Vergare, streghe e sibille: le donne marchigiane tra storia e mito

Le Marche sono state caratterizzate fino alla metà del secolo scorso da una realtà sociale prettamente mezzadrile, che sopravvisse intatta fino ai primi anni del secondo dopoguerra per poi avviarsi gradualmente, in meno di trent’anni, alla sua definitiva scomparsa e al conseguente inurbamento. In questo contesto la maggior parte delle donne del territorio non ebbe ovviamente particolari occasioni per emergere o affermarsi, a esclusione di pochi sparuti casi. Si pensi, per esempio, alle pochissime che riuscirono a entrare nelle accademie letterarie Settecentesche, riconosciute dai contemporanei proprio come casi eccezionali. Ad Ascoli Piceno in particolare, l’Accademia delle Pie Operaie dell’Immacolata Concezione era un’istituzione culturale esclusivamente femminile, che riuniva donne colte, sia interne che esterne all’istituto, senza particolari distinzioni di ceto.

Ascoli Piceno. Largo delle Concezioniste, foto di Maria Pia Ercolini

Per la stragrande maggioranza delle donne, però, il ruolo era fondamentalmente quello di procreare, allevare figli, accudire i familiari e la casa. Ogni tentativo di sovvertire questo schema tradizionale era sbarrato da una mentalità chiusa e statica, profondamente conservatrice.

Il potere della famiglia contadina era detenuto dal vergaro, che si occupava degli affari, nei quali la moglie, la vergara, priva di qualsiasi autonomia patrimoniale, non doveva intromettersi. Le bambine venivano educate a essere utili in casa e a dedicarsi ai familiari, vivendo in attesa del giorno del matrimonio, unico mezzo che poteva concedere loro un’esistenza sociale, al quale seguiva una serie indefinita di gravidanze.

Contadina marchigiana nell’Ottocento

La donna marchigiana era quindi altamente prolifica ma anche estremamente laboriosa: di fatto doveva occuparsi della casa, ma non mancava di essere chiamata a contribuire anche al lavoro nei campi o, in città, nelle fabbriche. Sebbene i contadini marchigiani fossero noti per la loro grande dedizione e resistenza al lavoro, queste qualità erano ben più evidenti nelle donne. I dati emersi dall’inchiesta agraria “Jacini” del Regno d’Italia, pubblicata nel 1884, ne descrivono in modo esemplare l’instancabile tenacia e il grande impegno: «L’uomo eseguisce i lavori più importanti e gravi, ma è piuttosto lento; la donna invece è celerissima. Chi visita le Marche è colpito alla vista dei pesi ingenti che le nostre campagnole riescono a portare sul capo […]. È, per esempio, quasi unicamente nelle Marche che le donne fanno l’ufficio di manuali ai muratori e trasportano in alto, ponendoselo sul capo, il materiale necessario per le costruzioni». Nelle zone costiere invece, dove si viveva di pesca e gli uomini, pur essendo capi indiscussi della casa, erano quasi sempre in mare, era la madre a dover reggere le redini della famiglia: in tal modo comandavano praticamente quasi sempre le donne e l’autorità esercitata dai maschi della famiglia era proporzionata all’età. La donna viveva nella famiglia e per la famiglia. Spesso era la mamma ad avere l’ultima parola nella scelta della futura nuora, la quale doveva garantire umiltà, obbedienza, capacità lavorative e potenzialità di generare molti figli, per perpetuare le regole che governavano da sempre il mondo del quale si trovavano a essere in qualche modo custodi e tramandatrici.

In questo quadro composito, ma piuttosto monocromatico, non mancavano tuttavia eccezioni e scarti alla regola, rappresentati da coloro che fuoriuscivano, per vari motivi, dallo stereotipo comunemente accettato. Erano donne considerate in qualche modo diverse, addirittura da temere, magari perché sole, spesso molto povere, perché vivevano di espedienti, cedevano a costumi sessuali contrari alla morale comune o comunque conducevano uno stile di vita per vari motivi non convenzionale. Disprezzate, allontanate e temute, spesso finivano per guadagnarsi la fama di streghe. Nell’immaginario popolare, infatti, le fattucchiere passarono dalla concretezza dei processi e dei roghi tra XVI e XVII secolo, alla definizione popolare di donne cattive, impudiche, reiette, escluse, o anche a qualcosa di ancor meno consistente, come la personificazione di invidia e sguardi malevoli, giustificazione del male inspiegabile che da sempre ha caratterizzato la vita umana.

Nelle Marche non si accesero molti roghi nel periodo della grande Caccia alle streghe: come in tutti i paesi in cui dominava lo spirito della Controriforma e dove la Chiesa non aveva bisogno di riaffermare la propria egemonia, la persecuzione fu infatti poco rappresentata in termini ufficiali. Le credenze alle streghe, ai malefici, alle sinistre presenze da cui guardarsi e a cui attribuire ogni fenomeno negativo apparentemente inspiegabile rimasero tuttavia ben vive e costanti nei secoli. Le donne sono sempre state il capro espiatorio ideale per sfogare tensioni e preoccupazioni collettive: esseri deboli per definizione biblica, si pensava che fossero maggiormente predisposte al peccato e al male. Che fossero giovani o vecchie, magari senza aiuti e quindi costrette a lavorare per vivere, proprio come gli uomini, oppure indigenti ed emarginate, o magari solo esperte di rimedi naturali, di erbe, di come far nascere (o abortire) bambini, ognuna poteva avere caratteristiche che destavano sospetto. Alcune poi sostenevano di saper predire il futuro o di poter ritrovare oggetti scomparsi grazie a soluzioni tramandate da secoli. Queste attività, che spesso venivano accompagnate dalla recita di preghiere o formule di scongiuro, potevano anche essere lette in chiave anticristiana, superstiziosa e pagana, contribuendo ad accrescere il timore verso figure femminili in qualche modo potenti e pertanto ritenute pericolose.

