Corpi inquietanti

L’inferiorità di un genere rispetto all’altro, avverte Eva Cantarella in Gli inganni di Pandora (ed. Feltrinelli), è un’idea antica. Ci sono voluti secoli e secoli per mettere in discussione questo impianto e ci vorrà altro tempo (speriamo meno!) per superarlo.

Chi è una donna? Come si è configurata la sua definizione? Una risposta va cercata negli archetipi e nei miti: sembrano dormienti ma sono sempre lì, pronti a risvegliarsi al di là del rumore di fondo dell’attualità. Il vasto repertorio che i classici ci consegnano può fornirci indicazioni utili a riflettere su come il pregiudizio contro il femminile abbia dato luogo nel corso del tempo a un immaginario collettivo, attivando schemi e strutture stereotipiche della differenza sessuale. Ci rivela come le donne siano state immaginate e sognate, temute ed esaltate, denigrate e rifiutate, a partire da una prospettiva e da un immaginario che i maschi hanno monopolizzato. Guardiamo ai fondamenti della nostra cultura, alla fase in cui nacque l’ordine patriarcale inaugurando strutture binarie e oppositive, dualismi da trasformare in gerarchie. Che il femminile impersoni l’aspetto irrazionale del genere umano fu un topos di quella polis in cui eravamo escluse dalla cittadinanza, fatte oggetto di scambi tra maschi in pace e in guerra. Mentre l’uomo si realizza attraverso una dimensione intellettuale che può garantire l’immortalità, la donna, adibita alla cura dei corpi degradati a materia deperibile, non ha accesso a quella che oggi chiameremmo “sfera dei diritti”.

Sulla terra la perfezione del kalos kagathòs (bello non solo da un punto di vista fisico ma anche per purezza d’animo e buone intenzioni) assunse caratteri maschili: i sentimenti e le passioni (perturbatrici) ritenuti caratteri tipici del femminile furono delegittimati a favore del logos ordinatore (tranquillizzante). Cominciarono le definizioni per negazione, dove la differenza si trasformava in disvalore. Come ha scritto Adriana Cavarero (Il pensiero della differenza sessuale, ed. La Tartaruga), da allora la differenza sessuale non divide il genere umano tra donne e uomini, ma fa differire le donne dagli uomini. L’uomo e il dio sono legati allo splendore apollineo del sole, alla luce della ragione, alle nobili azioni; la donna e la dea attengono alla notte e alla luna, alle tenebre del mondo. Somiglia all’utero l’oscurità della caverna.

«C’è un principio buono che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo, e un principio cattivo che ha creato il caos, le tenebre e la donna.» (Pitagora)

Uno degli affreschi più antichi che descrivono la nascita dell’identità femminile come inferiore a quella maschile è opera di Semonide di Amorgo (Il biasimo delle donne, VI o VII sec. a.C.). Le varie tipologie sono descritte in modo pesantemente spregiativo (solo la donna ape, che lavora per lo sposo, viene accettata):

«Quelle fatte di terra sono minorate, non sanno distinguere il bene dal male, pensano solo a mangiare. Altre, quelle fatte dall’acqua, come il mare hanno due nature: un giorno sono e rendono felici, il giorno dopo sono inavvicinabili (…). Per non parlare delle donne che derivano da animali, di cui posseggono le caratteristiche: quella che viene dalla scrofa ingrassa rotolandosi nel letame; quella che deriva dalla volpe è infida, sa e controlla tutto, ma si adatta agli eventi; quella che deriva dalla cagna si aggira incessantemente per la casa uggiolando

Il genos delle donne è insomma una specie a parte. Nell’universo della mitologia greca (e non solo in quello) sono numerose le figure dotate di poteri primordiali e misteriosi: horridae mulieres enigmatiche, prodigiose ma inquietanti, hanno simultanee sembianze di donna e di bestia.
Aspetti perturbanti ha il femminino, alterità assoluta e irriducibile. La sola ragione che conosce è la tortuosa metis intrecciata con l’astuzia, con la doppiezza, con l’inganno. Esistono anche due tipi d’amore, l’eros e la filia, e diversi tipi di filia: quella fra uguali, cioè l’amicizia, e quella fra diseguali come quella fra i coniugi, dove la donna è inferiore all’uomo.

