Perdere la strada aiuta a crescere

Durante il lockdown si esercitava tutti i giorni sulle scale di casa, zaino pesante in spalla, per non perdere l’allenamento. E poi, sempre a causa delle restrizioni della pandemia che rendono difficile esplorare luoghi lontani, ha cominciato a riscoprire i posti vicini nella sua Valle Camonica, scovando angoli segreti e impreviste bellezze.
Un esempio di grande resilienza quello di Franco Michieli, geografo-esploratore che ha percorso in lungo e in largo zone impervie dell’Italia, dell’Europa e dell’America Latina e scrive in uno dei suoi tanti libri che «non dedicarsi a cercare, spegne la vita». E che diventa del tutto comprensibile una volta conosciuta la sua particolarissima filosofia, costruita giorno dopo giorno in quasi quarant’anni di esperienza a diretto contatto con la natura.
Il primo viaggio, realizzato a soli 19 anni partendo il giorno dopo la fine della maturità con un compagno di scuola, l’ha portato a compiere un’avventurosa traversata delle Alpi ed è stato forse il più difficile proprio perché di esperienza ne vantava poca nonostante un’infanzia trascorsa a vagabondare felicemente per creste in compagnia di genitori, nonni, cugini.
È bastato incontrare un branco di cani randagi per lasciare il crinale e avventurarsi per un versante sconosciuto, dove calarsi a corda doppia affrontando molte incognite per poi “atterrare” nel bel mezzo di un fiume.
Ma con il passare degli anni e dopo molte esplorazioni, in particolare nei Paesi del nord Europa, è arrivato passo dopo passo ad abbandonare tutti gli strumenti di orientamento, tecnologici e non, per affidarsi esclusivamente a «mappe mentali» ricavate da una giusta combinazione di conoscenza ed esperienza.
«Si tratta in realtà di comportamenti ancestrali che la specie umana ha abbandonato, ma che possiamo ritrovare in quanto ci appartengono», spiega Michieli, la cui vocazione divulgativa l’ha portato a essere anche giornalista, scrittore e apprezzato conferenziere.

Franco Michieli in Scozia 2017, foto Lia Botta

Abbandonare la bussola, le carte topografiche, non parliamo poi del gps!, non è un vezzo per il gusto di andare controcorrente, ma una scelta precisa e consapevole per riappropriarsi del contatto diretto con l’ambiente che ci circonda.
«Non siamo più in relazione permanente con nulla, tutto è frammentato. Manca una narrazione continua che ci indichi la direzione».
Questa deriva avrebbe le sue radici addirittura nell’Ottocento, ha poi preso piede nel secolo dei conflitti mondiali e ha raggiunto il culmine nell’epoca attuale contrassegnata dall’abuso di strumenti tecnologici.
Il viaggio che ha segnato la svolta è stata la traversata della Lapponia norvegese da est a ovest, 500 chilometri da percorrere, tre soli villaggi e altrettante strade. «È stata la prima volta che sono partito lasciando a casa tutti gli strumenti, anche quelli cartacei, per basarmi solo sulla rappresentazione mentale degli ambienti». Questa infatti viene in soccorso quando per orientarsi non possono venire in aiuto gli elementi naturali: il sole, i corsi d’acqua, le catene montuose.
L’importante non è arrivare alla meta, anche se quando la si raggiunge è impossibile non provare grande felicità e soddisfazione. Ciò che importa soprattutto è il percorso, quel vagabondare apparentemente senza direzione tipico dell’infanzia, ma che in realtà è condizione indispensabile per essere connessi con sé stessi e con ciò che ci circonda.

Copertina di La vocazione di perdersi

«Per la nostra crescita è utile perdere la strada.» – scrive ancora nel suo piccolo ma prezioso saggio La vocazione di perdersi – «L’evoluzione della vita si fonda sulle deviazioni.»

Forse la sua filosofia ci può essere utile non solo per attraversare langhe sperdute ma anche per navigare in questo mare d’incertezza che la pandemia ci costringe ad affrontare. Insieme a quell’altro insegnamento, l’importanza dell’esperienza, perché «la conoscenza si è allontanata dall’esperienza e si basa su dati e informazioni su cui non abbiamo alcun controllo.»
Ma non illudiamoci.
Anche quando sarà passata la buriana, dovremo darci una regolata se vogliamo sopravvivere come specie su un pianeta devastato e sfruttato all’inverosimile.

«Non basta il ricorso anche massiccio alle energie alternative, dobbiamo condurre una vita più sobria, darci dei limiti», mette in guardia il geografo-esploratore.
Lo sa bene lui che, al confine tra Finlandia e Norvegia, non ha visto impronte umane sulla neve ma solo scie lasciate dalle motoslitte degli allevatori di renne.
Per non parlare del turismo di massa, esploso nell’ultimo decennio anche a causa dei voli low cost.
«È insostenibile e genera un eccesso di inquinamento. Due anni fa, durante un viaggio in Islanda, ho visto un antico anfiteatro lavico dell’epoca vichinga trasformato in Centro commerciale. Arrivavano i pullman pieni di turisti che si facevano un selfie, entravano nell’emporio e subito dopo ripartivano.»
Se la filosofia del geografo-esploratore Michieli vi sembra inattuabile da parte di noi comuni mortali, sappiate che non è così.
Da alcuni anni tiene corsi di orientamento ed escursioni all’insegna del camminare lento che stanno avendo molto successo, soprattutto tra le appartenenti al genere femminile.

https://www.cammini.eu/

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Articolo di Annamaria Vicini

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Giornalista pubblicista con laurea in Filosofia e master in Comunicazione, ha collaborato con alcune delle maggiori testate nazionali. La passione per le tecnologie digitali l’ha portata a dirigere un sito internet e delle news di Mall Tivì, a curare un blog di successo e a fondare l’associazione CoderMerate, che promuove l’insegnamento del coding e della robotica educativa a bambini e adolescenti. Ha pubblicato il romanzo Non fare il male, e l’eBook Abbracciare il nuovo mondo. Le startup cooperative.

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