La Cecchina, compositrice alla corte medicea

Primogenita in una famiglia di musicisti, Francesca Caccini aveva appena tredici anni quando si esibì per la prima volta in pubblico, cantando nel Concerto Caccini, insieme al padre, alla sorella Settimia e alla matrigna, in occasione del matrimonio di Maria dei Medici con Enrico IV, Re di Francia.
Era nata nel 1587, nella corte medicea fiorentina, nota per la vivacità culturale, dove suo padre Giulio era musico e compositore. Fu lui ad occuparsi della sua educazione insegnandole la musica e le lettere. La Cecchina, come poi fu solito chiamarla e ricordarla, scrisse poesie in latino e nella lingua volgare, apprese le lingue straniere: cantava in francese e in spagnolo, suonava il liuto, il chitarrineto e il clavicembalo e all’età di diciotto anni iniziò a comporre. Aprì anche una scuola di canto e formò brave discepole.
Venne definita come donna di grande cultura, sensibile, di un carattere forte, esuberante, insolito, forse tipico di una altrettanto insolita genialità.
Grande fu lo spazio che conquistò come compositrice: iniziò a musicare le poesie di Michelangelo Buonarroti il Giovane, scrisse madrigali, ballate, variazioni, musica per voce, e un melodramma. Nel 1607 entrò ufficialmente al servizio della corte e divenne la musicista più pagata: passò dai 10 ai 20 scudi mensili, guadagnando più del marito, il cantante Giovan Battista Signorini.
Durante il Carnevale del 1615 al palazzo Pitti si rappresentò il Ballo delle Zigane, interamente musicato da lei, alternando brani esclusivamente strumentali a parti corali e ad arie solistiche. 
Tre anni dopo pubblicò il suo primo libro di musica a una e due voci.
Viaggiò in tournée per le corti italiane ed europee. A Varsavia, in onore del principe ereditario polacco Ladislao Sigismondo, rappresentò La liberazione di Ruggiero dall’isola di Alcina: è la prima opera italiana scritta da una donna e passa alla storia come la prima che si ricordi tra le opere italiane ad aver varcato le Alpi e diede l’impulso per affermare la supremazia del genio italico nel campo del teatro lirico. Oggi è custodita nella Biblioteca di Santa Cecilia. Negli stessi anni si dedicò alla stesura del Rinaldo Innamorato, rimasto manoscritto e andato perduto.
Alla fine del 1626, con la morte del marito, si perdono le sue tracce.
Rimane un unico ricordo di un contemporaneo che scrive: «Ella si rimaritò in un lucchese lasciando il servizio di queste Altezze et morì di cancro alla gola».
Dal 1640 non è più ricordata come vivente.
Nonostante la fama e il successo già nel 1700 Cecchina cade nell’oblio. Nel 1847 la sua persona e la sua arte vengono rievocate in un articolo pubblicato nella Gazzetta Musicale di Milano. L’Ambros nella Storia  della Musica ne scrive con profonda ammirazione: «Francesca era un genio, essa aveva l’ispirazione musicale anche più del suo celebre padre e nella sua opera ha eretto un monumento veramente fastoso al suo straordinario talento». Romain Rolland la colloca al di sopra su tutte le donne compositrici conosciute nella storia della musica. Ma viene attaccata violentemente dal musicologo tedesco Ugo Goldschmidt, la Cecchina a suo parere è stata sopravvalutata: «La musica della Cecchina è misera e inetta. La sua volgare melodia e il suo disperato basso sono ancora forse i più felici particolari della sua musica». Definisce la Liberazione di Ruggiero non Opera ma Balletto.
Francesca Caccini nasce e vive in un ambiente d’eccezione: tra un padre, un marito e una corte che oggi definiamo liberali, che le permisero di lavorare, di esprimere il proprio talento, di coltivarlo, di affinarlo, di viaggiare, di conoscere e di confrontarsi con realtà diverse. Le fu concesso e richiesto di esibirsi nelle chiese, luogo interdetto alle donne. Ma il suo successo ottenuto non è dovuto soltanto all’essere nata in una famiglia di musicisti straordinari, ad aver ricevuto un altrettanto straordinaria preparazione musicale, culturale, la sua fortuna fu anche quella di conoscere le più importanti figure letterarie e artistiche del periodo, raggiungendo una posizione tale che le consentì di comporre per una compagnia, e di far eseguire i suoi lavori.
Una vita da protagonista di corte, indipendente, come lo poteva essere una donna nel 1600, si dilegua e muore nell’anonimato, nell’irraggiungibile. Una semplice coincidenza?
Non si può attribuire, questa sua assenza dalle stagioni concertistiche, come risultato di critici accaniti, perché ve ne furono per la maggioranza in sua ammirazione.
Eppure le sue composizioni sono cadute vittime del pregiudizio che ne ha impedito la presenza nella storia della musica. Recentemente, in Italia, Elena Sartori, direttrice d’orchestra, e studiosa della letteratura e arte rinascimentale e barocca, ha eseguito le sue musiche e ha prodotto un’importante discografia.
Negli anni ’90 fu sempre una direttrice d’orchestra, Elke Mascha Blankenburg, a far eseguire dopo secoli di silenzio, la famosa Liberazione di Ruggiero, in un Festival musicale di Montepulciano.

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Articolo di Milena Gammaitoni

-SSaQ4nAProfessoressa di Sociologia Generale presso l’Università di Roma Tre, l’Università Jagellonica di Cracovia e la Sorbonne Nouvelle di Parigi. Si occupa di questioni relative all’identità, storia e condizione sociale di artiste e artisti, metodologia della ricerca sociale di tipo complementare. Cura e pubblica saggi in libri collettanei, riviste scientifiche e culturali ed è autrice di tre volumi monografici.

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