Parole per noi

Tante parole. Fiumi di discorsi. In questo inusuale inizio di anno scolastico è presente la consapevolezza che la scuola è tragicamente, e finalmente, al centro dell’interesse generale, dell’agenda politica, della comunicazione mediatica in tutte le sue forme.

Qualche mese fa, quando si faceva fitta la discussione sull’apertura o meno a settembre e sulle problematiche da affrontare per evitare gli eventuali contagi, Massimo Recalcati poneva lo sguardo sull’importanza e la necessità di pensarla non solo in termini di protezione sanitaria. Perché limitarsi a ragionare sulle distanze necessarie da preservare, sul rischio degli assembramenti e sulle mascherine, elude la realtà effettuale, non ci fa vedere come stanno le cose. «Ma la scuola italiana è da tempo in terapia intensiva. Ben prima del Covid »– dice Recalcati. E perciò, per risollevarla, ci vuole una “terapia d’urto”: deve essere rimessa al centro la relazione, che non è un’appendice esterna alla didattica, ma è la condizione di ogni didattica. La tecnologia non può supplire alla vita comunitaria della scuola perché, non dimentichiamolo, curare la scuola vuol dire difendere la stessa condizione di civiltà del Paese Italia.

Voi direte che anche queste sono parole, come i tanti discorsi generali, spesso pressappochisti se non addirittura demagogici. Servono poco. Sono le persone che fanno la differenza e per questo le persone devono essere al centro delle nostre attenzioni, soprattutto se attraverso scelte e azioni possiamo evitare di escludere chi sta già in fondo alla fila.

«Banchi sì, banchi no… 2 metri, 1 e 80, ma no, ne basta 1 dalle rime buccali… e se mettessimo le visiere? Il labiale è importante… non si può, non è sicuro. E penne, quaderni, libri, li possiamo passare? No! Non si può… Prof, nemmeno la ricreazione possiamo fare con le classi del piano di sopra? Ma là c’è mia sorella… Che senso ha?»

Ancora parole. E poi ci sono le sigle, gli acronimi, le formule strategiche. Perché dalla Dad, didattica a distanza, siamo passati alla Ddi, didattica digitale integrata, e dal Pai, piano di apprendimento individualizzato, al Pia, piano integrato di apprendimento. Speriamo solo che queste novità siano in grado di scongiurare altre perdite, altri abbandoni, altre sconfitte.

Quale la via? Ripartiamo dal nostro sentire. Attraverso sguardi carezzevoli, occhiate penetranti, sorrisi mascherati e consolanti, entro nella mia quinta.

Ragazze, ragazzi, dove eravamo rimasti?

Prof, avevamo il compito di pensare a parole che fossero in grado di esprimere qual è il nostro orizzonte di senso in questo inizio.

Ricordo… «Parole per noi». E allora, dopo l’appello emotivo (dare una valutazione in decimi sullo stato emotivo di ognuno di noi, me compresa), condividiamo la parola che meglio esprime il proprio sentire.

Tanta incertezza, confusione, precarietà, smarrimento ma anche moltissima pazienza, speranza, ottimismo, rinascita. Peppe è l’ultimo a parlare. Anziché parole condivide una canzone, un’immagine: Radioactive degli Imagines Dragons. Ci limitiamo ad osservare. Un giovane solo, su piloni di pietra separati l’uno dall’altro, davanti un orizzonte incerto. Stranamente i colori non sono i toni scuri del nero, ci sono bagliori di luce, si intravede un nuovo giorno. Mentre la musica dolce ci fa sentire bene.

***

Articolo di Vera Parisi

CLWqknay.jpegInsegna Filosofia e Storia al Liceo Scientifico Dell’IIS Matteo Raeli di Noto. È referente dei progetti PTOF Toponomastica femminile – Sulle vie della parità ed Educazione relazionale-affettiva e C.I.C. Parte del gruppo Noto/Avola di T.f, è attualmente interessata alle tematiche relative alla comunicazione relazionale, alla cittadinanza attiva e alle pari opportunità, sulle quali svolge il ruolo di formatrice.

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