Caterina Sciuti, pittrice. Il destino delle figlie di padri illustri

Il comune lavoro con l’illustre padre di questa pittrice poco nota, il suo esserne stata allieva, la sua presunta collaborazione con lui, la frequentazione del medesimo studio, la sua scelta di sposare un pittore fanno pensare a quanto significativa dovesse essere stata per lei e per le sue scelte di vita la figura paterna. E possiamo immaginare che la complessità della relazione affettiva padre-figlia sia ancor più inevitabile quando entrambi finiscono per dedicarsi alla stessa arte e la giovane vive all’ombra del successo paterno. Non sempre è un vantaggio per una pittrice frequentare la bottega del padre, condividerne l’arte e a volte può essere un handicap che si paga in termini di successo, di memoria e di fama.
Nata a Giarre (CT) il 17 agosto 1864 dai coniugi Giuseppe e Anna Torrisi (certificato presso Ufficio Stato Civile di Giarre), la bambina fu battezzata nella chiesa di Sant’Isidoro Agricola, il Duomo, quattro giorni dopo la  nascita, avvenuta a casa con l’assistenza della levatrice Caterina D’Angelo, padrini Giovanni Fazio e Caterina Calì (Archivio della Diocesi di Acireale – Registri ecclesiastici di Giarre – chiesa Sant’Isidoro Agricola 1692-1910). Il padre, allora trentenne, era il noto pittore Giuseppe Sciuti (Zafferana Etnea, 26 febbraio 1834 – Roma, 13 marzo 1911), figlio del farmacista Salvatore e di Caterina dei baroni Costa di Acireale, dalla quale la bambina prese il nome.
Il trasferimento del padre dalla sua Zafferana nella florida cittadina jonico-etnea fu dettato dall’esigenza di trovare lavoro, in quanto l’operosa borghesia giarrese si costruiva intanto ricche abitazioni lungo la Via Callipoli e il Corso Italia e per abbellirle faceva dipingere i soffitti da apprezzati pittori. E da lì era facile anche spostarsi a Catania, dove si decoravano il Teatro Bellini e alcune chiese, e ad Acireale.
Poi il pittore si trasferì a Firenze, quindi a Napoli e nel 1876 a Roma, dove lo “Studio Sciuti” diventa uno degli studi romani di artisti che contano (cfr. Odescalchi, Ricordi artistici, 1876). Ma tornava spesso ad Acireale dove aveva amici, tra cui i componenti di due nobili famiglie: quella del cavalier Andrea Calanna e quella del barone Pennisi di Floristella, per i palazzi dei quali eseguì degli affreschi. Considerato dai critici il maggiore freschista meridionale dell’Ottocento, ci  viene descritto grande per le sue visioni, specie quelle di natura storica, tanto da essere definito «vivificatore della Storia» (Corrado Ricci), e per le dimensioni dei suoi affreschi, solitamente di m. 5×8; i suoi più ampi dipinti furono il telone del teatro Massimo di Catania: Il trionfo dei catanesi sui libici (m. 12×14) e quello di Palermo: Uscita di Ruggero I dal Palazzo Reale (m. 14 di base). Eppure l’uomo era piccolo di statura (m. 1,50), e anche la figlia lo era.
«La mia bisnonna nata a Giarre in provincia di Catania nel 1862 era una grande donna. Una pittrice compiuta, ricca di talento e d’immaginazione, ma piccola di statura. Per dipingere grandi tele utilizzava un tavolo, su cui si arrampicava sollevando le pesanti gonne e dipingeva come una furia. Ne sono fiera, soprattutto oggi che ho trovato casualmente un suo quadro in rete: Fanciulla Addormentata del 1894.» Il pezzo non è firmato, ma si presume sia dell’architetta Isabella Sacco, pronipote dell’artista, esperta d’arte e gallerista, come sembrò confermare nel 2011, data del centenario della morte del pittore, quando l’Accademia Zelantea di Acireale la invitò, gli dedicò una mostra e lo ricordò attraverso qualificati interventi nel corso di un convegno che divenne anche un volume dal titolo: Giuseppe Sciuti nell’anniversario della morte, stampato ad Acireale. La data di nascita data dalla pronipote non appare esatta ma influenza alcune case d’asta trovate nel web.
Dunque, la figlia Caterina fu emula del padre nell’arte della pittura e forse collaboratrice, da lui apprese l’arte, nel suo studio conobbe importanti pittori del tempo e, come il padre, prediligeva ampi spazi dove dipingere, anche se non disdegnava le tele più piccole.
Noi abbiamo le immagini di pochi quadri visibili sul web e di un altro di grande bellezza depositato presso la Pinacoteca dell’Accademia Zelantea di Acireale, che è stato difficile dapprima per noi visionare perché inventariato sotto il nome di Caterina Laudani, cognome del marito, come purtroppo spesso accade alle donne sposate. Si dedicò soprattutto al quadro di genere, a soggetti di figure e di modi d’epoca, ritratti ed eseguì tra l’altro: Un’interruzione improvvisa, La prova per il concerto e Jolanda, che apparvero a Roma nel 1888-1889. Ma sappiamo che dei privati possiedono qualche sua opera. Partecipò anche all’Esposizione Promotrice delle Belle Arti di Palermo nel 1894, come scrive  Patricia Adkins Chiti nel Catalogo Electa Una visione diversa: la creatività femminile in Italia tra l’anno Mille e il 1700 (p. 93).

