indossava una t-shirt bianca hard rock regalatale dal fratello, jeans lunghi, e converse nere, una zazzera di boccoli biondi, volto scarno, occhi scuri, naso aquilino, che odiava, e lentiggini. Se ne stava seduta da sola, nessuno che si avvicinasse a parlarle, a farla sciogliere, a calmarla. Non era brava con le amicizie, ne aveva sempre avute poche, ma buone, pensava. Si muoveva a scatti, sbuffava, ansimava, pensava alla giornata, si strofinava le mani, le passava tra i capelli, cominciò a tremarle anche la gamba sinistra: una sensazione orribile. Rimase immobile, ancora seduta, a fissare la strada: le automobili passavano di fronte a lei, una dopo l’altra, quasi a scandire lo scorrere dei secondi, a ricordarle che il tempo fuori dalla sua testa continuava a scorrere; e le ragazze e i ragazzi cominciavano a dirigersi verso l’entrata della scuola per cominciare la loro giornata. Giulia chinò la testa, la prese tra le mani, voleva gridare, strizzò entrambi gli occhi, sbuffò, sbuffò ancora, scattò in piedi, guardò la scuola e senza pensarci ulteriormente entrò. Era una piccola scuola la sua, la scuola media “G. Garibaldi”, non troppo in centro e dove si conoscevano quasi tutti, eccezion fatta per lei che non conosceva quasi nessuno. Giulia si diresse verso la sua aula, a piano terra, la classe era già quasi al completo, si sedette al suo posto, terza fila a destra vicino alla finestra, salutò distrattamente Claudia, la sua compagna di banco e  amica e aspettò l’arrivo dell’insegnante. Non tardò ad arrivare, il professor Rosselli, docente di matematica: era un uomo sui quarantacinque anni, forse cinquanta, molto alto, panciuto, ben curato, riccio, che portava gli occhiali, una fede e sempre un grosso sorriso stampato in volto; era un tipo gioviale, disponibile e amava molto la sua materia e il suo lavoro. Aveva portato i compiti corretti, erano gli ultimi dell’anno, quelli decisivi, il timore per il risultato si diffuse tra le studentesse e gli studenti a macchia d’olio, ma Giulia non guardò neanche il suo, era troppo presa dai suoi pensieri, dalla sua gamba che continuava a tremare  e da quella busta, che si stava chiedendo se e come consegnare. L’insegnante ritirò i compiti e come al solito cominciò a chiamare alla lavagna per correggere insieme gli errori; erano trenta in classe, il turno di Giulia non arrivò mai, passarono due ore così. Suonò la campanella dell’intervallo. Non si preoccupò neppure della merenda, anche se adorava mangiare, mise a posto le sue cose nello zaino, prese la busta, la nascose in tasca e uscì in cortile. Non aveva parlato neppure con Claudia della busta; aveva paura. Si diresse verso Laura, che era sola anche lei, seduta su una panca a consumare il pacchetto di cracker che si era portata da casa. Giulia era bianca in volto, tremava, l’ansia era evidente, tanto da bagnare di sudore la busta lilla che aveva maldestramente accartocciato nella tasca e che stava per consegnare. Ci teneva tanto, ci aveva lavorato per un’intera giornata, aveva scritto tutto ciò che provava per Laura e lo aveva racchiuso in un involucro del suo colore preferito. Le pareva il modo più semplice, quello più efficace e sincero, non filtrato dall’ansia e dalla timidezza che sempre provava. Lasciò l’oggetto nelle mani di Laura, che la guardò confusa, e si ritirò in aula. Laura era bellissima, all’opposto di Giulia, e sul suo corpo si erano già cominciate a delineare le prime curve tipiche del corpo femminile, e poi era bruna, dai capelli lunghi e lisci, occhi azzurri e un nasino all’insù. A Giulia piaceva, a tutti piaceva, ci avevano provato in molti ma lei li aveva rifiutati tutti, diceva che non le interessavano i maschi, per questo Giulia aveva pensato che avessero qualcosa in comune. Ma si era sbagliata. Quando tornò in aula, Laura era inorridita, disgustata quasi, e tutti in classe cominciarono a prendere in giro Giulia, persino Michele, quel ragazzino scarno e occhialuto che non stava simpatico a nessuno e che era quotidianamente bullizzato. Giulia si sentì a disagio, giudicata, inappropriata, e tutto si fece buio intorno a lei. Sentì freddo, nonostante fosse fine maggio, solitudine, nonostante fosse circondata di gente. Voleva scappare, voleva scoppiare a piangere, gridare, ce l’aveva con se stessa, con Laura, con Claudia che non la stava difendendo e voleva solo che tutto ciò finisse. Passarono le restanti ore e lei rimase cupa, in silenzio, finché suonò la campana. Si sarebbe ammazzata il giorno stesso, con un gallone di candeggina, senza riuscire ad accettarsi.

Racconto di Mario Petrucciani, V A, Liceo Artistico San Leucio, Caserta. Questo il giudizio della giuria sul suo racconto: “Il personaggio della protagonista è colto dall’esterno attraverso una descrizione minuta di gesti e azioni che vogliono restituire il quadro di una personalità problematica. Il finale drammatico, che giunge all’improvviso, suggella in modo potente il racconto”.

Racconto a cura di Loretta Junk

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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