A scuola senza stereotipi. Un progetto di educazione al genere attraverso il linguaggio teatrale

Il tema della violenza degli uomini contro le donne trova una rinnovata visibilità, in questo periodo storico, supportata dalla nascita di associazioni, attività di formazione, interventi di sinergia tra il mondo della scuola e il mondo della ricerca universitaria. Questa pluralità di iniziative volte a contrastare il pregiudizio che sottende ogni tipo di discriminazione segna una svolta epocale. Un punto di non ritorno, che mira a “decostruire l’ovvio” mettendo in discussione immagini di femminilità e maschilità formate nel corso dei secoli e mantenute in vita dalle gerarchie di potere che strutturano il nostro sistema sociale. Un punto di non ritorno iniziato negli anni Cinquanta e Sessanta, con l’ingresso delle donne all’istruzione di massa e al mondo del lavoro retribuito.

La pedagogia di genere, da più di trent’anni, ci aiuta a comprendere come il genere sia una categoria relazionale socialmente costruita, pertanto i processi discriminatori basati sull’appartenenza sessuale passano attraverso le influenze familiari, i testi scolastici, i messaggi dei media, il rinforzo istituzionale. La socializzazione discriminatoria colpisce anche bambini e ragazzi a causa di modelli di maschilità dominanti, che ruotano intorno ai concetti di lavoro produttivo, successo economico, aggressività. Il bisogno di appartenenza ha a che fare con il senso di sicurezza e col sentirsi amati: assecondare lo sguardo dell’altro diventa allora un modo per conquistare un posto nel mondo, a scapito però di una profonda ricerca di identità che esplori e metta a frutto i talenti, le inclinazioni personali di ognuno. Gli esempi che si ricevono, così come le aspettative, implicite o esplicite intorno a un bambino o a una bambina ne condizioneranno profondamente le scelte.  Ed ecco allora fenomeni di segregazione occupazionale — segmenti di lavoro dedicati alle donne e altri agli uomini — e di autosegregazione formativa. Dopo la formazione di una coppia, i dati ci dicono che le donne dedicano più del doppio del loro tempo al lavoro familiare rispetto agli uomini. Segno, evidentemente, di un’educazione che orienta gli uomini all’ambizione e le donne alla cura. Senza scomodare le statistiche, sono noti gli squilibri salariali tra uomini e donne a parità di mansione, come l’esiguo numero di donne in posizioni di potere — basti pensare alle sole sei rettrici universitarie italiane rispetto ai restanti settantaquattro, per l’appunto, uomini — come sono noti i numeri di donne costrette a lasciare il lavoro o a rinunciare alla carriera per svolgere un lavoro familiare non retribuito. La stessa fatica non sembra essere vissuta dalla controparte maschile che difficilmente chiede il part time e non dichiara di avere problemi di conciliazione tra vita familiare e vita professionale.

Se l’educazione di bambini e bambine orienta verso comportamenti e scelte formative, è qui che dobbiamo andare a lavorare, “aggiustando il tiro”, partendo da una delle agenzie di socializzazione per eccellenza: la scuola. Se da una parte, infatti, emergono le iniziative volte al contrasto agli stereotipi, dall’altra sappiamo che la maggior parte delle scuole italiane ancora non intraprende pratiche di educazione al genere, nonostante il comma della legge 107 del 2015 stabilisca che il piano triennale dell’offerta formativa debba «promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni […]».

