Senso di fame. Fame di certezze

Appena appoggiato il vassoio sul tavolo, in sala mensa, anziché accomodarsi e iniziare il pranzo, la nuova arrivata torna a mettersi in fila.
«Cosa fai? — le chiedo — Siediti e mangia, adesso, altrimenti si raffredda tutto!» «Sono in fila per mio fratello — precisa lei, visibilmente infastidita — lo aiuto, altrimenti combina qualche disastro.» In effetti, in coda accanto a lei, c’è un ragazzino con la pelle olivastra e i capelli corvini, proprio come i suoi. «Do io una mano a tuo fratello, non preoccuparti — ribatto con un tono che a me pare tranquillizzante — tu vai a mangiare.» «No.» risponde Julia, guardandomi dritta negli occhi. «Cosa vuol dire no? Guarda che non succede niente se…» provo a proseguire. «Invece sì, succede. Mio fratello lo aiuto io. Facciamo presto, guarda, siamo già quasi al distributore di posate.» La fermezza del suo tono e l’intensità del suo sguardo mi spiazzano. Decido di lasciarle vincere la prima battaglia. «Come vuoi, allora — dico, allontanandomi un pochino — però solo per oggi. Domani rispettiamo la regola: ognuno prende il proprio vassoio. Vedrai che tuo fratello imparerà subito, come te.»
Alla sorveglianza tra i tavoli, assieme a me, c’è il collega Paolo, al quale mi rivolgo subito per capire se lui ha qualche informazione in più sui nuovi alunni. In effetti ne ha. «Sì, guarda, si tratta di una adozione abbastanza tardiva. I bambini hanno vissuto in orfanotrofio dopo essere stati tolti alla famiglia di origine. L’assistente sociale ci ha detto che ne hanno viste di tutti i colori a casa. In istituto sono arrivati denutriti e psicologicamente provati. Julia protegge suo fratello come una leonessa. Probabilmente è ciò che ha sempre fatto, fin da piccola. In orfanotrofio gli ha praticamente fatto da mamma, benché il fratello abbia solamente un anno in meno.» Denutriti? Forse lei è così minuta per questo, penso. Non ha avuto abbastanza cibo per crescere. In prima media, questa bella ragazzina sudamericana è alta sì e no un metro e trenta. Magari dava il suo poco cibo al fratellino che, in effetti, sembra star meglio fisicamente. Mentre mi perdo in queste considerazioni, la cuoca Elena mi fa segno di avvicinarmi al bancone. «Che succede?» le chiedo. «È quella ragazzina nuova, come si chiama?» bisbiglia. «Ma chi? Julia?» le faccio eco. «Ecco, sì, lei. Ha preso il bis di tutto e ha mangiato in due minuti di orologio. Non mastica quasi nemmeno, manda giù trangugiando letteralmente, sembra abbia paura che qualcuno possa portarle via il piatto da sotto il naso!» Elena sorride, nel raccontarmi qualche altro particolare. Certo, per lei è una scena buffa: lei non sa. Neppure io sapevo nulla della storia di questa ragazzina, fino a due minuti fa. Ma ora, ciò che alla cuoca sembra divertente, a me appare tragico. Che faccio? Parlo con lei? E cosa le dico? Parlo con le cuoche? Sono ancora lì, che annaspo nei dubbi circa la prossima mossa, quando Julia si presenta per la terza volta al self-service. «Posso avere ancora un piatto di pasta?» chiede a una esterrefatta Elena. «Quanti nei hai presi fino ad ora?» intervengo io. «Due — la anticipa la cuoca — e pure belli grossi!» «Allora basta, Julia, non si può fare il tris. Non esagerare. Adesso usciamo a giocare in cortile sotto il sole, e se hai troppa roba nella pancia, rischi di star male.» Cerco di dirglielo nella maniera più dolce possibile, eppure lei mi trafigge con uno sguardo che non dimenticherò mai: un misto di rabbia e disperazione, di una intensità quasi palpabile. Persino Elena smette di sorridere. Forse intuisce qualcosa. O forse, come me, trova completamente stonato uno sguardo da adulta su un volto che ha ancora i tratti di una bambina. Julia resta immobile a fissarmi, credo stia aspettando che io abbassi gli occhi per prima. Cosa che non faccio. Sto tentando con tutta me stessa di mettere quanta più delicatezza possibile nella voce, nei gesti e nell’espressione, ma sento che non funziona. Dall’altra parte c’è un muro invalicabile. Julia trema con il piatto in mano. Lo stringe con una forza disperata. «Non succede niente, dai — cerco di tranquillizzarla — guarda che lo dico per il tuo bene. Non voglio che tu faccia indigestione. Oggi fa molto caldo fuori e…» non riesco nemmeno a finire la frase. Il piatto va in mille pezzi, infrangendosi sul pavimento. L’avrà fatto apposta o le sarà scivolato? «Si è rotto.» dice lei, continuando a fissarmi. «Lo vedo. Non importa.» rispondo. «Cosa succede adesso?» mi chiede, quasi sfidandomi. «Che io prendo la scopa e pulisco e che tu vai di sopra a giocare.» Sono calmissima, per nulla arrabbiata e lei se ne accorge. Forse non se lo aspettava. «Posso prendere almeno una mela?» mi chiede a bruciapelo. Non è disposta a perdere neppure questa battaglia. «Quante ne hai già avute?» «Quattro.» «Quattro!?» esclamo incredula. «Quattro — ribatte impassibile — ma una l’ho data a mio fratello.» «Va bene, prendi l’ultima mela e sparisci.» le dico, accarezzandola sulla testa.
Con Julia è stata durissima. L’anno successivo al suo arrivo nella nostra scuola, l’hanno messa in classe con me. Per due volte ho dovuto strapparla fisicamente dalla sedia, dove si era arrampicata nel tentativo di lanciarsi dalla finestra del secondo piano. Diceva che voleva morire, che non ce la faceva più. Lo sguardo perennemente assente, qualche raro pianto, la rabbia che esplodeva senza controllo verso i compagni e le compagne. Coi compiti una fatica immensa. E poi suo fratello, senza dubbio la presenza più importante per lei, l’unica persona in grado di avvicinarla quando dava i numeri. Quanti psicologi, quanti assistenti sociali abbiamo visto! Alla fine ci ha pensato lo psichiatra a restituirle un pochino di serenità.
Ho rivisto Julia dopo quattro anni da quel nostro primo incontro tra i piatti della mensa. Frequentava un istituto superiore della nostra città, con profitto sufficiente. Era cresciuta, finalmente. Quasi quanto le sue coetanee. Già pochi mesi dopo l’arrivo in Italia, in una famiglia amorevole, il suo corpo aveva cominciato a riprendersi il tempo perduto. Come un fiore che ricomincia a sbocciare non appena viene messo al sole e annaffiato. E benché i suoi occhi tradiscano ancora una certa vaga tristezza, vi ho trovato dentro, finalmente, anche qualche traccia di arcobaleno.

***

Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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