«Siamo sempre state donne, mai persone». La voce di Dacia Maraini contro la violenza di genere

«Siamo sempre state donne, mai persone» è il titolo di un’intervista che la scrittrice, poeta, drammaturga e giornalista Dacia Maraini (Fiesole, 13 novembre 1936) rilasciò a Lidia Ravera per il “Corriere della Sera”, pubblicata nel quotidiano il 7 aprile 1987, in vista dell’uscita del suo volume La bionda, la bruna e l’asino. Con gli occhi di oggi sugli anni Settanta e Ottanta. In quell’incontro con la scrittrice e giornalista Ravera, riflettendo sulla condizione femminile contemporanea, Dacia Maraini rilevava che, nonostante fossero entrate in vigore delle leggi significative per l’Italia, come per esempio l’introduzione del divorzio nel 1970, sul piano culturale gravavano ancora degli stereotipi che impedivano il pieno raggiungimento della parità per le donne. Esse, secondo l’autrice fiesolana, erano «sempre state omologate sul piano del sesso» e mai considerate delle persone al contrario degli uomini. Fin dagli albori della sua produzione letteraria — il romanzo di esordio è La vacanza del 1962 — Dacia Maraini ha rivolto l’attenzione al problema storico, sociale della violenza maschile che le donne subiscono quotidianamente, in ambienti differenti, in quanto donne e ha voluto restituire spazio e centralità alla loro soggettività attraverso un io femminile parlante e protagonista nelle sue opere. Ella, sensibile a tutto ciò che causa dolore, sofferenza e produce ingiustizie, affronta ogni male del tempo presente e passato, testimoniandolo e denunciandolo. Il dovere di levare la propria voce contro le iniquità ha radice nei valori che la scrittrice ha respirato in famiglia fin da bambina come il rispetto reciproco, il contrasto di ogni forma di razzismo, lo studio e la conoscenza e nell’esperienza di prigionia vissuta nel campo di concentramento di Nagoya, in Giappone (1943-1945), per il rifiuto da parte dei genitori, l’antropologo Fosco Maraini e la pittrice Topazia Alliata, di aderire alla Repubblica di Salò.

La violenza contro il genere femminile si presenta come uno dei temi cardine della poetica della Maraini, la quale mette in evidenza la trasversalità del fenomeno, il silenzio delle donne di fronte alla discriminazione subita, ma anche il loro coraggio nel denunciarla; l’autrice scava all’interno di miti, modelli patriarcali, prodotti culturali e storici che imbrigliano, ancora oggi, l’individualità, la libertà delle donne e degli uomini. Il desiderio di approfondire e di comprendere questo fenomeno che mina la dignità e il riconoscimento di una parte dell’umanità e di farlo attraverso le opere di una scrittrice amata sono state le motivazioni che mi hanno spinto a intraprendere questo lavoro di ricerca. Nel corso dell’elaborazione della tesi, grazie anche ai preziosi suggerimenti della mia relatrice, ho potuto notare che all’interno del panorama letterario italiano ci sono state altre scrittrici e poete che nel tempo si sono occupate di testimoniare la condizione femminile e le violenze perpetrate dagli uomini e dalle istituzioni a danno delle donne. La scrittura a firma femminile non può essere considerata un genere a parte, minore, legato ad aspetti sentimentali e intimisti, all’interno del quale vengono racchiuse le opere delle autrici senza alcun discernimento, senza tener conto della specificità, complessità e ricchezza di ognuna di loro. La letteratura che viene tramandata nei manuali scolastici e universitari presenta ancora una forte impronta maschile; un nuovo rapporto tra donne e letteratura deve necessariamente essere riscritto.