Il progetto “Storie senza stereotipi” è attuato in una scuola primaria di provincia e vede il coinvolgimento di tre classi seconde e di una classe quinta. L’adesione è stata volontaria da parte delle insegnanti. L’idea è nata da un percorso di tesi nell’ambito di una seconda laurea in scienze della formazione primaria, arricchita da una ricerca sulle buone pratiche di educazione al genere. Il progetto si inserisce nell’istituzione scolastica agendo su due fronti. Il primo è quello della formazione con gli/le insegnanti, il secondo è quello delle proposte con le bambine e i bambini. Il percorso volto alle/gli insegnanti vuole avviare una riflessione sul ruolo del/la docente all’interno dei processi formativi — in riferimento al  ruolo attivo, mai neutro, dell’insegnante nella costruzione o trasmissione di stereotipi — e porre l’accento sul curriculum nascosto: valutare l’esperienza di vita — storicamente e socialmente collocata — come forma di conoscenza che condiziona il cosa si insegna e, ancora di più, il come. Il primo passo per praticare un insegnamento sensibile al genere è dare visibilità alle donne praticando lo sdoppiamento di genere, a scapito del maschile inclusivo. La lingua è fondamentale per creare immagini, modelli ai quali bambini e bambine possono ispirarsi. A tal proposito, recentemente il Miur ha evidenziato la scarsa presenza di ragazze nelle facoltà scientifiche e ha proposto attività che favoriscano l’avvicinamento delle giovani alle discipline Stem (Science, Tecnology, Engineering and Mathematics). Il traguardo è significativo, ma nulla viene proposto per avvicinare il mondo maschile alle discipline umanistiche. Segno forse di un prestigio attribuito alle scienze: attività più remunerate e appannaggio maschile. La sfida della scuola è educare non per mantenere un sistema sociale, ma per aiutare il soggetto a formarsi, a costruirsi per la scelta professionale che più lo attira e per la società in cui si trova meglio.

Nella seconda parte di questo progetto si propongono ai bambini e alle bambine delle storie e per narrarle si sceglie il linguaggio teatrale. Il Novecento è testimone di un rovesciamento del teatro, da fine a mezzo. Un teatro che privilegia il processo più del prodotto, un teatro necessario, dove non vi è azione di gruppo senza un lavoro su sé stessi. Un teatro che apre l’orizzonte dei mondi possibili, che moltiplica i campi di pensabilità, lontano da ruoli e stereotipi sociali in cui siamo immersi/e, di cui la scuola risente perché legata, in quanto istituzione, alla cultura di appartenenza. I modi del fare teatro a scuola spaziano dal gioco drammatico alla narrazione, dal laboratorio alla messa in scena di testi autoprodotti. Le proposte del progetto consistono in uno spettacolo teatrale e tre letture animate, con una riflessione circa i temi proposti e con la produzione di elaborati e manufatti. Il teatro, nella forma della messa in scena, costruisce uno spazio di finzione condivisa, dove la posizione protetta di spettatore/spettatrice consente una facile relazione con — in questo caso — personaggi che rappresentano degli antistereotipi sociali. Se il teatro è «ciò che accade tra l’attore e lo spettatore», allora l’uso del linguaggio teatrale risulta essere un veicolo efficace per fare educazione al genere come, fin dai tempi antichi, è l’uso dell’arte nei processi formativi.

La scelta del linguaggio teatrale scaturisce in parte da una mia formazione e in parte dalla volontà di usare l’arte come veicolo per l’educazione e l’emancipazione delle persone. Per natura il teatro non nasce per l’esistente, ma per le possibilità dell’esistere, concetto caro anche a una pratica di educazione al genere. Il teatro è esperienza di una relazione e questo può generare significati condivisi; in questo senso può agire sulla cultura, sui modi di pensare, sul senso comune. Lo spettatore/attore è testimone di un mondo “altro”. L’esperienza si fa conoscenza, dunque fonte di cambiamento: il cuore dell’educazione al genere. L’importanza del corpo nell’azione teatrale, inoltre, lo sottrae a modelli di bellezza omologanti ai quali sono sottoposti anche i corpi di molti bambini e bambine, con raccomandazioni sul come muoversi e sul come vestirsi, sul tipo di scarpe, gonne, colori, il tutto in base al sesso, in particolar modo per le bambine. I nostri corpi sono il primo luogo in cui si gioca la rappresentazione della differenza sessuale, spesso prima che sorga un grado di consapevolezza nelle persone anche di tenera età. L’esposizione abituale o frequente a forme di arte teatrale, inoltre, sensibilizza i piccoli e le piccole alla narrazione e all’estetica teatrale, stimolando le capacità espressive.

