Rosina Frulla, la partigiana

«Io so solo che il rosso è il colore della mia passione, della mia lotta. Il colore della mia vita. E che anche quest’anno la mia bandiera rossa sarà lì, nell’angolo sinistro del mio giardino, perché tutta la via sappia che qui vive un’antifascista vera». La democrazia è faticosa richiede impegno, intelligenza critica, la dittatura è più facile, ci pensa “lui”. A chi ancora oggi sostiene che il 25 aprile sia ‘divisivo’, rispondiamo celebrando l’opera unificatrice di una donna, e con essa, quella di tutte le donne che hanno partecipato attivamente alla lotta di Liberazione dal regime nazifascista, attraverso un sottile lavoro di tessitura — mappare e fare rete, secondo il modo di essere e stare al mondo delle donne — «per restituire voce a quella “Resistenza taciuta”» come nota a ragione nel suo articolo Elisabetta Liz Marsigli, «che ha circondato staffette, combattenti armate o coadiuvanti».

Rosina Frulla

Rosina Frulla nacque a Pesaro il 30 novembre 1926 da una famiglia di umili origini. A causa della precoce dipartita del padre, emigrato in Francia all’età di trentuno anni, si trovò costretta a iniziare a lavorare, dapprima svolgendo mansioni di servizio, poi come operaia in una filanda: significativo e profetico, quasi un destino, questo incipit inaugurale di una stagione che la vedrà in prima linea nel tessuto connettivo della Resistenza antifascista, se pure il suo agìto non sia ancora abbastanza sedimentato nella memoria collettiva. Eppure le donne furono presenti trasversalmente nella Resistenza, sia quella civile: donne appartenenti a diverse estrazioni sociali impedirono rastrellamenti e innescarono l’insurrezione cittadina; sia come combattenti in prima linea e staffette, senza le quali la guerra partigiana sarebbe stata inattuabile. Non vi fu attività, lotta, organizzazione a cui non abbiano partecipato, costruivano e mettevano insieme, muovendo instancabilmente il tessuto sotterraneo della guerra partigiana, un’arte, quella della tessitura, che già Virginia Woolf riteneva essere prerogativa delle donne, e in modo particolare della signora Ramsay, protagonista del suo capolavoro Al faro (1927): «E lo sforzo del legare e del fluire e del creare poggiava tutto su di lei. Di nuovo sentì, come un dato di fatto puro, non ostile, la sterilità degli uomini; perché se quello sforzo non lo faceva lei, non lo avrebbe fatto nessuno».

Decisiva per la militanza di Frulla fu la frequentazione di una famiglia antifascista, quella di Luigi Fabi, il quale sarebbe diventato una figura di riferimento per lei e per il fratello. Anche del lavoro nella refezione scolastica, fece strumento di lotta: Rosina era solita portare viveri ai soldati italiani prigionieri dei tedeschi ad Alberghetti. In sella alla sua bicicletta, distribuiva clandestinamente l’Unità, testata del Pci, messaggi e armi, e partecipava a riunioni clandestine che si svolgevano in chiesa, luogo in cui venivano illustrati piani e programmate azioni. Insomma, a diciassette anni divenne una staffetta partigiana. La Resistenza delle donne assunse ancora connotati specifici: fu una forma di emancipazione dal dominio fascista, e quindi patriarcale. La mente geniale di Virginia Woolf, come i grandi classici e forse di più, ancora una volta si presta a rileggere e interpretare il presente, o in questo caso, il nostro passato: nel saggio Le tre ghinee (1938) — secondo Luisa Muraro un’opera «senza precedenti nella letteratura politica» — ella sostiene che l’oppressione del sesso maschile su quello femminile, il patriarcato, è il germe del fascismo, e più ampiamente di ogni forma di oppressione: «E, dunque, la donna costretta a respirare quel veleno e combattere quel verme silenziosamente e senza armi, nel chiuso di un ufficio, non combatte forse contro il fascismo e il nazismo come chi lo combatte con le armi in pugno, con tanta fanfara e sotto gli occhi di tutti? Non sarebbe giusto aiutarla a schiacciare quel verme qui, nel nostro paese, prima di chiederle di aiutarci a schiacciarlo all’estero? E che diritto abbiamo noi, Signore, di predicare ad altri paesi i nostri ideali di libertà e giustizia, quando ogni giorno della settimana dai nostri giornali più influenti spuntano insetti come questo?». La battaglia delle donne quindi è per definizione antifascista.

Rosina Frulla entrò a far parte dei Gruppi di difesa della donna, i quali nel dopoguerra avrebbero costituito il nucleo storico del movimento femminile da cui nascerà l’Unione Donne Italiane (Udi) di Pesaro, si impegnò attivamente per la creazione di forme di supporto sociale, imprescindibili alla partecipazione delle donne alla vita lavorativa e civile: «gli asili, le scuole, le colonie, la distribuzione degli indumenti ai bambini, l’organizzazione delle mense, l’ospitalità ai figli e alle figlie delle famiglie più colpite dalla guerra». Nel 1952 sposò Ferruccio Sorbini, anch’egli partigiano, ed ebbe due figli. Il suo instancabile impegno abbracciò lotte operaie, sindacali e politiche; nel 1964 si candidò al consiglio comunale di Pesaro nella lista del Pci, ponendo sempre al centro della sua agenda la tutela delle lavoratrici e delle donne meno politicizzate.

In occasione della sua morte, avvenuta il 10 gennaio 2015,, il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, notò come: «Nei difficili anni della ricostruzione non fece mai mancare alla città un contributo appassionato sia in campo sociale sia nell’impegno politico. Contribuì con le sue lotte a creare una Pesaro attenta anche ai bisogni delle donne e dei giovani». A partire da dicembre dello stesso anno, si sono susseguite una serie di iniziative volte a restituire luce e visibilità all’operato di questa donna, che ha combattuto per la libertà di tutte e tutti: da quella lanciata dall’Osservatorio di Genere è nato un progetto dal titolo Le vie delle donne marchigiane con l’intento di dedicare una via o una piazza a una donna marchigiana (l’iniziativa ha acquisito forma nel volume omonimo — ODG Edizioni, 2017 — per le cure di Silvia Alessandrini Calisti, Silvia Casilio, Ninfa Contigiani e Claudia Santoni); l’associazione Toponomastica femminile ha creato una voce dedicata a Rosina Frulla su Wikipedia; poi ancora, il 12 marzo 2017, la Libera Università di Alcatraz, fondata e diretta da Jacopo Fo, su segnalazione di una classe di studenti di Ferrara, le ha assegnato un posto lungo il Viale delle Giuste, un percorso di circa 1500 metri all’interno del Parco Museo di Alcatraz, con sculture dedicate a quaranta donne coraggiose che hanno combattuto e sacrificato la propria vita in nome della libertà.

«Se lotti per la libertà, non hai paura, mai!» ha sostenuto per tutta la sua vita l’impavida Rosina Frulla. Una donna che ha disobbedito al regime fascista e ha contribuito alla costruzione della democrazia nazionale. Una ri-belle e, come lei, oltre 55000 donne ancora oggi non ricordate come meriterebbero. Belle, ciao!

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Articolo di Eleonora Camilli

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Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS ‒ Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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