Intervista a Panmela Castro, regina brasiliana dei graffiti

Artista, performer e attivista dei diritti umani con un passato da writer: lei è Panmela Castro, la “regina dei graffiti”.

Panmela nasce nel 1981 in un quartiere periferico di Rio de Janeiro e studia arte contemporanea presso l’Istituto di Belle Arti dell’Università Federale di Rio. Ha dipinto muri e partecipato a esposizioni da Miami al Cile, dall’Olanda al Sudafrica. Le Nazioni Unite conservano alcuni dei suoi lavori e l’organizzazione Vital Voices, fondata da Hillary Clinton, le ha conferito il Global Leadership Award for Human Rights.

Raccontami del tuo percorso artistico.

Ho iniziato a fare pixação [una tipologia di graffiti brasiliani] all’età di diciannove anni, sotto lo pseudonimo di “Anarkia Boladona”. L’ho fatto perché le ragazze della mia età non facevano altro che aspettare che qualcosa succedesse, speravano di conoscere un ragazzo con cui stare insieme, cui dare il primo bacio e cose così… a me interessavano le moto e poter andare in giro liberamente come i maschi. Allora una sera presi gli spray e feci graffitiin tutto il mio quartiere, senza rivelare a nessuno che ero stata io. Quando si scoprì, tutti gli uomini cominciarono a trattarmi in modo diverso, mi stringevano la mano, volevano essere miei amici, mi rispettavano come una di loro. Credo che desiderassi avere le attenzioni che nessuno mi dava in quanto donna e poter rivestire quella posizione di potere che io, solo per essere femmina, non avevo. Dal momento in cui feci azioni considerate maschili, mi liberai dalla condizione di “sottomessa”. Per cinque anni mi sono dedicata alla pixação e al bombing [operazione che consiste nel “bombardare” la città con il proprio nome] ma già iniziavo a fare murales. 

Pixacao

Ho avuto varie fasi nella pittura di strada, mi sono fatta conoscere per i volti colorati che raffiguravano donne e che erano associati a un discorso di violenza di genere; in realtà i miei disegni non avevano ancora alcun riferimento al femminismo, disegnavo solo quello che sentivo dentro. Adesso con la mia arte esprimo consapevolmente la condizione femminile, rappresentando spesso delle donne-simbolo. Dal 2010 ho cominciato a fare progetti sui diritti umani e non potevo più fare cose illegali come la pixação. Ho fondato l’ong Rede Nami, un’istituzione che si occupa di arte e diritti umani con l’obiettivo di lavorare con le ragazze più giovani e orientarle positivamente. Nel 2012 vinsi il Dvf Awards come Young Global Leader of the World Economic Forum.

Panmela e l’attivista Malala in visita alla Rede Nami

Come sei passata dall’arte urbana alle performance?

Il lavoro di performance esiste grazie all’esperienza dei graffiti e della strada, un posto in cui succedono davvero cose particolari. Ho fatto graffiti per molto tempo ma il muro non riusciva più a comunicare come volevo. M’interessava poter mettere in relazione le persone, l’ambiente e il mio corpo, dunque iniziai a fare esibizioni per avere un rapporto migliore con la gente e con la città. Mi hanno ispirato performer contemporanee come Gina Pane e Regina José Galindo. Adesso il mio lavoro performativo è riconosciuto tanto quanto quello dei graffiti. Dopo aver vinto il premio di grafiteira [artista d’arte urbana] dell’anno, ottenni quello di artista del secolo in cui, non esistendo una categoria femminile, ho vinto su tutti gli uomini. Nel 2017 la rete televisiva americana Cnn ha pubblicato online un articolo definendomi «la regina dei graffiti» e da lì tutto il mondo ha iniziato a chiamarmi così, nonostante che oggi mi occupi principalmente di performance.

Free, Urban Nation Museum, Berlin, Germania, 2017
A noiva (La sposa), 2019

Come ti relazioni con il pubblico durante le tue performance? 

Avendo fatto “scuola” in strada con i graffiti, l’interazione con il pubblico non mi spaventa, anzi, la ricerco. Una persona che interagisce con me dà qualcosa in più al mio lavoro, lo trasforma in altro. Per esempio, nella performance Ruptura (Rottura), ero seduta al centro della sala che ospitava la mia mostra, ho dato un paio di forbici al pubblico e ogni persona presente è venuta a tagliarmi una ciocca di capelli, fino a che non sono rimasta senza. L’atto di farmi recidere i lunghi capelli biondi deriva dal fatto che fin da bambina mia madre negava le mie radici afro. Mi allisciava i capelli, li tingeva di biondo dicendomi che così sarei sembrata una donna ricca, ma in realtà quello che voleva era farmi sembrare una persona bianca. Infatti, nella mia famiglia solo mio padre era nero, ma non l’avevo mai conosciuto. Mia madre mi diceva che avevo una carnagione più scura perché i miei antenati erano indigeni della foresta, un popolo socialmente più accettabile di quello nero. In verità si cercava di nascondere che ero di discendenza afro perché la mia famiglia era molto razzista, sono stata cresciuta con un pensiero razzista. Per questo mi si allisciavano e mi si tingevano di biondo i capelli. Essendo mulatta, il mio fenotipo può essere tanto bianco quanto nero e in questo modo avevo più possibilità di sembrare bianca. Quando ho scoperto la verità, ho fatto ricerche sulle mie origini e ho voluto rompere con questo processo d’oppressione che mi aveva impedito di entrare in contatto con la mia vera cultura. Per questo ho chiesto alle persone di tagliarmi i capelli, in modo da liberarmi di questo peso e lasciare che i miei ricci neri crescessero naturalmente.

