Il senso della libertà

Quante declinazioni può avere il senso della libertà e in quanti diversi modi si può manifestare! Libertà è un concetto nobile, tanto che spesso lo si scrive con la maiuscola, Libertà. Ma il termine che lo esprime è inflazionato dall’uso sciatto che a volte lo confonde con l’arbitrio, altre ne impoverisce il senso giocando su volgari sofismi. A volte si mostra così inzuccherato di retorica che se ne perde la struttura essenziale. Altre volte assume le parvenze di un mostro appena individuabile nella nebbia e chi non riesce ad affrontarlo lo fugge, come spiega con didascalica chiarezza Erich Fromm. A volte invece la Libertà si afferma e si onora come un’antica dea e la si rivendica, pagandone qualsiasi prezzo, per sé e per chi ci circonda. Altre volte la si conquista, ma come diritto individuale, al prezzo della vita. Questo l’ho imparato da piccola, ma l’ho capito da grande, un po’ come tutti quegli imprinting che ci hanno reso ciò che siamo, e che scopriamo, quando li scopriamo, in età adulta.

A me è capitato di apprenderlo da una ragazza che stava per sposarsi quando io avevo circa nove anni. Era un’abile ricamatrice di pizzi e merletti al tombolo e mia madre, che ce la metteva tutta per indirizzare le mie inclinazioni secondo i suoi desideri, aveva deciso che io dovessi imparare a ricamare. Questa ragazza si chiamava Italia, un nome abbastanza raro che non si può dimenticare. Nei miei ricordi era molto carina. Aveva una chioma di riccioli morbidi e neri e due occhi grandi e profondi. Lei sapeva che io detestavo ricamare e non mi forzava. Nel tempo che passavamo insieme prendeva il mio “centrino” e dava qualche punto che poi avrebbe fatto contenta mia madre immaginandolo fatto da me. Dopo di che si rimetteva a ricamare e mi parlava. Mi chiedeva come andavo a scuola, cosa avevo intenzione di fare da grande e tutte quelle domande che si fanno a bambini/e quando non si sa cosa dirgli. Una volta le confidai che a scuola mi annoiavo, che le suore mi odiavano e che mi sentivo in gabbia e poi aggiunsi, a voce bassa, che veramente mi sentivo in gabbia quasi ovunque. Mi rispose facendo un sorriso e dicendomi due parole che non capii. Mi disse: «perché sei uno spirito libero». Io il termine spirito lo conoscevo solo in due accezioni: come l’alcol che si comprava in farmacia, e come fantasma. Quindi, ovviamente, non capii.

Italia era orfana di madre e viveva con suo padre in un appartamento al mezzanino che affacciava sul giardino interno della palazzina. In quel giardino spesso i ragazzini, ignorando la furia del portiere, tiravano qualche calcio al pallone e si arrampicavano sui pini, mentre noi ragazzine saltavamo alla corda, o giocavamo a campana o a “mamma e figlia” riproducendo gli schemi familiari. Non c’era pomeriggio che il portiere e qualche adulto non ci gridasse dalle finestre di non lanciare la palla, di non saltare urlando, di non ridere a voce alta, di andare a giocare altrove! Una volta un pallone ruppe il vetro di una finestra e fu tragedia. Per circa una settimana a nessun ragazzino, maschio o femmina che fosse, fu permesso giocare in giardino. Poi tutto riprese come prima. Le madri passavano sempre qualche mezz’ora su un paio di panchine a dare e prendere informazioni sul vicinato, aggiornandosi vicendevolmente su questa e quello. Non volevano che noi ascoltassimo le news di radio-cortile per paura che il pettegolezzo arrivasse alle orecchie del soggetto sbagliato che poi, a rotazione, riguardava più o meno tutte loro. I padri invece avevano, proprio all’angolo della via, il Bar dello sport. Più o meno come quello che Benni ha reso celebre nel suo libro.

Italia stava per sposarsi e il suo nome, inconfondibile tra le decine di Maria, Anna, Antonietta, Rosa e Rosetta, ogni tanto mi arrivava alle orecchie. Le madri confabulavano a voce bassa e guardavano la finestra dietro la quale Italia ricamava. Ogni tanto coglievo un “poverina, se ci fosse stata sua madre!” o “certo che con quello!” Un giorno, andando a prendere il latte e fermandomi a giocare con Perry, il cane del Bar dello sport, sentii uno degli amici di mio padre dire al padre di Italia: «ma sei sicuro Albè che tua figlia lo vuole?». Era chiaro che la notizia del periodo, nel microcosmo in cui vivevo e in cui ci si conosceva tutti, era il prossimo matrimonio della ragazza.

