Mio figlio tra bullismo e cyberbullismo

In libreria mi sono imbattuta in questo agile volume che mi ha conquistato alla prima occhiata: si tratta di un testo dalla stesura chiarissima, dal contenuto ben suddiviso in sezioni e capitoli, dall’impaginazione accattivante nella sua semplicità. L’autore è un esperto che sa divulgare e sa spiegare: il professor Giuseppe Maiolo, psicologo e psicanalista, docente all’Università di Trento, in cui insegna Psicologia dello sviluppo e Psicologia delle età della vita. Si comprende subito che ha molta esperienza nel dialogare con giovani e adulti, con genitori e docenti; da tempo è formatore e promuove incontri in tutta Italia per seguire nei percorsi formativi quanti/e si occupano dell’educazione e della salute fisica e mentale delle nuove generazioni.
Il libro, alla lettura, mantiene le promesse evidenziate nel retro della copertina e costituisce un utile strumento per informarsi, per capire, per intervenire. Il sommario già ci porta sulla strada giusta: nella prima parte  vengono fornite le conoscenze basilari sul tema bullismo/cyberbullismo. In particolare si spiega l’uso dei mezzi tecnologici nell’era digitale, nella società “liquida” in continua trasformazione ed evoluzione. Via via incontriamo dei box con dati statistici, con efficaci sintesi, con ulteriori approfondimenti (ad esempio: Che cos’è il child grooming?) e intere pagine dedicate a storie vere, accadute non solo in Italia, in cui il fenomeno si tocca con mano, in tutta la sua crudele realtà, come la vicenda esemplare di Valentina e della sua persecutrice Sara. Essenziale è il rapporto in famiglia e fra adulti e adolescenti: «si deve recuperare il valore del limite […] educare vuol dire essere modelli di buone prassi. […] educare vuol dire coerenza e capacità di reale condivisione.» No quindi ai divieti, sì alla collaborazione, no all’autoritarismo, sì alla autorevolezza, no alla comunicazione esclusiva tramite la rete, sì alle relazioni non mediate da uno schermo.
La seconda parte, la più corposa, comincia con lo spiegare efficacemente le varie forme di bullismo (dall’inglese bullying, ovvero maltrattamento, prepotenza) diretto e indiretto, in cui al vero e proprio elemento dominante fanno da aiutanti e da cornice i/le complici, il branco, o i semplici spettatori, ugualmente coinvolti e responsabili. Naturalmente l’aggressività giovanile è sempre esistitita ed è interessante comprendere come e perché si diventa bulli (o bulle): ma oggi, ancora più che in passato, compare un senso di onnipotenza in mancanza di limiti e regole (vedere schema p. 35). Si può bullizzare a parole, con il contatto fisico, in maniera strumentale (danneggiando ad esempio aggetti altrui o estorcendo denaro) o anche relazionale, attraverso l’isolamento; ma l’escalation può arrivare al vero e proprio odio le cui forme più diffuse ed evidenti sono quello discriminante e razzista (verso vittime di altre etnie o persone disabili), quello di genere (solitamente di maschi verso femmine), quello omofobico. Le ragazze non sono esenti dal bullismo, ma il loro spesso è più subdolo, sommerso, fatto di calunnie, false amicizie, aggressioni verbali che si prendono gioco della psicologia della persona fragile; per far parte del gruppo (o di una vera e propria gang) può accadere che una vittima a sua volta si unisca all’individuo leader, diventandone gregaria. Molto importante, suggerisce l’autore, è sforzarsi di capire se il proprio figlio o la propria figlia sono vittime, senza far loro degli interrogatori polizieschi, ma osservando i loro comportamenti e i cambiamenti. Ma la famiglia e la scuola devono anche vigilare per prevenire e bloccare sul nascere certi fenomeni, ricordando sempre che esiste la legge 71/2017 del Codice Penale quando si entra nell’ottica di veri e propri reati, mentre il Codice Civile aiuta (con l’art. 2043) ad ottenere risarcimenti e coinvolge nelle responsabilità le persone adulte di riferimento, colpevoli di non  aver vigilato. Inutile rammentare a cosa può portare il bullismo: disagio, ansia, depressione, fobie, chiusura in sé stessi, disturbi del sonno e alimentari, autolesionismo, fino alle estreme conseguenze del suicidio. Il fenomeno si è certamente aggravato con l’uso illimitato della “rete”, ecco quindi il cyberbullismo che si serve di mezzi nuovi e potentissimi, che raggiungono la vittima ovunque si trovi e che non si cancellano con un colpo di spugna o si rattoppano con un cerotto. A pag. 58 viene fornita una serie di dati, ma viene anche spiegata in sintesi la gamma delle violenze attraverso foto, video, insulti, intimidazioni, rivelazione di dati e informazioni, messaggi diffamatori, profili falsi. Il bullo tradizionale, robusto e prestante, qui si nasconde invece nell’anonimato, si fa forte del mezzo usato, sta a casa sua e gli sembra di partecipare a un gioco, almeno all’inizio, senza empatia, senza più la capacità di immedesimarsi, senza rispetto né pudore. Tanto non lo vede nessuno! Anche il concetto di amicizia, per questa gioventù digitale (i cosiddetti millennials), è cambiato e si gestisce, per così dire, a distanza, con faccine, like, bacetti, ma è tutto finto e virtuale; è un misero sostituto di un vero rapporto di solidarietà, scambio, stima, conoscenza da cui molti/e ormai rifuggono.
Una parte del testo è dedicata alle nuove forme di bullismo digitale, di cui talvolta il mondo degli adulti resta all’oscuro per disinformazione o distrazione. Si parte dal fenomeno del sexting (composto da sex e texting) che consiste nell’invio di foto-video di sesso esplicito o allusivo: Maiolo qui ricorda cosa accadde a una giovane donna talmente perseguitata dall’ex-fidanzato con immagini hard della loro relazione intima che, dopo aver lottato inutilmente, si tolse la vita il 13 settembre 2016. Esiste poi il body shaming per cui l’umiliazione si basa sull’aspetto fisico della vittima, considerata brutta, sgraziata, grassa; c’è il vamping per cui in piena notte, come il vampiro, si disturba, si chiama, si naviga alla ricerca della preda designata. Altra forma assai subdola e pericolosa è pull a pig, una specie di “gioco” che si basa sulla seduzione e sull’inganno, attraverso l’adescamento, la manipolazione, la falsa amicizia. Ci sono poi le vendette sessuali (revenge porn), il catfishing (far abboccare all’amo tramite false identità), il flaming (che infiamma gli animi, crea inimicizie e conflitti), e ancora l’outing, il doxing, l’exclusion. C’è chi si diverte a molestare e offendere, grazie al muro fra sé e il prossimo creato dai social (harassment), o a fare il troll, ovvero il provocatore, magari allo scopo di rendersi interessante e farsi notare. Non mancano neppure il furto di identità e, cosa veramente incredibile, lo swatting, un metodo per imbrogliare le forze dell’ordine con chiamate per denunciare reati inesistenti e creare inutili allarmi. Nel 2017, negli Usa, dove si contano oltre 400 casi all’anno del fenomeno, un uomo è stato ucciso sulla soglia di casa perché ritenuto un criminale pericoloso dopo una telefonata fatta “per scherzo” da due giovani del Kansas. Gli hater spargono odio e possono condurre fino al cyber-bullicidio quando la vittima, spesso adolescente e fragile, arriva al suicidio, non reggendo più la pressione e perdendo quel poco di equilibrio psichico che le è rimasto, dopo aver perso la dignità e la sicurezza.
Importante perciò, raccomanda ancora l’autore (p. 89), riconoscere il disagio sia della possibile vittima sia del possibile bullo, perché tutto nasce da qualche causa più o meno remota ma individuabile.

