Editoriale. Il Tempo, i Tempi e il buonsenso che ci salverà

Carissime lettrici e carissimi lettori,

scrive l’autrice: «Che cos’è il Buon senso?» e si risponde scartando la definizione data dal vocabolario della lingua italiana Zingarelli, per il quale è «La capacità di comportarsi con saggezza e senso della misura, attenendosi a criteri di opportunità generalmente condivisi». Sceglie invece la spiegazione fornita dalla Treccani: «Capacità naturale, istintiva, di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche». Meglio ancora, l’autrice dell’articolo, che troverete in questo numero di Vitaminevaganti, dà la sua preferenza al significato che implica il concetto, sempre carico di saggezza, del In medio stat virtus: «Il buonsenso — scrive, andando al di là delle definizioni ufficiali — è la capacità di evitare gli eccessi, le posizioni estreme, in genere parziali e dogmatiche, insomma di stare nel mezzo». In questi tempi di malattia, di situazioni estreme, la ricerca dell’in medio si fa dunque necessità e urgenza.  Nel dubbio, se proprio non vogliamo essere partigiane/i della certezza, è meglio non estremizzare, finendo spesso per fomentare paure e odio che portano sempre con sé il pericolo di una possibile scelta sbagliata e potenzialmente letale.  É necessario fare la differenza tra buonsenso e senso comune. Ancora una volta è l’arte, la letteratura a venirci incontro. Lo scrittore è Alessandro Manzoni, chiaramente super utilizzato e portato in causa con il XXXII capitolo dei suoi Promessi Sposi: «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». «E dice talmente bene il grande scrittore che si potrebbe iniziare e chiudere quest’articolo con questa frase» continua giustamente l’autrice dello stesso articolo, che sembra nato sì per la serie Sensi, ma che è anche una fotografia di cronaca, riflesso di questi giorni. «Certo — prosegue — virtus stat in medio, o meglio la virtù, o la ragione, o il buonsenso starebbe nel mezzo, ma a tante persone stare nel mezzo non piace, perché? Bella domanda, credo che lo trovino noioso, poco accattivante, non intrigante». Di teorie complottistiche ormai ne abbiamo a bizzeffe, quasi possiamo scegliercele secondo i gusti. Ci si domanda perché, ma sappiamo bene il cui prodest! Siamo in un Paese dove è perennemente in atto la campagna elettorale continua, un modo compulsivo-ossessivo, per prendere a prestito un termine dalla psicoanalisi, di fare politica, con nuovo inizio, persino appena dopo i commenti dei risultati elettorali, da parte di persone dei partiti o movimenti politici desiderosi e ossessionati di riguadagnare subito il favore dell’opinione pubblica, in vista di un voto futuro. Questo non fa altro che produrre rancori e, direi, odio, giudicando chi vince o la pensa in maniera diversa come una/un nemico persino della propria salute, del proprio benessere sociale, e non una/un avversario con cui discutere, in questo modo sì, per il benessere comune. Una mascherina, il lavaggio delle mani (atto di cui si dovrebbe sempre tenere conto!) e il distanziamento sociale diventano modi ed elementi di scontro politico, invece di essere semplici accorgimenti, fondamentali per mostrare quella saggezza dello stat in medio che ci sembra poco tolga alle persone e molto porti vantaggio alla salute comune.

Con lo scontro è ritornato il linguaggio di guerra, che sembrava essere stato finalmente sostituito da quello della cura, più consono a un periodo come questo di malattia e non di battaglia armata con soldati, feriti e nemici. Oggi alla seconda ondata del Covid-19 si è portata in auge, sempre con la stessa non pertinenza alla cura che dovrebbe meritare, un’altra parola guerriera: il coprifuoco.  Mi sembra un termine inopportuno e azzardato perché fa parte di altro scenario, seppure, l’ho scoperto proprio per l’occasione, è una parola nata nel medioevo e indicava l’ordine per cui «a una determinata ora della sera, gli abitanti di una città erano tenuti a coprire il fuoco con la cenere per evitare incendî» (Treccani).

Una cronaca scura, anzi scurissima, si sta replicando in questo periodo del Covid-19. Sono vittime ancora le donne, con i loro corpi offesi e martoriati. Le loro morti, spesso provocate davanti agli occhi atterriti di figli e figlie, ora, come durante una macabra replica maldestramente evocativa di tragedie della Grecia antica, avvengono insieme a quella ancora più ingiusta e innocente della propria prole. La cronaca, monocorde, con i riflettori completamente puntati sul virus, sui provvedimenti, colpe e condanne, tace, o continua imperterrita a trasmettere un messaggio viziato di ciò che accade, puntando su presunte virtù del colpevole, ammortizzate dalle scelte di vita di chi gli è stata o gli sta ancora accanto. Medea, non è una novità, è stata sempre giudicata male e assolutamente non giustificata del dolore arrecato. La Storia, anche quella quotidiana, ci racconta tutt’altro, dimostrando che sono gli uomini, invece, continuamente abbagliati dal buio di un cambiamento che non sanno, ma soprattutto, non vogliono accettare, ad agire nell’atrocità di una vendetta assurda. 