Ruptura (Rottura), 2015
Ruptura (Rottura), 2015

In generale, nelle performance parlo sempre della relazione con l’altro; nonostante racconti della violenza di genere, quello di cui parlo è la ricerca sull’amore. La maggior parte delle violenze che le persone subiscono fa parte della nostra ricerca per essere felici, per trovare l’amore. In questo cammino incontriamo persone cattive e persone che ci fanno soffrire. Nell’esibizione Vagina Dentada (Vagina dentata) il mio amico e artista Calligrapixo scrisse sulla mia schiena il proprio nome di pixador paulistano [writer della città di Sao Paulo]. L’atto di incidere con un taglierino sulla pelle è un modo per trattare sia la relazione uomo-donna, che a volte può provocare del dolore, sia la violenza di genere, che provoca dei segni visibili e invisibili. In quell’atto abbiamo parlato di come l’emarginazione possa essere ambivalente: io donna, che subisco misoginia e razzismo, lui uomo, denigrato in quanto pixador. La scrittura sul corpo è un elemento ricorrente nelle mie esibizioni. Quando incido parole sulla pelle è per mostrare che questa è la vita. Potrei farlo con la pittura, ma non avrebbe la stessa intensità.

Vagina dentada (Vagina dentata), 2018
Ato delicado (Atto delicato), 2019

Qual è attualmente la condizione della donna in Brasile?

Stiamo vivendo in un periodo politicamente difficile. Pochi anni fa alcuni dei miei lavori sono stati censurati e delle mostre non hanno aperto. Da quando Bolsonaro è stato eletto c’è stata una politica che tenta di bloccare i movimenti sociali. Perciò, se prima lottavamo e lottiamo tuttora per introdurre la legge sull’aborto, adesso dobbiamo combattere per mantenere le leggi preesistenti come quella sul femminicidio (Lei do feminicidio) e la legge Maria da Penha contro la violenza di genere. Ci dicono che queste norme privilegiano le donne, ma è ovvio che siamo solo le vittime. Le ragazze che partecipano ai nostri corsi non apprendono solo l’arte ma ricevono anche una formazione politica femminista, che diffondono a loro volta.

Caminhar (Camminare), 2017

Inoltre qui in Brasile c’è del razzismo strutturale: è un pensiero radicato nella società dalla fine dell’Ottocento quando, con l’abolizione della schiavitù, il governo brasiliano avviò la politica di whitening[imbiancamento] della popolazione. Nel 2015, quando fu approvata la legge contro il femminicidio, si riscontrò che il 70% delle donne uccise erano nere e dunque ho deciso di focalizzare il mio impegno umanitario sulle donne di colore. Ho avviato un corso di graffiti gratuito destinato prettamente alle donne afro, alle quali fornisco i materiali per dipingere. Poiché la maggior parte delle ragazze che partecipano alla Rede Nami ha le possibilità economiche per comprarsi gli spray, con il corso AfroGrafiteiras [Afroartiste] ho aperto la strada anche a coloro che sono più svantaggiate. Grazie al nostro programma di formazione il numero di donne nere nella street art è salito notevolmente. Su seicento donne afro che hanno partecipato ai nostri corsi, trenta sono diventate artiste, com’è indicato nel portale Street art Rio di Rio de Janeiro, un sito che cataloga coloro che fanno arte urbana.

Quando ho incontrato Panmela era l’ottobre del 2019 e doveva partire a breve per l’Art Basel, la fiera di arte contemporanea che si tiene annualmente a Miami. Era stata invitata per dipingere un murale a Wynwood, il quartiere della street art. Il soggetto raffigurato faceva parte del progetto #RetratosRelatos [Ritratti di storie] dove l’artista raffigura volti di donne, una volta raccontata la loro storia. Panmela decise di rappresentare una fotografia pubblicata nel quotidiano nazionale brasiliano O Globo. Nella favela di Rocinha a Rio de Janeiro, una donna nera che aveva filmato gli abusi della polizia nei confronti di un ragazzo senza documenti era stata aggredita e arrestata dalla polizia stessa. Il murale di Panmela fu cancellato dalle autorità locali il giorno seguente.

Donna che ha filmato abusi dagli ufficiali di Polizia picchiata e arrestata, 2019
#RetratosRelatos (Ritratti di storie), 2019. La donna ritratta posa con le sue opere

*  *  *  *  *

Articolo di Livia Fabiani

dzb-yU3KLivia Fabiani nasce a Roma nel 1994. Si appassiona all’arte urbana mentre frequenta il liceo classico al Socrate, curando la realizzazione del murales ispirato al filosofo che dà il nome alla scuola. Si laurea in Scienze dell’Architettura, organizza live panting e mostre di street art, in particolare l’expo collettiva “Italian Urban Art” a Lipsia, in Germania e la prima mostra personale dello scultore urbano Andrea Gandini. Nel 2019 vince il Bando Regionale “Torno subito” arrivando fino in Brasile per realizzare un progetto sulle donne nell’arte urbana.

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