The social dilemma: più che un dilemma, un invito alla consapevolezza

The social dilemma è un film documentario, uscito il 9 settembre su Netflix, realizzato dal regista Jeff Orlowski, che offre moltissimi spunti di riflessione sulla tecnologia al servizio della comunicazione, sull’uso che facciamo noi dei social network e di quello che i social network fanno della nostra presenza online, sui rischi che creano, sull’impatto che hanno sulle generazioni più giovani. Premetto che sono stata da sempre una sostenitrice della comunicazione online (preferendo anche la parola online alla parola virtuale proprio perché ritengo che sia una comunicazione vera), di avere cominciato a praticarla già dagli anni Ottanta e di essere stata utente del World Wide Web già dalla seconda metà degli anni Novanta. Allora (stiamo parlando del 96-97) chi usava Internet aveva delle pagine personali e attraverso queste, si svolgeva gran parte della comunicazione. Praticamente il numero dei siti più o meno equivaleva a quello di chi navigava, ma questo non costituiva affatto una difficoltà! Anzi, le pagine personali erano un modo per individuare persone con interessi affini ai propri e conoscerle. Non c’era pubblicità, non c’era quasi nessun sito commerciale e c’era invece un sano spirito pionieristico che, a ripensarci oggi, fa venire un po’ di malinconia all’idea che sia andato perduto! E c’erano i guestbook, attraverso i quali ci si conosceva. Erano delle pagine, presenti su quasi tutti i siti, a disposizione dei visitatori che, compilando alcuni campi, potevano lasciare nome, indirizzo di posta elettronica ed eventualmente l’indirizzo del loro sito, e i commenti. Le pagine personali venivano fatte conoscere attraverso le directory dei siti che offrivano lo spazio, ad esempio Geocities. Rilevato da Yahoo quando era il 5° sito più diffuso al mondo, Geocities è stato chiuso da Yahoo Japan, che lo aveva rilevato, nel 2019. Come una città, Geocities era diviso in quartieri, tra cui, ad esempio, CapitolHill, il quartiere della politica; Athens, quello della cultura; SiliconValley, quello dell’informatica; SoHo, quello degli artisti. Quale scelsi io? Beh, Wellesley, ovviamente, il quartiere delle donne. Da Geocities a Facebook sembra che siano passati decenni, invece sono stati solo alcuni anni che però hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare online ma soprattutto il nostro senso di essere nei social network, prima protagonisti, ora oggetti. A spiegare, nel documentario, fino a che punto siamo oggetti, sono – tramite interviste – i pentiti che i social li hanno costruiti. Il documentario affronta tanti temi, tutti incrociati tra loro intorno al tema principale: quali sono le conseguenze indesiderate dell’essere tutti/e connessi/e tra di noi. Ci aiuta ad esempio, a capire che vengono messe in atto tecniche di progettazione persuasive che ci tengono incollati/e ai nostri dispositivi avendo imparato a comprendere i nostri interessi analizzando i nostri click e i nostri post. Ci mostra come i social influenzino in maniera enorme le scelte di voto, le decisioni di acquisto, accrescano odio e pregiudizi portandoci anche a credere a notizie false. Anzi, dando spazio alle notizie false e continuando a proporne sempre di più a coloro che hanno mostrato di credervi. È stato calcolato che su Twitter, ad esempio, le notizie false circolano sei volte di più di quelle vere. Un esempio sull’influenza delle scelte di voto lo abbiamo avuto qualche anno fa con il caso di Cambridge Analytica (di cui ha riparlato l’emittente britannica Channel Four in un servizio di fine settembre scorso) che profilò l’elettorato statunitense prima delle presidenziali per scoraggiare dall’andare a votare una grossa parte di coloro che avrebbero votato per Hillary Clinton e sicuramente non per Trump. In quel gruppo c’erano 3,5 milioni di afroamericani, 2 milioni dei quali poi in effetti alla urne non ci sono andati. Anche per le elezioni negli Stati Uniti del prossimo 3 novembre si prevedono attacchi. Mark Zuckerberg ha annunciato che le linee di difesa sono già pronte: lotta alle interferenze esterne, lotta alla disinformazione, maggiore trasparenza. Possiamo