La tesi, dunque, è composta da tre capitoli. Un primo capitolo dove vengono ripercorse alcune delle tappe principali che hanno portato il problema della violenza maschile contro le donne all’attenzione pubblica e a una riconoscibilità giuridica in Italia, grazie all’impegno del movimento femminista e all’introduzione delle categorie socio-criminologiche del femicidio — dall’inglese femicide, con il termine si intendono gli omicidi di donne per mano di uomini in quanto donne — e del femminicidio — dallo spagnolo feminicidio, il termine include, oltre all’omicidio di donne per motivi di genere, atti, comportamenti violenti che minacciano la libertà, la soggettività, l’integrità e lo sviluppo della donna, determinandone l’assoggettamento, l’annientamento fisico e psicologico, senza causarne necessariamente la morte — a partire dagli anni Novanta; il termine femicidio è stato ridefinito e concettualizzato dalla sociologa e criminologa statunitense Diana Russell, mentre il termine femminicidio è stato introdotto dalla sociologa e antropologa messicana Marcela Lagarde. Sono state, inoltre, prese in esame le ricerche dell’ente Eures sull’omicidio volontario, della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, che dal 2005 rileva i dati sui femicidi diffusi dalla stampa locale e nazionale, e l’indagine ISTAT del 2006 sulla violenza contro le donne per comprendere scientificamente la gravità, l’entità del fenomeno e rilevarne le possibili cause e conseguenze.

Nel secondo capitolo, partendo dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Duemila, si individuano le opere narrative a firma di intellettuali, scrittrici e giornaliste italiane che hanno raccontato la violenza contro il genere femminile: Una fra tante (1878) di Emma — pseudonimo di Emilia Ferretti Viola —, Una donna (1906)di Sibilla Aleramo — pseudonimo di Rina Pierangeli Faccio —, Vae victis (1917) di Annie Vivanti, Maria Zef (1936) di Paola Bianchetti Drigo, Il sesso inutile (1960) di Oriana Fallaci, La baracca dei tristi piaceri (2009) di Helga Schneider, Smettila di camminarmi addosso (2009) di Claudia Priano,etc.; un percorso non esaustivo ma che vuole restituire una visione più articolata dei temi e dei generi della scrittura delle donne.

Nel terzo capitolo si ripercorrono la vita, l’attività letteraria di Dacia Maraini e vengono analizzate due sue opere narrative: Voci (1994) e L’amore rubato (2012), le quali sono esempi della continua e costante riflessione da parte dell’autrice sulla storica disparità di potere tra i sessi. Protagonista del romanzo poliziesco Voci è la giornalista radiofonica Michela Canova, la quale, con l’aiuto della commissaria Adele Sòfia, indaga sull’assassinio della sua vicina di casa Angela Bari, che, pur non conoscendola, scopre molto simile a lei. Le ricerche sul caso si intrecciano a quelle di altri episodi di femicidi insoluti su cui Michela sta lavorando per un programma alla radio. La protagonista, perciò, compie un viaggio all’interno di sé oltre che nelle vite di queste donne ingiustamente condannate al silenzio, alle quali sente di essere legata per una comune esperienza storica di separazioni, violenze e discriminazioni. L’amore rubato, invece, raccoglie otto storie che affrontano diverse manifestazioni del femminicidio; sono racconti che si ispirano a fatti di cronaca e che Dacia Maraini, lavorando con la propria immaginazione, ha voluto rendere dei casi esemplari, come in effetti sono. L’opera è la testimonianza di una cultura patriarcale che ancora oggi, tramite vecchie e nuove strategie, cerca di legittimare la violenza maschile contro le donne, permettendo che tale discriminazione passi sotto silenzio e non venga denunciata.

La tesi integrale al link: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/84_Sabbatini.pdf

Articolo di Vanessa Sabbatini

Laureata in Lettere e Ricerca storica e risorse della memoria presso l’Università degli Studi di Macerata, ha frequentato corsi di formazione universitari dedicati all’approfondimento degli studi di genere e rivolti alla promozione delle pari opportunità. La sua prima monografia è dedicata alla storia di una delle prime mediche marchigiane: Giulia Bonarelli Modena. Vita e pensiero di una medica del Novecento.

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