Sui sentieri della partigiana Rosetta Solari

In una bella giornata di sole tardosettembrino, mentre camminavamo, zaini in spalla e scarponi ai piedi, fra le faggete della Val di Taro lungo il percorso dell’Anello del Molinatico, abbiamo ascoltato la storia della partigiana Rosetta Solari, magistralmente raccontata da Ilaria La Fata, ricercatrice del Centro Studi movimenti e della Casa delle donne di Parma. Appassionata e coinvolgente, “innamorata”, come ci ha confessato, di questa donna semplice diventata combattente per necessità (mi è venuta in mente l’Agnese di Renata Viganò), Ilaria ci ha detto di salire su per il monte, guardare i boschi e le valli, inerpicarci per quei sentieri immedesimandoci nell’esperienza delle partigiane, in un percorso, anche di fatica e pericolo, che avrebbe cambiato il nostro sguardo come ha cambiato il loro.

All’inizio del giro del Molinatico: Danila Baldo in rappresentanza di Toponomastica femminile

Durante il giro verso Cima Molinatico abbiamo ascoltato diversi brani tratti dal libro di Rosetta Una storia breve. Ricordi di una ragazza partigiana, pubblicato l’anno prima della sua morte, nel 2006. In questo libro, veniamo a sapere, non si trovano nozioni storiche, date di battaglie, resoconti politici, ma un racconto di relazioni, dove si rivivono i momenti di paura prima e dopo i rastrellamenti, si parla di come cambia il rapporto con la popolazione locale, ma anche semplicemente di come lei attraversava il bosco, come saliva su questi sentieri, che cosa significava il monte Molinatico per lei. Interessante sapere che nel 1989 le prime memorie, che poi confluiranno in questo libro, erano intitolate Vestire gli ignudi, come l’opera di Pirandello, degli anni Venti, che racconta di una donna che si sente un nulla, pensa di non valere niente, e si dà la maschera che gli altri le mettono addosso: è quella crisi di identità, quell’insicurezza che caratterizza il vissuto di molte donne, in cui ci possiamo specchiare tutte, purtroppo, tante volte, anche oggi.
Dice: «Gli altri, i Partigiani, mi trattano come loro, mi danno le sigarette, mi danno il caffè, dividiamo il vino, mangiamo insieme, dormiamo insieme, ma io non sarò mai come loro e non perdono mai occasione per rimarcarlo ogni volta, perché ad esempio quando bisogna partire per un’incursione non mi chiamano, oppure cercano sempre di mandarmi a dormire nelle case delle contadine». Certo, Rosetta dice «grazie», sa che è una premura nei suoi confronti, ma se lei ha scelto di fare la partigiana combattente, per i motivi che possono essere i più diversi, anche i meno consapevoli, vuole però sentirsi alla pari, non vuole avere un trattamento di riguardo, se no lo chiederebbe, non vuole avere complimenti in quanto donna, se no li chiederebbe, e questo dover essere “protetta” rimane una frustrazione che attraversa in parte Vestire gli ignudi, ma diventa sempre più evidente negli anni a venire, man mano che cresce la riflessione. Ci mette trent’anni a rielaborare il tutto, e quando arriva Una storia breve ancora moltissime pagine sono permeate da questa insicurezza. La storia di Rosetta Solari è breve perché cronologicamente dura solo una manciata di mesi, da quando nel marzo del ’44 sale sui monti, fino alla liberazione, ma “brevità” della storia assume anche quel significato più profondo che è nella frase che dicono quasi tutte le partigiane, o staffette che sono state riconosciute poi come partigiane: «Non ho fatto niente, niente che valesse la pena di essere ricordato» mentre in realtà sono state fondamentali; questa consapevolezza è emersa nella storia solo a poco a poco e solo da un lasso di tempo breve, rispetto a quando Rosetta scrive, facendo uscire le loro azioni da quella “quotidianità insignificante”, dove spesso sono relegate le donne, per essere riconosciute come “eroiche”: certo, forse non protagoniste di grandi battaglie, da cui peraltro erano escluse a priori, ma azioni che le hanno cambiate, hanno dato un senso e un significato diverso alla loro vita e sono state utili e importanti per tutti e tutte.

