Hotel Nord America di Giacomo Mameli

È appena uscito per le edizioni nuoresi Il Maestrale il nuovo romanzo di Giacomo Mameli, Hotel Nord America, che ci introduce a una vicenda femminile senz’altro poco nota inserita nel contesto sociale sardo a partire dalla fine degli anni Trenta. L’autore – giornalista e romanziere – è nato nel 1941 a Perdasdefogu, in provincia di Nuoro, località in cui si ambienta la storia, ma anche dove ogni anno lo stesso Mameli organizza il festival letterario “SetteSere, SettePiazze, SetteLibri” di cui è il direttore artistico. Nonostante la situazione contingente, si è svolto anche quest’anno, fra la fine di luglio e i primi di agosto, con ospiti illustri che hanno animato le piazze seguendo il filo conduttore prescelto: “Aprire le coscienze – Nel segno di Paolo Fabbri” (il semiologo scomparso il 2 giugno che avrebbe dovuto aprire la rassegna); al suo posto è arrivata invece Benedetta Tobagi, con il suo recente libro Piazza Fontana. Una curiosità legata alla odonomastica: il paese  – quasi certamente – è l’unico in Italia ad aver dedicato una piazza al romanzo Il giorno del giudizio (capolavoro di Salvatore Satta), una a Cent’anni di solitudine e un’altra alla Longevità, visto che qui vivono otto ultracentenari (su poco più di 1800 abitanti) e l’indice di vecchiaia supera il 14% (in Italia la media è 10). Quando si dice che le Amministrazioni locali possono “osare” scelte intelligenti e originali…
Ma veniamo alla storia narrata con mano leggera e felice da Mameli.
La protagonista e voce narrante è una delle 32 giovani diplomate all’Alma Mater di Bologna come ostetriche nel giugno 1939, quasi una laurea in una sede prestigiosa. Felici, orgogliose del risultato, vestite a festa e ben pettinate ritirano i diplomi, ma le attende una novità inaspettata: senza neppure raggiungere le rispettive famiglie per un saluto, devono partire per le destinazioni loro assegnate. In 22 andranno in Sardegna, anzi: in provincia di Nuoro dove la situazione sanitaria, relativa soprattutto a partorienti e nascite, è molto difficile. All’epoca in Italia 144 bambini/e su mille morivano entro i cinque anni e le regioni con i maggiori rischi erano Veneto, Piemonte, Umbria, seguite dalla Sardegna. Mancanza di igiene, di acqua, di servizi, di elettricità, promiscuità con gli animali, denutrizione, malattie endemiche (malaria, tifo, tubercolosi, epatite…), ignoranza, abitazioni fatiscenti… Il regime fascista che premia le famiglie numerose e le madri prolifiche decide dunque di inviare in varie località rimaste nell’arretratezza delle giovani istruite e ben preparate per fare anche opera di educazione, informazione, prevenzione. Dovranno rimanere almeno cinque anni nella rispettiva sede e, dal loro arrivo, tutte le nascite avverranno per legge con la loro assistenza. È così che Ida Modestina Raffaella Naldini – nata nel 1914 da una famiglia di antifascisti in provincia di Salerno ma residente a Marradi (FI) – diventa “s’allevadora ” (sa levadora o maistra ‘e partu) nel paese di Perdasdefogu (pietre da fuoco), detto anche Foghesu, immerso in una natura primordiale, alle falde del Gennargentu. Ma prima dell’arrivo dal continente, c’è il viaggio; qui va precisato che il libro si articola in 20 episodi, nell’arco di tempo dal 1939 al 1979, e il primo riguarda la sosta a Nuoro. Si viene dunque a spiegare il titolo un po’ oscuro del romanzo: perché “hotel Nord America”? Questo è il nome dell’albergo dove le ostetriche sono alloggiate prima di partire con vari autobus per la loro destinazione. Ma c’è un problema: si tratta di un albergo frequentato da prostitute in cui avvengono certi tipi di incontri; gli uomini si accalcano all’ingresso e disturbano le signorine con richieste imbarazzanti. Dovranno intervenire i carabinieri per pattugliare tutta la notte e assicurare loro il meritato riposo dopo un viaggio scomodo e stancante. Da qui in poi seguiremo la vita personale e professionale di Ida durante la quale ha aiutato a mettere al mondo 1.842 fra bambini e bambine. A Foghesu si ambienta da subito e riesce in breve ad ottenere un piccolo ambulatorio relativamente ben fornito; le abitazioni sono talvolta misere, le persone povere ma hanno un cuore generoso e riconoscente. Ida (detta in paese Signorida) capisce di essersi integrata quando comincia a sognare in sardo: luoghi, nomi, situazioni, personaggi. Si sposa dopo pochi mesi con un bravo giovane del posto e nell’arco di quattro anni ha tre maschietti; i genitori ormai in pensione decidono di lasciare la Toscana e di vivere con lei, inserendosi senza problemi nella realtà locale. Mentre iniziano gli anni Quaranta, fa la sua apparizione il primo camion, di marca Isotta Fraschini; si saprà poi che ha trasportato banchi e lavagne per la scuola di Lanusei: questo si chiama Progresso, con la P maiuscola (episodio 6). Molto divertente, nell’episodio 5, il resoconto delle storpiature del latino, utilizzato per preghiere e canti religiosi, al punto che si è creata dal nulla una nuova santa (Donna Bisòdia- dona nobis hodie), mentre Regina patriarcarum è diventata: Regina partìa a carru (la regina è partita sul carro a buoi). La levadora fa il suo mestiere con scrupolo e passione, la mortalità infantile e delle puerpere praticamente è sconfitta, intanto si occupa anche di iniezioni, piccole medicazioni e consulenze varie, coadiuvata dal medico che arriva da fuori in motocicletta.
Lasciando a chi vorrà il gusto piacevole della lettura e dovendo operare delle scelte, segnalo uno degli episodi più belli, il n. 7, in cui Mameli trae dal diario di Ida – ritrovato nel 2012 – delle pagine straordinarie per umanità, significative per contenuto, originali per le informazioni fornite. Credo infatti che pochi/e lettori e lettrici sappiano che nel 1943 anche la Sardegna era diventata terra di deportazione per famiglie di “zingari” (detti qui pilingrinus), mentre si metteva in atto una sorta di Shoah italiana: sono state calcolate circa 500.000 vittime sinti, rom e kalè in una persecuzione dimenticata, certo poco raccontata. A Foghesu – paese ospitale – esisteva da tre secoli una festa dedicata all’accoglienza dei forestieri, perciò anche le due donne slave di cui si parla furono accolte con generosità e affetto. Una, Stella, era colta, raffinata, intelligente e seppe farsi amare insegnando a leggere e a scrivere alle ragazze e andando a scuola a declamare poesie. L’altra, Rosina, proprio qui diventò mamma della piccola Lalla, che fu praticamente adottata dalla comunità, insieme ai due fratelli maggiori, ben integrati fra gli amichetti locali: chi portava loro il latte, chi dava del pane, mentre la donna si ingegnava ricambiando con lavori di sartoria. Ovviamente fu Ida a far nascere la bambina, autorizzata dal Podestà, anche se arrivarono le interrogazioni dei poliziotti che ebbero da ridire; rispose: «Io ho rapporti con persone. E Lalla e Rosina sono persone. (…) I loro figli sono miei figli. Anche vostri. Appena posso li invito a mangiare a casa.» Ci fu anche una festicciola per il battesimo, nonostante la povertà estrema, per tutta quanta la popolazione.
La Storia fa il suo ingresso a Foghesu grazie soprattutto al referendum e al voto del 1946, quando si fronteggiano Democristiani e Sardisti e le donne in prevalenza accettano di buon grado il consiglio dei mariti, anche perchè qui non si sente la radio, arrivano pochissimi giornali, l’analfabetismo è diffuso. Ma è un bel giorno comunque, una vera festa, nonostante in paese vinca la Monarchia. Una svolta avviene nel 1956 (episodio 13): Perdasdefogu, località isolata e circondata da vasti ambienti spopolati, diviene base militare: «sede di un poligono Interforze, cioè rappresentativo di tutte le forze armate, perché si creerà una “base” per sperimentare missili e razzi.» Questo vorrà dire lavoro, nuovi esercizi commerciali, si aprono la farmacia e l’edicola, si appaltano fognature e rete idrica, arrivano militari ed esperti con le famiglie, ma anche famosi giornalisti (primo fra tutti Egisto Corradi), si cercano alloggi stabili. «Il battesimo del cielo avviene alle ore 13,30 del 25 ottobre 1956 con quattro missili “a carica combustibile ridotta”.» Il paese si modernizza: illuminazione pubblica, 3 negozi di parrucchiera e 9 di alimentari, 16 bar, 2 forni. C’è chi studia l’inglese, chi acquista il televisore, la popolazione vuole le scuole medie, che nasceranno dopo la famosa riforma del 1963.