Furono queste, grossomodo, le caratteristiche comuni alle donne accusate di aver eseguito fatture, malefici e incanti, emerse dalle carte processuali che oggi ci restituiscono gli archivi locali. Solo per fare qualche esempio, nel 1573 Maddalena, nella zona di Arquata del Tronto, era stata pubblicamente accusata di essere una strega perché «andava vagabonda e non se fermava mai» e inoltre era «una mala femina». Nel 1587 Laura, di Urbino, guaritrice e domina herbarum, venne torturata e portata in tribunale perché accusata di aver provocato tempeste che portarono a un lungo periodo di carestia nella zona. Nel 1588 Vittoria la zingara operava nella zona di Jesi, prediceva il futuro e godeva di una pessima fama: anche lei esperta di erbe, insegnava a fare e vendeva sortilegi, pozioni, fatture come espedienti per sopravvivere e guadagnare qualche soldo. Coinvolta in un caso di tentato uxoricidio, fu fustigata lungo la via principale della città, con l’accusa di stregoneria.

D’altra parte le Marche furono sempre terra di sibille, strolleche (una sorta di indovine) e donne dotate di sapienze antiche. Risale al 1564 il noto episodio dell’incontro, avvenuto a Visso, tra il futuro papa Paolo III e una donna del posto, di nome Angeruta, la quale gli predisse l’ascesa al soglio pontificio. Una storia che si inserisce perfettamente nel sostrato di antiche tradizioni divinatorie appartenenti da tempo immemore al territorio in questione.

I Monti Sibillini visti da Montemonaco

La Sibilla è una figura profondamente legata alla tradizione popolare dei monti marchigiani, i quali prendono il nome dal rilievo omonimo della mitologica profetessa che dimorava al suo interno. Personaggio controverso, fata o strega, veggente pericolosa che ammaliava gli uomini e li faceva vivere lontano dalla legge di Dio, la Sibilla Appenninica dimorava in una grotta e la sua figura ha subito nel tempo una progressiva demonizzazione. In essa si fondono diverse storie e diversi miti.

Illustrazione di Le Paradis de la Reine Sibylle

Secondo i poemi che raccontarono la sua storia (Le avventure di Guerrino detto il Meschino di Andrea da Barberino e il Paradis de la Reine Sibylle di Antoine de La Sale) questa profetessa-regina viveva circondata da splendide dame in un contesto lussurioso, destinando alla dannazione chi fosse restato con lei fino al giorno del Giudizio. La gente del posto ha poi tramandato le sue gesta trovando terreno fertile in una zona dove non mancarono dissidenze religiose e familiarità con elementi magici di derivazione pagana e arcaica.

Si sono così diffusi i miti legati alla Sibilla e alle sue fate dai piedi caprini, che scendevano di notte a ballare con i giovani dei paesi vicini e che assunsero anche connotazioni demoniache e inquietanti.

Il Monte Sibilla

La Sibilla è stata anche al centro delle riflessioni della studiosa, marchigiana d’adozione, Joyce Lussu, che parlava della grotta come di un magazzino in cui venivano conservati cibi per una comunità che si affidava con fiducia a donne esperte della natura e dei migliori modi di curare, eredi di un’antica saggezza popolare tramandata di madre in figlia e pertanto sibille, in un’accezione che non comprendeva il campo profetico, ma andava a investire quello dell’autorevolezza.

La Grotta della Sibilla, a 10 Km da Montemonaco (AP) 

Queste competenze sarebbero però state malviste dalle società patriarcali, che hanno imposto la supremazia della cultura maschile su quella femminile. I saperi femminili sono dunque sempre stati costretti alla non ufficialità e alla segretezza, tacciati di stregoneria in quanto contrari alla cultura maschile violenta predominante. Una chiave di lettura certamente interessante anche per l’appello a quelle che la studiosa definisce come sibille e streghe contemporanee: donne comuni, insegnanti, madri che conciliano lavoro, famiglia e impegno sociale, spronando le future generazioni femminili a mostrarsi come donne realmente “intere”.

In copertina: La Sibilla dell’Appennino, dipinta da Adolfo De Carolis nel Palazzo del Governo di Ascoli Piceno (1910  circa)

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Articolo di Silvia Alessandrini Calisti

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Laureata in Lettere e Archivistica e Biblioteconomia, ha lavorato nel settore bibliotecario. Ha ottenuto il Golden Media Marche nel 2015 e il Premio Impresa Donna nel 2016. Si occupa di contenuti web, social media management e web marketing. Collabora con l’Osservatorio di Genere. Nel 2016 ha pubblicato il saggio Sani e Liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVI-XX), Giaconi Editore. Dal 2017 è membro del comitato scientifico del marchio editoriale ODGEdizioni.

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