I temi che si vogliono affrontare sono l’identità — intesa come capacità di riconoscersi, in preferenze, gusti, talenti, caratteristiche di personalità, la giustizia sociale in un’ottica di parità e l’immaginazione futura del sé — attraverso l’uso del genere femminile nelle professioni. La drammaturgia della messa in scena si ispira al libro Il trattore della nonna. Il testo fa parte di una collana di libri illustrati sull’identità di genere e contro gli stereotipi, diretta da Irene Biemmi, docente di pedagogia di genere presso l’Università di Firenze. La magia del teatro consente a bambini e bambine di incontrare personaggi vicini alla loro realtà, ma non stereotipati. Ed ecco dunque che gli alunni e le alunne della scuola primaria parleranno con una nonna che non vede l’ora di andare sul suo trattore a cogliere i frutti nel campo e con un nonno premuroso e indaffarato che ama occuparsi della casa facendo i lavori domestici e che prepara succulente torte per la sua compagna in arrivo dal lavoro agricolo. Nella letteratura per l’infanzia le sottorappresentazioni sono molteplici e non riguardano solo le tematiche di genere e le presenze maschi/femmine. Le persone anziane, come quelle disabili, i migranti o la pluralità dei modelli familiari, che animano la realtà dei nostri figli e figlie, non trovano un’adeguata immagine nelle narrazioni, dove i protagonisti hanno caratteristiche fisiche tipicamente caucasiche, dove i disabili non compaiono e dove i nonni sono spesso rappresentati con figli e nipoti e non come anziani che coltivano le loro passioni. Nel racconto nessun altro personaggio appare oltre alla coppia di vecchietti, segno forse che si può essere una famiglia anche in due. L’antistereotipo è affrontato anche grazie a La principessa di papà, dove il padre ha caratteristiche che la tradizione affida al femminile, come il senso di cura, l’apprensione e la sensibilità. Si tratta di un uomo che passa il suo tempo ad accudire la figlia e che non manca di occuparsi di mansioni domestiche. Trovo sempre interessante l’approccio della pedagogista e saggista Barbara Mapelli quando parla di nuove virtù,  come la cura, l’umiltà, la dipendenza. Dipendenza che non è debolezza ma è riconoscersi umili, una condizione della vita umana che, se valorizzata, ci permette di vivere in armonia con i nostri bisogni, spezzando la dura e dolorosa storia delle separatezze e delle gerarchie tra i sessi. Un tema fondamentale nella differenziazione per genere è l’espressione delle emozioni e dei sentimenti: come vengono tollerati o valorizzati in base al sesso e come vengono sviliti o rimossi. La rimozione dell’aggressività nelle donne, ad esempio, è il risultato di un’educazione protrattasi per secoli. Ed ecco allora che la valorizzazione del papà va di pari passo con il bisogno di autonomia della figlia che ricerca l’esplorazione e l’avventura. È curiosa e intraprendente. Il suo trasgredire le regole assume la forma di un gesto di avvio al pensiero critico. Il tema della giustizia è affrontato per la classe quinta drammatizzando La vera storia dei bonobo con gli occhiali. Si tratta di una storia tratta dalla famosa edizione Dalla parte delle bambine, nata negli anni Settanta. Osservare una comunità «di bonobi, bonobe, bonobine e bonobini» che suddivide il lavoro in base all’appartenenza sessuale provoca domande e stimola a trovare soluzioni. Queste soluzioni saranno chieste alle/ai bambine/i, poi invitati a ipotizzare una società più equa nella distribuzione delle mansioni lavorative in termini di parità di genere.

Il percorso termina con le professioni declinate sia al femminile che al maschile e con la realizzazione di una sagoma di carta da vestire con la professione preferita. I limiti che il progetto possiede possono diventare temi di approfondimento per eventuali futuri sviluppi. È importante, ad esempio, il coinvolgimento delle famiglie per garantire una corretta informazione e collaborazione; l’uso del linguaggio teatrale inoltre potrebbe declinarsi in una metodologia laboratoriale. L’educazione al genere è una tematica fondativa del fare scuola e non può esaurirsi in interventi di persone esterne, tuttavia, restituendo alla teatralità una capacità trasformativa e non solo una funzione di intrattenimento, può essere uno strumento utile — come ogni strumento artistico — per promuovere una cultura della parità.

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Articolo di Patrizia Danieli

Nata nel 1980, Patrizia Danieli è educatrice alla teatralità e insegnante. Laureata in scienze dell’educazione e della formazione primaria, da diversi anni si occupa di pedagogia di genere, attraverso percorsi di formazione per adulti e adulte, ma anche attraverso laboratori di narrazione per bambini e bambine. Nel mese di marzo 2020 ha pubblicato Che genere di stereotipi? Pedagogia di genere a scuola. Per una cultura della parità, Ledizioni. Scrive sul blog http://www.questionidigenere.com

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