Pittrici e musiciste alla corte dei Medici

Continuando la serie degli articoli che, col proposito di omaggiare la regione che ospiterà in sicurezza il IX Convegno nazionale di Toponomastica femminile (Firenze, 29 ottobre/1° novembre 2020), illustreranno la costante partecipazione femminile al dialogo artistico nel territorio, in questo secondo intervento prenderò in esame alcune figure di pittrici e musiciste attive alla corte medicea in età barocca.

Calcografia di Caterina Pirola-Piotti,
raffigurante Arcangela Paladini, da un suo autoritratto

Arcangela Paladini (Pistoia, 1599-Firenze, 1622) fu artista di corte presso i Granduchi di Toscana, poeta e musicista oltre che pittrice. Figlia d’arte (il padre, Filippo di Lorenzo, pistoiese, era un pittore), visse i primi anni della sua infanzia a Pistoia, poi la famiglia si trasferì a Pisa, dove l’attività paterna è documentata dal 1603. Già da piccola Arcangela maneggiava gli strumenti di lavoro del padre, da cui sicuramente apprese i primi rudimenti artistici. Ma nel 1608 il padre morì: la vedova coi figli si trasferì a Firenze, dove Arcangela, che già aveva dimostrato un precoce talento non solo per la pittura, ma anche per il ricamo e la musica, fu presa sotto la protezione  dei Granduchi di Toscana. Qui, rimasta orfana dopo la morte della madre, fu allieva del pittore manierista Jacopo Ligozzi, e sappiamo di due tele che Arcangela dipinse nella sua bottega, San Francesco e Santa Chiara che si guardano; intanto nel monastero camaldolese di Sant’Agata lavorava ad una Strage degli innocenti per la sua protettrice, la granduchessa Cristina di Lorena, vedova di Ferdinando I de’ Medici, chiamata dai sudditi “Madama Serenissima”. Nel convento di Sant’Agata Arcangela completò la sua formazione in un ambiente ricco di stimoli culturali. Nel 1606 lasciò il monastero per sposare Jan Broomans, un ricamatore di tessuti e di arazzi, originario di Anversa, già al servizio dell’arciduchessa Maria Magdalena von Habsburg, moglie di Cosimo II de’ Medici. Dall’unione nacque una figlia, chiamata Maria Maddalena in onore dell’arciduchessa. Di questo periodo ci è giunta una sola opera, l’Autoritratto, del 1621, conservato nella Galleria degli Uffizi.

Autoritratto, Arcangela Paladini
S. Cecilia, Artemisia Gentileschi

È invece riccamente testimoniata la sua attività musicale a corte. Sappiamo da una lettera della compositrice Francesca Caccini che Michelangelo Buonarroti il Giovane scelse “la Signora Arcangiola” per cantare l’aria che introduceva la sua commedia La Fiera, rappresentata alla corte medicea nel febbraio del 1618. Arcangela cantò per la corte in più occasioni, a volte anche insieme a Caccini. Fu amica di Artemisia Gentileschi, sua contemporanea, e, secondo qualche fonte, fu la modella per l’immagine di santa Cecilia, patrona della musica, nel quadro dipinto da Artemisia. Dedita all’attività del ricamo, lavorava anche col marito a costosi ed elaborati ricami in oro e argento su abiti e tappezzerie. Morì giovanissima di tisi. Nel Libro dei morti, alla registrazione del suo decesso, è definita “Cantatrice della Serenissima”. L’arciduchessa Maria Magdalena concesse una dote di 1000 scudi alla figlia con l’obbligo, se avesse dovuto cambiare il nome di battesimo per monacarsi, di prendere quello di «Arcangiola, per conservare al mondo il nome di sua madre». La stessa fece realizzare nel 1623 una tomba monumentale nel Loggiato della chiesa di Santa Felicita, opera degli scultori Agostino Bugiardini e Antonio Novelli. Sopra il sarcofago è posto il busto dell’artista, mentre ai lati ci sono due bassorilievi raffiguranti la Pittura con tavolozza e pennelli e la Musica che suona l’arpa, entrambe con espressione addolorata per la morte prematura della donna.

Monumento funebre di Arcangela Paladini

E a proposito di musica, non si può non citare la fiorentina Francesca Caccini (Firenze, 1587 – Lucca o Firenze, post 1641), detta “La Cecchina”, ricordata per essere stata la prima donna autrice di un’opera. 

Cammeo con ritratto di Francesca Caccini
La Bella (ritratto di Francesca Caccini), Palma il Vecchio

Primogenita in una famiglia di musicisti, visse alla corte medicea. Si esibì appena tredicenne in occasione del matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV, re di Francia, e fu subito apprezzata per la sua bellissima voce. Anni dopo fu richiesta dalla stessa Maria de’ Medici alla corte di Francia, ma i Medici fiorentini le rifiutarono il permesso. Già all’età di diciotto anni iniziò a comporre, aprì una scuola di canto, suonava il liuto, il chitarrinetto e il clavicembalo; cantava anche in francese e in spagnolo. Iniziò a musicare le poesie di Michelangelo Buonarroti il Giovane, pronipote del grande Michelangelo. Scrisse madrigali, ballate e il primo melodramma composto da una donna, La liberazione di Ruggero. Attivissima collaboratrice negli spettacoli di corte, nel 1615, durante il Carnevale, rappresentò a Palazzo Pitti il Ballo delle Zigane, interamente musicato da lei. Si sposò con Giovan Battista Signorini, un cantante della corte, di scarsa genialità. Viaggiò in tournée, accompagnata spesso dal marito, per le corti italiane ed europee. Alla fine del 1626 il marito morì e da allora se ne perdono le tracce. Si sa soltanto che si rimaritò in Lucchesia, lasciando il servizio presso i Medici, e morì di cancro alla gola. Nonostante la fama e il successo di cui godette in vita, fu dimenticata. 

Ritratto di Checca Costa, Cesare Dandini
Ritratto di Margherita Costa nell’edizione del 1638 di Lettere Amorose

Altra cantante presso la corte fiorentina fu Anna Francesca Costa, dettaChecca, al servizio del principe Giovan Carlo de’ Medici. Richiesta da Mazzarino ai Medici insieme con altri musici della loro corte, cantò a Parigi nel Carnevale del 1645; in seguito al suo grande successo vi ritornò negli anni successivi. Pare che fosse donna spregiudicata e amante del cardinale Giovan Carlo, apprezzata per le sue doti canore, ma anche per la prestanza fisica. Fu a Firenze per un certo periodo, alla corte di Ferdinando II de’ Medici, pure la romana Margherita Costa (Roma, 1600-1657), forse sorella di Anna Francesca, poeta prolifica e virtuosa di canto, che esercitò anche il meretricio. Probabilmente si serviva del lavoro letterario per compensare i suoi facili costumi e ottenere con dediche favori dai potenti.

Copertina: Suonatrice di liuto, Orazio Gentileschi

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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