solo sperare che funzioneranno. Allo stesso modo Cambridge Analytica influenzò fortemente il referendum per la Brexit. Il documentario ci spiega che non siamo noi a decidere cosa visualizzare ma l’algoritmo dei social che studia ed elabora i nostri stati, le nostre foto, i nostri post, le nostre amicizie e poi ci mostra quello che ha compreso che ci attira di più. Ogni persona ha una propria realtà, anche una ricerca su Google fatta con le stesse parole chiave ci dà risultati diversi. E gli algoritmi diventano sempre più precisi, più esatti perché la tecnologia dal 1960 è diventata un trilione di volte più veloce laddove la velocità di un’auto è solo raddoppiata e il cervello umano è rimasto uguale. In generale gli algoritmi aumentano la polarizzazione sui più diversi temi: o si è a favore o si è contro… e i Mi piace tengono il conteggio. Ma perché si punta ad aumentare la polarizzazione? Perché ci mantiene online, ci fa sentire il bisogno di continuare ad interagire, non appena riceviamo le notifiche. Il documentario spiega anche perché l’uso dei social ci riduce a un prodotto. Pensiamoci, se non stiamo pagando per il prodotto allora vuol dire che il prodotto siamo noi, sono le ore che passiamo incollate/i ad uno schermo. Anzi, per dirla ancora meglio, è la nostra attenzione ad essere il prodotto: il graduale e impercettibile cambiamento del nostro comportamento e pensiero che viene attuato grazie alla conoscenza dei nostri sentimenti, emozioni, idee, pensieri. Per quanto riguarda invece i/le più giovani, i social network prendono il controllo dell’autostima e dell’identità dei ragazzi e delle ragazze, in particolare suggerendo un’idea di perfezione percepita su cui loro poi costruiscono la loro vita. I social stimolano a perseguire la popolarità ma si tratta di una popolarità fragile che porta a cercarne ancora e ancora. E questa ricerca della popolarità genera un incremento di depressione ed ansia. Nel documentario si riportano alcune statistiche su adolescenti americani: dal 2011, anno in cui ha cominciato ad accedere ai social la prima generazione di preadolescenti (cioè quelli nati dal 1996 in poi) c’è stato un balzo di ricoveri per atti di autolesionismo e purtroppo un numero molte volte maggiore di suicidi, in particolare tra le ragazze. Una generazione più fragile, meno propensa a correre rischi, fra cui per esempio decidere di prendere la patente o addirittura di innamorarsi. Tutto ciò viene chiamato tecnologia. Ma la tecnologia è solo l’hardware perché sono le scienze umane ad essere applicate negli algoritmi tecnologici: una tecnologia che impara a prevedere i nostri comportamenti è una tecnologia che si è nutrita di studi sulla mente umana, su come influenzarla, manipolarla e prevederne il funzionamento. Ma non sulla mente umana in generale bensì su quella di ognuna/o di noi! In qualche modo gli algoritmi sempre più complicati, più perfetti, grazie ai dati di cui dispongono e alla velocità della capacità di elaborazione, sfruttano una vulnerabilità nella mente umana, hackerano la nostra mente. E allora che facciamo? Non usiamo più i social? Ogni riflessione sull’uso dei nuovi media mi fa venire in mente il Mito di Theuth, la divinità egizia che si recò presso Thamus, sovrano dell’Egitto, per sottoporgli le proprie invenzioni, tra cui la scrittura, farmaco della memoria e della sapienza. Così gli rispose il faraone: «… la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre l’oblio nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi.» Ogni nuovo medium genera perplessità e pericoli. Non dimentichiamo quanto abbiamo parlato e parliamo di quanto può fare di dannoso la televisione che è realmente un medium del tutto passivo. Su internet, sui social, possiamo invece riappropriarci del nostro ruolo, cercare di usarli con maggiore intelligenza e consapevolezza ed essere usati di meno. Rifiutare in toto non avrebbe senso. Invece è utile capire, conoscere e cercare di usare senza essere usati.

Articolo di Donatella Caione

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Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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