La tela di Caterina Sciuti con dedica al padre e la firma conservata presso la Pinacoteca Zelantea di Acireale

Si nota nei suoi quadri, per quanto riusciamo a vedere, l’influsso della pittura del padre e il gusto per l’Impressionismo, quel movimento artistico nato a Parigi tra il 1860 e il 1870 e durato fino ai primi anni del Novecento, caratterizzato dal fatto i pittori amano dipingere “en plein air” ovvero all’aria aperta, con una tecnica rapida, una pennellata ampia e decisa, che permette di completare l’opera in poco tempo. E questo può spiegare la testimonianza della pronipote di Caterina, secondo cui questa «dipingeva come una furia».
Sappiamo che Caterina si sposò a ventinove anni, il 15 marzo del 1894 (Archivio di Stato-Stato civile italiano-Roma-Registro Atti di Matrimonio 1894 – Atto nr. 439), con il quarantunenne Salvatore Laudani, anch’egli pittore, nato nel 1853 a Pedara (Ct), paese dove viveva la cospicua famiglia, ma residente a Roma; i testimoni degli sposi furono Paolo Girolamo Orengo (vice ammiraglio) e Vincenzo Ciceroni (negoziante). Per capire l’importante milieu attorno a cui gravitava la famiglia, basta considerare che il primo, discendente dalla nobile famiglia degli Orengo di Roccasterone, prese parte a tutte le campagne di guerra risorgimentali e alla spedizione italiana in Crimea; nel corso della sua carriera ricoprì più volte alti incarichi presso il Ministero della marina e il 25 ottobre 1896, ossia due anni dopo il matrimonio di Caterina, sarà eletto Senatore.
Caterina visse con il marito a Roma, dove si era trasferita sin dal 1877, e risiedettero nel bel palazzo di Via Principe Amedeo, dove nacque il figlio Giuseppe il 30 aprile 1895 (Archivio di Stato-Stato civile italiano-Roma-Atti di nascita- Atto n. 2185); rimasta vedova, continuò sempre a vivere e lavorare nella capitale. È citata nel noto Dizionario Universale delle Belle Arti Comanducci come Sciuti Caterina Laudani XIX sec., dove in elenco trova posto anche il marito Salvatore Laudani. Morì nel Civico Ospedale di Tivoli, dove si era recata per un’incombenza ed ebbe un incidente che le costò la vita il 29 luglio 1941. Un suo ritratto che non abbiamo avuto il piacere di visionare si trova in una collezione privata.

(Ricerche archivistiche a cura del genealogista Sascha Di Bartolo che si ringrazia)

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Articolo di Marinella Fiume

FIUME MARINELLA 200X200

Laureata in Lettere classiche, dottore di ricerca in Lingua e Letteratura italiana, già docente nei Licei, è stata Sindaca di Fiumefreddo di Sicilia (CT), cittadina sulla costa jonico-etnea dove risiede. Autrice di saggi, romanzi e racconti, ha indagato l’universo femminile e i saperi tradizionali delle donne siciliane, sottraendole all’oblio della memoria; ha scritto per il Dizionario Italiane  e curato il Dizionario biografico Siciliane .

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