Italia era sempre gentile ma sorrideva poco, sembrava portarsi dentro una  grande e inconfessabile pena. Le madri quando parlavano bene di lei lo facevano a voce alta e dicevano che era triste perché non aveva più la mamma e che era una ragazza d’oro. Così sapevamo che era tanto brava che si era ricamata da sola l’abito da sposa. Poi abbassavano la voce e a noi non era più dato ascoltare, ma da qualche parola colta al volo capivamo che qualcosa non andava in quel futuro cui la ragazza si stava preparando.

Pochi giorni prima del matrimonio avvenne l’incidente. Mentre ricamava seduta in cucina, assorta nel suo lavoro, finestra chiusa nonostante fosse estate, porta della cucina chiusa per non mandare gli odori del cibo nelle stanze, una pentola piena d’acqua bollì e tracimando spense la fiamma. Suo padre tornando nel tardo pomeriggio sentì odore di gas mentre apriva la porta di casa. Non accese le luci ma corse in cucina. Trovò Italia riversa sui suoi ricami. Aprì subito la finestra e gridò aiuto ai vicini. Fu chiamato il medico condotto che abitava all’altra palazzina. Fu chiamata l’ambulanza. Alberto gridava «Italia, figlia mia». Tutto il vicinato era nel giardino sotto la sua finestra per dare aiuto. Ma non c’era più niente da fare. Italia era morta asfissiata dal gas.

Quando la misero nella bara la vestirono con l’abito da sposa. Se fu un omaggio o un oltraggio alla sua volontà non si sa. Le madri non si curavano più della nostra presenza e dicevano: «poverina quant’era bella» e «povera ragazza proprio a quattro giorni dal matrimonio!». Poi si guardavano. La madre della mia amichetta di giochi si lasciò sfuggire a voce alta una frase che le fece mordere il labbro appena pronunciata. Disse: «certo che averle imposto quella bestia come marito l’aveva proprio rovinata, povera creatura.» Poi altre madri sviarono il discorso e accusarono l’ironia della sorte. Ci fu chi disse che sarebbe bastata una pallonata sul vetro a salvarle la vita e che quei maschiacci che facevano sempre danni, per una volta avrebbero fatto una cosa buona, ma il destino, si sa, è infido e baro! Per qualche giorno seguitarono a scambiarsi opinioni senza badare alle nostre orecchie. Qualcuna accusava il padre e diceva che doveva portarsi il rimorso per sempre. Una diceva che Alberto aveva scelto per il suo bene ma aveva scelto l’uomo sbagliato. Poi una madre disse una cosa che mi colpì e mi convinse. Disse semplicemente: «Italia ha scelto la libertà.»

Quando in nessun altro modo è possibile liberarsi dalla gabbia, una pentola d’acqua sul fuoco può essere la chiave della libertà. Forse Italia era uno spirito libero ma non lo lasciava a vedere. Il giardino del palazzo per diversi giorni diventò la coorte in cui si scontravano le opinioni delle madri che credevano all’incidente e quello delle madri convinte del contrario. La parola suicidio, però, non fu mai pronunciata. Per giorni nel nostro microcosmo di quattro palazzine isolate in una prateria di una periferia romana si parlò solo di questo. Anche noi bambine azzardavamo qualche ipotesi scontrandoci come se ognuna di noi avesse verità inoppugnabili, esattamente come le nostre madri. Il gruppo che non credeva all’incidente aveva abbracciato la convinzione che Italia avesse scelto in quel modo la sua libertà e, per generosità, aveva simulato un incidente in modo che non pesasse su nessuno la sua scelta. Il suo senso della libertà forse prevedeva anche questo.

In copertina: Giovanni Fattori, Signora al tombolo, Collezione privata (particolare)

***

Articolo di Patrizia Cecconi

Laureata prima in sociologia, poi in erboristeria. Si accorge che i meccanismi di inclusione ed esclusione applicati al mondo umano, il mondo umano li applica anche alla natura, così scrive qualche libro in cui tratta sia di piante che di diritti umani. Dopo 25 anni di appassionato lavoro all’interno delle scuole, lascia l’insegnamento si dedica alla scrittura e alla causa che ormai sente sua: la Palestina.

2 commenti

    1. Grazie Jimmie, purtroppo c’è stato un errore nella biografia, non sono io. La mia biografia è sicuramente meno interessante di quella dell’archivista in pensione e non voglio appropriarmi di meriti non miei. Ho chiesto di correggere e spero che venga fatto al più presto 🙂

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