Purtroppo ancora oggi persiste lo sguardo (molto maschilista) verso la donna, verso il corpo e le scelte femminili, per cui anche uno stupro (tra le più orrende delle azioni umane) viene giustificato da altro e da quel se l’è cercata che azzera i valori, di qualsiasi etica. Del corpo della donna, del giudizio, delle superstizioni e delle padronanze su di esso come oggetto di piacere, ma fonte di disprezzo e di negazione, ci parla un altro dei nostri articoli: «Il pregiudizio — scrive l’autrice, la professoressa Graziella Priulla — contro il femminile ha dato luogo nel corso del tempo a un immaginario collettivo, attivando schemi e strutture stereotipiche della differenza sessuale. Ci rivela come le donne siano state immaginate e sognate, temute ed esaltate, denigrate e rifiutate, a partire da una prospettiva e da un immaginario che i maschi hanno monopolizzato». La donna impersona il contrario del logos, della ragione, è volubile, irrazionale e di conseguenza inaffidabile. Tenebrosa come la luna, non splendida e forte come il sole che per antonomasia è il simbolo positivo del maschile.  Da simili giudizi alla caccia alle streghe ci vuole davvero un piccolo passo, una condanna «per le sue radici arcane e selvagge» mentre l’uomo «crea città e leggi». Sono concetti che vengono da lontano, per questo molto difficili da scalfire, pronti a mostrarsi, semmai camuffati da comportamenti sociali diversi a seconda dell’epoca in cui si manifestano.

Per l’ottava volta ritorniamo a Brescia, scoprendola sempre di più, quasi da non aspettarci tanta ricchezza, attraverso le donne che ci sono nate o che l’hanno frequentata. Questa volta veniamo a conoscenza di due belle figure: quella di Carolina Santi e di sua figlia Felicita Bevilacqua, che seppero dedicarsi all’aiuto dei feriti nella prima guerra di indipendenza. Ambedue fervide patriote, la prima, Carolina Santi, è una donna molto colta e amante dell’arte a tal punto da commissionare tele d’altare a pittori importanti dell’epoca. Parlando d’arte ritorniamo al presente del nostro tempo, il tempo del Covid-19, quando il Paese si divide e si chiude a zone, a seconda della gravità della situazione degli ospedali, che limita con sempre più evidenza gli spostamenti e i contatti, che chiude soprattutto le strade della cultura decretando il fermo assoluto ai teatri, alle sale cinematografiche e ai musei, tutti i musei, almeno fino alla data del 3 dicembre prossimo, a torto o a ragione,  sicuramente per cercare di affievolire il danno prodotto dal virus.

E allora nell’epoca della riproducibilità tecnica di benjaminiana memoria, negli anni dominati dai media elettronici, approfittiamo del mezzo che, anche se non sappiamo se diventi e si identifichi con il messaggio, come vuole Marshall McLuhan, questa volta si fa salvifico e ci guida tra spettacoli e mostre. Sarà tutta rigorosamente in streaming la XV edizione del TFF, il Torino Film Festival, dal 20 al 28 novembre, che vanta ben 52 anteprime mondiali e soprattutto una presenza assolutamente paritaria di registe e registi (50 e 50%). Online anche tanti musei, come era successo nella prima ondata del virus. Si comincia dagli Uffizi, per godere in primo piano Botticelli, Caravaggio, Piero Della Francesca o Paolo Uccello e tanti altri visti da più prospettive, cosa che non sarebbe possibile con la visita di persona. Si passa poi al Museo egizio di Torino, uno dei più grandi al mondo sull’argomento e poi ai Musei Vaticani con tutta la grande bellezza lì contenuta, Cappella Sistina compresa. In una sola giornata si va in visita alle Gallerie estensi di Mantova o a Palazzo Farnese a Roma, che non è un museo, ma è sede dell’ambasciata di Francia che però ci offre uno stupendo tour virtuale tra le sue stanze con opere di Salviati, dei fratelli Zuccari e la splendida galleria dei Carracci (la «piccola Cappella Sistina» appena restaurata). Tra i musei europei possiamo andare al Louvre a Parigi e poi ritrovarci al British e al Tate di Londra senza dimenticare di passare per Amsterdam e poi direttamente a San Pietroburgo per le grandi collezioni dell’Ermitage.

Per la prima volta sarà alla Casa Bianca una donna non come First Lady, ma nel ruolo di vicepresidente: Kamala Harris, anche se tutti sappiamo che la gara è ancora da definire per l’accusa di brogli che Donald Trump rivolge al democratico Joe Biden: un buon esempio da studiare per noi in Italia.

Chiudo facendo gli auguri alla nuova curatrice della rivista Vitamine per leggere, Danila Baldo, che oggi, con questo numero colorato di Blu, è al suo primo editoriale dedicato. Auguri di buon lavoro!

«Undici anni fa quando partimmo da Mosca con nostro padre che doveva raggiungere la sua brigata, me ne ricordo benissimo, era l’inizio di maggio, e Mosca, in quei giorni, era tutta in fiore, faceva caldo, era piena di sole. Undici anni sono passati e io mi ricordo tutto come se fossimo partite ieri. Dio mio! Stamattina mi sono svegliata, ho visto tanta luce, ho visto la primavera, e la gioia mi ha sconvolto l’anima, ho provato tanta nostalgia della mia città». E Irina, la sorella di Olga, la più piccola delle Tre sorelle (in russo Три сeстры) la incalza, ripetendo quello che è un po’ un sogno e un po’ è utopia: «A Mosca! A Mosca! A Mosca!». Un omaggio al Teatro, un omaggio al grande Anton Pavlovič Čechov, a 180 anni dalla nascita, e una speranza di riuscire ancora a sognare.

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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