Le conseguenze della fast fashion

La moda è nata dalla necessità di ripararsi dagli agenti  atmosferici per sopravvivere, utilizzando materiali di origine animale come pelli e pellicce. Successivamente il concetto si è trasformato, assumendo una funzione sociale: connotazioni di rango, di censo e di gerarchia militare ed ecclesiastica.

Il Novecento è caratterizzato da una velocità di cambiamento senza eguali e il progresso tecnologico ha dato visibilità alla moda, grazie a fotografia, cinema e televisione, in particolare alla moda femminile, peraltro portatrice di ideali di libertà e di emancipazione. Nel corso del secolo si sono susseguite due guerre mondiali, che per la moda hanno comportato difficoltà nel procurarsi tessuti e filati di pregio, e quindi anche un impoverimento creativo. Nella seconda metà del Novecento, poi, con la nascita delle case di alta moda, si sono iniziati a usare materiali meno pregiati e ad adottare soluzioni ritenute  “sfacciate” per l’epoca, come il tailleur, le gonne sopra al ginocchio, linee dure atte a nascondere le curve femminili, i pantaloni per le donne, il bikini. I prodotti delle case di alta moda non sono alla portata della maggior parte delle persone, ma sono rivolti a una élite, che si può permettere capi fabbricati con materiali costosi e ricercati, contraddistinti da una lavorazione minuziosa.

In contrapposizione a questa offerta poco democratica, si è sviluppata negli ultimi decenni la fast fashion, nata per essere alla portata di tutte e tutti, e che, perfezionando la catena di produzione, riesce a realizzare capi economici in maniera velocissima. Le sue collezioni si ispirano alle passerelle della settimana della moda, quindi a marchi di alta moda. Il termine fast fashion viene anche associato alla moda usa e getta, a causa della scarsa qualità e della breve durata nel tempo dei suoi prodotti. Secondo dati forniti dall’emittente CBC News, attualmente gli acquisti di prodotti dell’industria della moda sono il 400% rispetto a quelli degli anni Ottanta. La maggior parte dei vestiti non si può riciclare perché non è biodegradabile e inquina, poiché contiene prodotti chimici che sono poi rilasciati nell’acqua e nel suolo.

Rifiuti tessili

Anche riciclare scomponendo le fibre dei capi per produrre nuove fibre e rimettere il prodotto in circolazione è difficilissimo. Solamente l’1% dei capi può essere usato perché la maggior parte dei vestiti è composta da materiali diversi — lana, cotone e acrilico — e quando il prodotto viene ricomposto perde le  iniziali caratteristiche qualitative. Questa modalità di riciclo, dunque, non è ancora praticabile su larga scala, poiché non è economicamente conveniente a causa dei lunghi tempi e degli elevati costi di lavorazione.

Ci sono organizzazioni che si occupano di riciclare i vestiti usati, cioè di recuperare quelli che vengono direttamente da donazioni o dai contenitori di raccolta, ma, secondo “The Economist”, solo il 25% viene rimesso in circolo. In questo modo, il mondo della moda veloce sta diventando una delle maggiori fonti di spreco del pianeta. Annualmente sono prodotti 80 miliardi di indumenti, una quantità smisurata, e la maggior parte finisce in discariche. In Gran Bretagna l’organizzazione Savanna rags raccoglie il vestiario dei bidoni di riciclaggio del Paese, mandandone la maggior parte in Africa e a Dubai, in Europa e nella stessa Gran Bretagna — dove circa 300.000 tonnellate finiscono in discariche ogni anno.

A New York c’è un altro modo per affrontare la questione: affittare l’abbigliamento. Così facendo si possono seguire le ultime tendenze, senza dover comprare un prodotto che verrebbe usato poche volte, per poi finire in fondo all’armadio o buttato. Rent the Runway propone tre semplici passi: si seleziona il proprio piano, si scelgono i capi — che sono forniti già puliti e stirati —  infine li si indossa quanto a lungo si desidera, per poi restituirli e scegliere altri capi. Il prezzo dell’abbonamento — il più economico è di 69 $ — varia a seconda del valore in denaro dei capi, della periodicità delle spedizioni, delle caratteristiche degli abiti.

Rent the Runway

Per ora l’accesso ai vestiti in affitto non è diffuso in tutto il mondo, ma i negozi di seconda mano lo sono. Anche in questo caso ci sono negozi che commercializzano marche e prezzi differenti offrendo una scelta abbastanza ampia. È possibile acquistare sia ai mercatini sia in negozi veri e propri, che commercializzano da capi di basso livello fino al vestiario cosiddetto vintage, di maggior valore. Lo scopo delle grandi compagnie del fast fashion è ovviamente vendere il più possibile, usando un marketing accattivante e proponendo collezioni che si susseguono a prezzi stracciati e sconti che incentivano un ciclo consumistico. In controtendenza, il marchio Patagonia durante un Black Friday del 2011 ha pubblicato sul “New York Times” una pubblicità di denuncia del consumismo. Una prima osservazione interessante suggerita dall’azienda è la distinzione tra consumatori/consumatrici e proprietari/e: la prima categoria compra senza dare peso alla qualità del prodotto, al meccanismo produttivo, alle conseguenze; la seconda è invece consapevole della responsabilità che si assume con l’acquisto.