In questo brano si trova la rielaborazione dell’esperienza partigiana: «Che cosa vuol dire essere partigiana? Significa far parte di un gruppo e condividerne il rancio, l’idea e il senso della fratellanza. Vuol dire dormire con le scarpe ai piedi, molto spesso sulla paglia o il fieno, lavarsi in uno stambugio con l’odore brutto delle capre e delle pecore. Mettersi in linea per ricevere il mestolo di rancio e la pagnotta. Vuol dire essere convinti che il mondo è messo insieme malamente e sentirsi forti a sufficienza, insieme e uniti, per scombussolarlo un po’ e resistere al prepotente. Vuol dire credere che un ordine nuovo sia possibile e cioè avere delusioni e illusioni. Fare la partigiana vuol dire tremare di paura durante il rastrellamento, ascoltare il suono della notte, delle foglie, l’abbaiare di un cane e fissare il buio che all’improvviso si è popolato di fantasmi e di minacce. Seguire un sentiero che può essere quello sbagliato e l’ultimo. Sentirsi nuda e scoperta nel biancore della neve. E vuole anche dire cercare e seppellire i morti.» Essere partigiana allora significa per lei anche ricostruirsi, arrivare a interrogarsi sul senso della scelta, ascoltarsi dentro ascoltando le altre e giungere a una consapevolezza più fondata degli avvenimenti; Rosetta sale in montagna dopo che ci sono saliti i suoi fratelli ed è stata arrestata e tenuta in carcere per quaranta giorni perché doveva dire dove erano nascosti i partigiani: ma lei ripeteva sempre e solo «sui monti», così quando viene rilasciata li va a cercare e rimane con loro. Rosetta è una ragazza che ha studiato in Scozia ed è una privilegiata perché frequenta la facoltà di Lingue alla Ca’ Foscari a Venezia, quindi ha la capacità di ripensare, riflettere e ragionare sul senso di ciò che è accaduto.

Le faggete della Val di Taro

Il rapporto con le persone locali è complesso, spesso i contadini sono diffidenti, guardano in silenzio, senza espressione, a viso chiuso, la colonna partigiana arrivare e passare, e si augurano che possa proseguire senza fermarsi e andare il più lontano possibile. Certo nei momenti in cui va tutto bene, c’è cibo ed è estate, si condivide volentieri; nei momenti in cui c’è paura, invece, è un muro contro muro, partigiane e partigiani vengono percepiti come un corpo estraneo, si spera che portino la guerra lontano dai propri campi. Spesso, però, ragazzi che hanno vissuto l’esperienza della casa incendiata, del furto del bestiame, di qualche congiunto ucciso dai tedeschi scelgono di arruolarsi tra i partigiani, e tra loro anche qualche ragazza, sotto la spinta di quello che può essere pure definito un desiderio di vendetta.
Partigiani e partigiane in questi boschi si sentono a casa, qui c’è la 1ª Brigata Julia e i tedeschi sono a Borgotaro. Qui si sentono in un posto sicuro, conosciuto, è un luogo di confine diviso tra Emilia e Toscana, è l’antica Apuania, la Lunigiana, vissuta come un territorio unitario senza rigide divisioni geografiche o distinzioni di appartenenze. Rosetta ama questi prati del Molinatico, sono posti che la fanno riflettere, la fanno stare bene in mezzo agli altri: «È bello svegliarsi di notte, stesa al buio sulla paglia e ascoltare il respiro degli altri che dormono; chiudere gli occhi e inventare il domani, un altro giorno ancora, quando qualsiasi cosa poteva succedere». Essere combattente sui monti non voleva dire solo pensare a cose materiali, trovare da mangiare, fare i sabotaggi lungo la ferrovia per impedire il passaggio dei rifornimenti o dei tedeschi che utilizzavano naturalmente la ferrovia che porta in Toscana e che parte da Borgotaro; non era solo questo ma anche immaginare un mondo nuovo, diverso, un mondo dove pure le relazioni umane sono diverse e dove tutto sarebbe stato appunto possibile. La realtà non sarà proprio così per più di un aspetto!