La vita di Ida procede, fra gioie professionali e lutti dolorosi: dopo la scomparsa dei genitori, un evento terribile, la morte del figlio più piccolo Aldo caduto dal triciclo; in breve anche il cuore malato del marito Orazio cede e la levadora si trova vedova a 47 anni. Gli ultimi episodi raccontano delle ripercussioni della legge Merlin, della rivolta per il grano, accaparrato dai soliti prepotenti, di un eccezionale lieto evento in una sorta di spelonca a cui Ida arriva con un elicottero militare (bellissima narrazione), finché il libro si  conclude a Nuoro, come era iniziato. Le ostetriche sarde si incontrano nel 1979 per il convegno annuale là dove un tempo sorgeva l’hotel Nord America, poi fatto chiudere; qualcuna è vicina alla pensione, come Ida, altre sono giovani ed entusiaste. A loro rivolge un saluto e un ringraziamento sentito il sindaco-medico Antonello Soro che ricorda una celebre ostetrica del remoto passato: Fenarete, la mamma di Socrate che da lei imparò la “maieutica”. Lui estraeva la verità dall’animo umano, loro estraggono dal grembo materno una nuova creatura.
Una volta conclusa la lettura, a noi resta il piacere di aver conosciuto Ida e di averne ripercorso l’esistenza inserita in modo sapiente nel passare del tempo e nel contesto, da cui c’è sempre da imparare. Carlo Bo – citato dall’autore nella Premessa – era solito dire: «Ogni uomo, ogni donna sono monumenti della storia, bisogna scavarci attorno, e a lungo. Scavando si trovano radici, pietre, terra, vita.»

***

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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