Patagonia

L’idea di fondo del marchio è quella di allungare la vita agli indumenti che abbiamo, grazie alla cura e alla riparazione. Per superare lo stile economicamente insostenibile cui siamo arrivate/i, Patagonia propone un abbigliamento di alta qualità, duraturo, fabbricato con risorse responsabili, riparabile e garantito a vita e fornisce anche guide per la riparazione “fai da te”, con strumenti offerti dalla stessa azienda. Così facendo, è possibile evitare le emissioni di CO2, l’accumulo di rifiuti e anche l’utilizzo dell’acqua di cui necessita la produzione di nuovi capi. Sempre di più negli ultimi anni il tema del fast fashion è messo sotto i riflettori: nel 2013, il crollo del Rana Plaza a Dacca, ho sollecitato molte analisi sulle origini di tale modello produttivo e sulle sue inevitabili conseguenze. Il Rana Plaza era un edificio di otto piani, dei quali gli ultimi quattro, costruiti abusivamente, ospitavano fabbriche tessili che realizzavano vestiario per aziende rinomate, come quelle del gruppo Inditex, Mango, Benetton e Primark. La struttura era stata progettata per una differente destinazione d’uso — negozi e uffici — e dunque non era atta a sostenere il peso e le vibrazioni dei macchinari. Il crollo avvenne nella mattina, durante l’ora di punta, e provocò 1129 vittime e 2515 feriti. Il giorno precedente erano state individuate delle crepe nei muri, quindi banca e negozi erano stati chiusi ed evacuati, ma non lo stabilimento.

Dacca, Rana Plaza, 2013

L’incidente ha dato inizio in tutto il mondo a manifestazioni di denuncia per le condizioni di sicurezza e di salute di lavoratori e lavoratrici tessili.

Due anni dopo il crollo di Dacca è uscito The true cost, un documentario che esamina l’impatto del vestiario a basso costo su chi lo produce e sul pianeta per divulgarne la consapevolezza. Il prezzo dei capi negli ultimi decenni ha continuato ad abbassarsi, mentre il costo umano e ambientale è cresciuto tragicamente. Il settore moda è parte di una globalizzazione ricca di ineguaglianze che parte dall’agricoltura, attraversa la manifattura e giunge alla vendita del prodotto finito, occupando circa 40 milioni di persone: il 97% di loro — di cui circa l’85%  è costituito da donne — non vive nel mondo Occidentale e non gode quindi dei nostri stessi diritti e nostre tutele.

Livia Firth, direttrice creativa di Eco-Age, ha rilasciato un’intervista sul suo viaggio in Bangladesh, come ambasciatrice di Oxfam, per visitare una fabbrica a Dacca e ne ha documentato la mancanza di sicurezza. È un edificio su tre piani — con un’unica uscita presidiata da una guardia armata, senza vie di fuga alternative — caratterizzato dal sovraffollamento delle lavoratrici, costrette a sopportare un caldo asfissiante senza nemmeno poter aprire le finestre. La quantità di capi da fabbricare in un’ora, tramite una catena di montaggio, è fissata a 100 unità e ci sono solo due pause giornaliere per andare in bagno.

Manifestazione contro la fast fashion

Il documentario critica apertamente anche l’impatto ambientale della “moda veloce”: in sintesi, il rilascio continuo di prodotti chimici inquinanti per realizzare abiti quasi monouso. Nel caso del cotone, che costituisce quasi la metà delle fibre utilizzate, la quantità di acqua necessaria al processo produttivo è salita tanto quanto l’uso di sostanze chimiche: il 90% della fibra tessile oramai è geneticamente modificata e la sua produzione impiega il 18% dei pesticidi e  il 25% degli insetticidi mondiali. Inoltre le sostanze chimiche non sono testate, né nel terreno né in relazione alla salute umana, e, attraverso la pelle, le sostanze presenti nei vestiti possono entrare nel flusso sanguigno.

Manifestazione di Green Peace

Il modello della fast fashion è dunque insostenibile da molti punti di vista. Un modo per contrastare i danni si basa sulla responsabilità degli acquirenti ed è utile tenere a mente alcuni dei principi dello zero waste — rifiutare, ridurre, riparare/riusare e riciclare — che si possono applicare anche a questo campo. Come consumatrici, anzi proprietarie, abbiamo il potere di cambiare le cose, informandoci e scegliendo coscienziosamente cosa acquistare.

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Articolo di Marta Grasso

Marta Grasso2

Nata a Roma nel 1993, ha iniziato i suoi studi universitari in Scienze dell’Architettura a RomaTre per poi conseguire la laurea magistrale in Architettura sostenibile in Danimarca, in un percorso di studi sull’orientamento ambientalista.
Suoi interessi sono l’arte, il disegno e soprattutto la ceramica.

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