Questione palestinese. Le guerre

Dopo la prima guerra arabo-israeliana (1948) e la crisi di Suez (1956), Israele vive nella massima tensione con gli Stati arabi confinanti, che rifiutano di riconoscerne la legittimità.
Già nel 1948 Israele ha occupato un territorio più grande di quello concessogli dall’ONU l’anno precedente, violando quindi il diritto internazionale. L’aggressività mostrata nel periodo successivo, in particolare in Egitto nel 1956 durante la crisi di Suez, non ha fatto altro che rafforzare l’ostilità dei Paesi circostanti, i quali però mancano di un’organizzazione politica e militare comune.

Crisi di Suez

All’ostilità araba si contrappone un sentimento nazionalista e razzista della popolazione israeliana, che giustifica la militarizzazione e l’espansione considerandole come legittima difesa.
A maggio del 1967 l’Egitto di Nasser blocca il Golfo di Aqaba nel Mar Rosso, utile per i rifornimenti israeliani, facendo scoppiare la guerra dei sei giorni, così chiamata per la brevità dell’impari conflitto. Il 6 giugno Israele attacca l’Egitto in uno scontro aereo e terrestre. La sua superiorità militare è tale da sbaragliare l’esercito egiziano in un solo giorno e occupare di nuovo l’intera penisola egiziana del Sinai e la striscia di Gaza, già occupate nel 1956.
L’indomani la Giordania entra in guerra in difesa dell’Egitto e Israele attacca la Siria. Di nuovo, la superiorità militare israeliana è schiacciante. Israele occupa le alture siriane del Golan e l’intera Cisgiordania (terra giordana a Ovest del fiume Giordano, non prevista dall’ONU). Il 10 giugno la guerra è già finita. La cosa più eclatante è che, con la Guerra dei sei giorni, Israele occupa l’intera città di Gerusalemme, che secondo l’ONU sarebbe dovuta rimanere zona internazionale. Nonostante la chiara contrarietà dell’ONU, Israele sposta la sede del parlamento da Tel Aviv a Gerusalemme in modo da far risultare la città santa di tre religioni come propria capitale.
Forte dell’appoggio USA e sbandierando il diritto alla difesa dal terrorismo islamico, Israele non restituirà mai i territori palestinesi occupati, annessi nel 1967 senza alcun riconoscimento internazionale.

La situazione dopo la guerra dei sei giorni

Dopo la Guerra dei sei giorni, la Giordania, privata di parte del suo territorio, si ritrova a dover gestire l’esodo di profughi palestinesi cacciati o fuggiti da Israele, diventando di fatto la sede della resistenza palestinese coordinata da Yassir Arafat nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), creando ulteriori tensioni tra il governo giordano e quello israeliano. Tutti gli atti di resistenza commessi dalla popolazione palestinese nei territori occupati sono puniti con rappresaglie israeliane anche in Giordania, inimicando i profughi palestinesi e il governo giordano.
Nel settembre del 1970 l’esercito giordano attacca i palestinesi ed espelle dal Paese l’OLP, che si trasferisce in Libano. Questo episodio è ricordato come “il settembre nero“. Nello stesso anno muore il presidente egiziano Nasser, succeduto da Anwar Sadat. Sadat rompe l’amicizia con l’Unione Sovietica e punta alla riconciliazione con gli Stati Uniti.

A settembre del 1973 scoppia un nuovo scontro, noto come guerra del Kippur. Durante la festività ebraica dello Yom Kippur, Israele viene attaccato simultaneamente a Nord dalla Siria presso il Golan e a Sud dall’Egitto sul Sinai per tentare di riconquistare i territori occupati. Di nuovo, la superiorità militare di Israele è schiacciante. L’attacco a sorpresa inasprisce l’astio israeliano verso il mondo musulmano, fino a portare al governo il partito di destra Likud, nazionalista e intransigente, il cui esponente più spietato è Ariel Sharon.

La guerra del Kippur. L’ingresso egiziano nel Sinai (6-13 ottobre) e il contrattacco israeliano (13-15 ottobre)

Nel 1978, con la mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter, si arriva agli accordi di Camp David, in cui viene negoziata la pace tra Israele e l’Egitto di Sadat. In particolare, l’accordo raggiunto prevede la restituzione all’Egitto del Sinai (ma non della striscia di Gaza) in cambio del riconoscimento egiziano della legittimità di Israele. La mediazione internazionale occidentale porta a un armistizio che però non risolve la questione della restituzione dei territori occupati e quindi permette di fatto a Israele di continuare l’occupazione. Gli altri Paesi arabi non riconoscono il trattato e nel 1981 Sadat viene assassinato in quanto traditore della causa araba.

L’esodo palestinese e la presenza dell’OLP turbano l’equilibrio del Libano, dove prima convivevano cristiani e musulmani, sciiti e sunniti. Il principale conflitto libanese negli anni Ottanta è tra gli sciiti di Hezbollah, legati alla Siria, e i cristiani del presidente Bashir Gemayel, legati a Israele. Nel 1982 Israele, sotto la guida diretta di Sharon, attacca le basi dell’OLP in Libano, con l’obiettivo di eliminare l’influenza siriana e fare del Libano uno Stato filoisraeliano.
La Siria interviene in difesa del Libano. Contemporaneamente all’invasione israeliana del Libano, che giunge fino ad assediare la capitale Beirut, viene assassinato il presidente libanese sionista Gemayel. In risposta all’omicidio di un alleato, la vendetta israeliana consiste nel massacro di civili palestinesi nei campi profughi libanesi di Sabra e Chatila, una strage tanto grave e clamorosa da far indignare persino l’opinione pubblica israeliana.

Il massacro di Sabra e Chatila

Nel 1984 Israele, per evitare nuovi attacchi siriani, stabilisce la creazione di una zona “cuscinetto” nel Libano meridionale sotto il proprio controllo militare ma formalmente affidata all’ONU; eppure non ha mai rispettato le ingiunzioni provenienti dalle Nazioni Unite di ritirare le truppe dai territori occupati, in cui gli insediamenti e le colonie ebraiche sono illegali anche secondo la stessa legge israeliana. Secondo l’ONU, Israele è tenuto ad abbandonare tutti i territori occupati nel 1967 e tornare ai confini del 1948: violando questa sentenza, Israele è fuori dal diritto internazionale.

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...