«L’uno si mostra superiore, l’altra inferiore, l’uno quindi è fatto per comandare, l’altra per obbedire, perché la femmina è come un maschio menomato e le mestruazioni sono seme, ma non puro. Di una cosa dunque mancano: del principio dell’anima.» (Aristotele, Politica)

Nella società così teorizzata e vissuta le condizioni del barbaro, dello schiavo e della donna sono equiparate, in quanto caratterizzate da un’inferiorità sociale da rimandare a un’inferiorità fisica e morale. Questa gerarchia attraverserà la storia della filosofia, la dottrina delle religioni, le pagine della letteratura. L’uomo inventa la città e le leggi, la donna conserva le radici arcane e selvagge della natura dentro di sé e le fa emergere irresistibilmente, in modo pericoloso seppur fascinoso. Il lato oscuro delle forze naturali prende la forma di un femminile subdolo e predatorio, incarnato dalle culture patriarcali in proiezioni seduttive ma castratrici che attraversano tutte le paure maschili e che arrivano fino all’amore tossico, all’insana passione per la belle dame sans merci, alle dark ladies di cui è ricca la letteratura romantica e decadente a cavallo tra Ottocento e Novecento, alle vamp con cui Hollywood banalizzerà l’archetipo, abbreviando il termine vampiro.

«O Zeus, perché hai creato le donne? Perché le hai messe nelle nostre case? » (Euripide, Ippolito)

Creano scompiglio, diffondono il caos, suscitano turbamenti, fanno affiorare pulsioni represse, trascinano nella rovina. Queste “diverse”, “aliene”, “non conformi” appaiono indecifrabili e diventano esseri pericolosi su cui scaricare ansie e fantasmi. Ben prima della caccia alle streghe, quante donne sono state stigmatizzate perché rifiutavano di sottostare alle regole dei padri? La sessualità, l’indipendenza, l’intraprendenza femminile sono da controllare, da irreggimentare in rigidi schemi:

«Abbiamo le etère per il piacere, le concubine per le cure quotidiane, le mogli perché ci diano figli legittimi e sorveglino fedelmente il nostro patrimonio.» (Demostene, Contro Neera)

Le narrazioni crudeli partono dalla sensazione che dentro ogni donna si nasconda una malvagità in potenza, una minaccia incontrollabile alle regole e alle sicurezze della virilità. La sottomissione (figlia/moglie/madre) è il prodotto di una normalizzazione finalizzata a metterne in sicurezza l’indole imprevedibile. Fuori dall’ordine domestico, separata dall’oblativa funzione materna, appare fonte di pericolo.

«È un essere infido, la donna», dice Agamennone a Ulisse nell’Ade omerica. Pericolosi sono i corpi tentatori, le femminilità eccentriche e perturbanti di Circe e di Calipso che sottraggono l’eroe ai suoi doveri e ne demascolinizzano i compagni: donne sole, destabilizzanti perché capaci di vivere senza la protezione maschile, di scompigliare l’ordine sociale; donne appassionate che non cullano progetti matrimoniali ma in amore sanno prendere l’iniziativa. S’incaricò di inserire le donne in un ordine simbolico denigratorio chi derubricò a curiosità la sete di conoscenza della progenitrice Pandora (l’omologa pagana della biblica Eva, ricalcata a sua volta da una leggenda sumera), anima di cagna, indole ingannatrice, terribile flagello, e rintracciò nei suoi atti l’origine dell’infelicità umana:

«Da lei infatti discende la stirpe nefasta e la razza delle donne che, sciagura grande per i mortali, fra gli uomini hanno dimora.» (Esiodo, Teogonia)

«Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse, con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.» (Esiodo, Le opere e i giorni)

«Sembrano tutti parlare con la stessa bocca, tutti d’accordo nella medesima conclusione, che il comportamento delle donne è incline a ogni tipo di vizio»: è da questa considerazione che Christine de Pizan agli albori del ‘400 prende l’avvio per uno dei suoi scritti più famosi in risposta ai testi misogini di Giovanni Boccaccio e Jean de Meung in cui si ripeteva che le femmine son tutte opportuniste, subdole e bugiarde.

Il sistema patriarcale non è scritto nei geni, ma è consuetudine antica pensare che lo sia.

***

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

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