Una tappa al Lago Martino

È con questa riflessione che Rosetta arriva alla conclusione del suo percorso, con la consapevolezza che non si conclude mai perché è sempre tutto un processo: «Ai monti si cambia, alcuni cambiano più di altri, ognuno a modo suo quasi senza accorgersene, non ci sono regole, massime, leggi in questa nostra esperienza collettiva di affinità e contrasti, eccessi e passioni che ognuno di noi realizza.» La vita delle brigate, ci dice, ha questo in comune, un senso lontano dalla meccanica disciplina tedesca e dalla prepotenza fascista. Ricorda com’era bello sognare che un mondo nuovo sarebbe stato possibile, fatto non solo di altre relazioni politiche — non più il regime di prima, la fine della guerra, la liberazione, la pace finalmente — ma anche di relazioni umane nuove! Nel racconto del 2006, ma anche nell’89, Rosetta ha chiarissimo che quell’aspettativa di relazioni diverse fra uomo e donna non sarebbe potuta succedere, perché tutto ciò che ha sempre detto e su cui ha sempre riflettuto è proprio l’impossibilità di cambiare se per primi anche gli uomini partigiani avessero continuato a rimanere legati a degli stereotipi che vedono appunto la donna come un essere delicato  bisognoso di premure, di gentilezza e di protezione, oppure incapace di prendere le armi e andare a combattere, qualora lo avesse deciso. Tutto ciò le risulta sempre più chiaro e in modo politicamente trasversale: persino i suoi compagni, con i quali ha condiviso la stoffa del paracadute su cui dormiva, non riescono a cambiare l’approccio verso di lei come donna! Le diventa sempre più chiaro man mano che scopre anche la dimensione politica, nel senso di rapporto con i partiti, di sguardo politico sulla vita. Allora è vero che la guerra finisce e arriva la pace, ma per lei questo senso di frustrazione continua e verso la fine del libro appunta: «Uomini attorno a un tavolo hanno deciso: una ragazza al campo è una seccatura, un guaio. Forse fin dall’inizio lo hanno pensato, sin dalla prima marcia, compagni di scuola che fingono di non vedermi perché ho messo i calzoni, calzoni avuti in prestito, e porto il fucile sulla spalla, il fucile del prigioniero fascista. Mica possiamo lasciarlo al fascista, dice Eugenio [che è suo fratello], lo porti tu ma non farti delle idee: è scarico! Una marcia che non finisce più, avanti avanti sempre avanti nei campi nudi, mucchi di neve, scarpate rocciose, canaloni, una lunga staccionata; in salita i muscoli delle gambe fanno male, quando ci fermeremo? Avanti, sempre avanti… il buio ci insegue dal basso, dai tornanti, ci raggiunge… avanti, ancora avanti.»

Rosetta con Napoli nella 1a Brigata Julia

Tutte le esperienze, le fatiche, i pericoli, gli orrori vissuti in comune non sono serviti a farla considerare alla pari, anche tanti bei discorsi dei compagni più aperti a tutte le uguaglianze, pure fra uomo e donna… risulteranno parole vuote, promesse non mantenute; arriva il dopoguerra e quella vita in comune, promiscua, di sospensione delle regole, di nuovi rapporti anche amorosi e liberi… viene censurata, negata, nascosta, considerata scandalosa… le donne sono fatte tornare in famiglia e quello deve rimanere il loro posto! A lavorare ci va lui, il capofamiglia! Parte da qui tutta la difficoltà del dopoguerra e di un mondo di dominio patriarcale che viene sradicato solo, potremmo dire, alla fine degli anni Sessanta, con i movimenti femminili che, a partire dalle grandi conquiste del diritto di voto nel ’46 e di una Costituzione che getta le basi per l’uguaglianza fra i sessi, arrivano a consolidare il diritto al lavoro con la tutela della maternità, l’ingresso paritario in tutte le professioni e gli incarichi pubblici, compresa la magistratura, un nuovo diritto di famiglia e tanto altro; negli ultimi decenni la violenza sulle donne che si trasforma da reato contro la morale a reato contro la persona e ultima la legge sullo stalking. Ma il cammino è ancora lungo e il rischio di un ritorno al passato è dietro l’angolo: alcune leggi, anche fondamentali come la 194 sull’Ivg, vengono continuamente attaccate, e stereotipi e pregiudizi sono tutt’altro che spenti.
Al termine dell’escursione e nei saluti finali, ho presentato la sezione del concorso di Toponomastica femminile “Sulle vie della parità” intitolata “Percorsi e cammini”, con l’invito alle docenti a portare ragazzi e ragazze a conoscere le storie di figure, come la partigiana Rosetta Solari, basilari per la nostra democrazia, dedicando loro questi sentieri in modo tale che chiunque li percorra ancora, si ricordi di loro e possa prenderne esempio. Vedi al link: https://www.toponomasticafemminile.com/sito/index.php/didattica/scuola/concorsi1

Articolo di Danila Baldo

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Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, coordina il gruppo diade e tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa Femminista Europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane sino al settembre 2020.

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