Si arriva così alla terza e ultima parte del libro: come prevenire, attraverso buoni modelli, autorevolezza, attenzione. Pre-occuparsi, scrive Maiolo, vuol dire occuparsi prima che qualcosa accada: quindi cercare di non essere genitori, educatori o educatrici distratte e assenti, ma viceversa osservare e controllare l’evoluzione e la crescita di ragazzi e ragazze, educando all’empatia verso il prossimo attraverso l’esempio e le buone pratiche. Molto utile ed efficace, a pag. 101, la tabella con le “C” indispensabili in questo rapporto: competenza, controllo, coerenza, condivisione, curiosità, e altre “c” si potrebbero aggiungere nel processo educativo, per esempio chiarezza, complicità, cura…

Il libro non finisce qui, ma fornisce altri spunti per dare delle regole, anche nell’uso dei cellulari, per collaborare con i /le docenti, per fronteggiare le varie situazioni nel modo più corretto ed equilibrato. È completato da un elenco di letture e di film da vedere, di link da consultare, di azioni di tutela in base alla legge vigente e per ricevere aiuto attraverso la scuola, le forze dell’ordine, il numero verde istituito dal Miur (800 66 96 96).
Un libro davvero utile, chiaro, esauriente, da leggere una prima volta per intero ma da tenere poi sotto mano, se si vive e si lavora a contatto con le/i giovani, fragili proprio perché spesso soli e senza guida; l’importante è vigilare senza opprimere, sostenere senza imporre, comprendere senza giudicare.

***

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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