Io sono El Diego

Oggi il calcio piange sé stesso. Anche i potenti, i detrattori e coloro che ne hanno sfruttato la grandezza per beceri fini, si affrettano a dare la notizia della morte di Maradona, tributargli omaggi, ricordarne le gesta, pur consapevoli di aver provato a ucciderlo già trent’anni fa con manovre di palazzo, illazioni, costruzioni denigratorie. Ma, come i grandi artisti o le icone rivoluzionarie, Diego, el Pibe de oro, el Diez, è immortale: il bambino che sognava palleggiando, che è partito dal nulla per arrivare in cima allo sport più popolare del pianeta, non potrà morire mai. D’altronde chi gli è stato accanto lo ha detto chiaramente: «Con Diego andrei in capo al mondo, con Maradona non farei neanche un passo» (Fernando Signorini, storico preparatore atletico).

Io ho potuto capirlo tardi, quando la mia mente è stata costretta ad abbandonare l’infanzia e a costruire razionalità: solo chi ha rudimenti di fisica e scienza può estasiarsi di fronte al crollo di ogni regola e formula se applicata alle movenze, alle traiettorie e al danzare della palla e di Diego che la controlla. Per un bambino è credibile che un pallone scavalchi una barriera umana distante pochi passi e si infili lì dove il portiere non può arrivare; che un uomo balli il tango portando con sé da un estremo all’altro del campo il pallone e gli occhi di chi prova a fermarlo, fino a sfuggire anche alle braccia dell’ultimo ostacolo; che un ragazzo voli e anticipi, con una mano invisibile, un gigante a pochi centimetri da lui. Citando solo tre tra le infinite scene che rimarranno per sempre nella storia, quando arrivi a capire, se ami davvero questo sport, diventa impossibile non amare chi regala al mondo bellezza, pur se gioca nella squadra che ti hanno insegnato a odiare, calcisticamente, sin da bambino.

Con Maradona muore un’era del calcio, tramonta il più autentico dei numeri dieci e se ne va anche, forse, l’ultimo calciatore “politico”, proprio nello stesso giorno in cui, quindici anni fa, ci lasciò un’altra icona non solo calcistica, George Best, il pallone d’oro del 1968 (e mai anno fu più azzeccato) e in cui, quattro anni fa, moriva il compagno Fidel. Perché Maradona, e prima di lui Diego, non è stato solo calcio ma rivoluzione: non i muscoli o i miliardi di CR7, ma il cuore della gente delle periferie argentine, dei quartieri popolari di Napoli. Del Sud contro il Nord, di Davide contro Golia, della sofferenza argentina contro l’arroganza inglese. Di Cuba contro gli USA, dei poveri contro la Chiesa dorata. E, se serve a questo scopo, anche un tocco di mano, seguito subito dopo dal Gol per eccellenza, può diventare l’emblema di una giustizia che il calcio non può contenere, che erge Diego a mito, eroe, divinità pagana. Nessuno, prima di lui, era riuscito a rappresentare così tanto il cuore della gente da dividere, nell’unico momento in cui si riscopre patriota, tragedie a parte, il popolo italiano: i mondiali di calcio, per di più in casa. Una vita piena, contraddittoria, mai banale, “lo que venga a mil por cien” (“La vida es una tombola”, Manu Chao).

Oggi, come uno dei suoi dribbling migliori, arriva la notizia della sua morte, inaspettata e velocissima. Il calcio perde il suo pezzo pregiato, il resto del mondo “El Diego”: «Io sono la voce dei senza voce, la voce dei molti che si sentono rappresentati da me, io ho un microfono davanti e per tutta la loro fottuta vita loro potranno disporne».

***

Articolo di Sasy Spinelli

OWVBrE9G.jpegNato a Foggia, sul finire degli anni ’80, ha sempre avuto una passione per le seconde opportunità: per il riciclo creativo di oggetti, per il trapianto di piante e fiori, per l’inclusione di persone ai margini dei contesti sociali.  Laureato in Economia delle Istituzioni e dei Mercati Finanziari, con una tesi sul microcredito, intreccia percorsi di ricerca per l’innovazione sociale, perseguiti anche all’interno dell’associazione Libera, con il suo interesse per la scrittura e la lettura in prosa e in versi.

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