T.A.L.K., un acronimo per aiutare le vittime di violenza

Rainn (Rape Abuse and Incest National Network) è un’associazione americana che da 25 anni si occupa di gestire programmi di prevenzione della violenza sessuale, aiutare le vittime, garantire che i colpevoli vengano assicurati alla giustizia e dispone, inoltre, di un numero dedicato attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per le persone che hanno subìto violenza e per i loro cari. In questo lungo periodo Rainn ha aiutato più di tre milioni di vittime e i loro parenti o amicizie nel percorso di guarigione dal trauma. Per l’associazione è fondamentale che la vittima di violenza sessuale sia ascoltata e accolta nel momento in cui decide di parlare dell’accaduto: questo può avvenire subito, oppure dopo settimane, mesi o anni dall’aggressione; in alcuni casi non avverrà mai.

Nel momento in cui una persona decide di fidarsi e raccontare un episodio di violenza, la reazione dell’interlocutore è determinante nel favorire il processo di rielaborazione del trauma, aiutare la vittima a sentirsi di nuovo al sicuro e riacquistare la fiducia perduta. Rainn ha pensato di condividere sui social l’acronimo Talk, in cui ogni lettera descrive comportamenti da mettere in atto nel momento in cui ci si trova ad affrontare una circostanza così dolorosa. Chi sta accanto alle vittime di violenza (famigliari, amicizie, conoscenti) potrebbe sentirsi sopraffatto dagli eventi e non reputarsi all’altezza della situazione: è quindi utile un vademecum semplice e chiaro che funga da guida in un percorso così delicato ed estremamente difficile. L’obiettivo è mettere a disposizione di chiunque gli strumenti basilari dell’empatia e dell’ascolto, che gli/le operatori/rici del settore utilizzano da anni.

Alla lettera T corrisponde Thank them for telling you: il primo importantissimo passo è ringraziare la persona per essersi confidata riguardo a un evento tanto traumatico della propria vita. Rainn suggerisce delle frasi-tipo, quali: «Spero che avermi parlato della tua storia possa aiutarti a superarla», oppure «Hai avuto molto coraggio a parlarmene, grazie», «Grazie per averlo condiviso con me. So che deve essere stato duro parlarne», «Sono felice che tu me l’abbia detto, io ti credo», «Grazie per esserti fidata di me. Sono davvero dispiaciuto/a per quanto ti è accaduto». Queste parole rappresentano degli spunti e non sono così scontate, in quanto di fronte a rivelazioni traumatiche ci si può trovare spiazzati/e e non sapere cosa dire o peggio, nell’affanno del momento, si può sbagliare completamente l’approccio. Sapere come affrontare l’argomento e avere gli strumenti per farlo permette di tutelare la vittima e aiuta l’interlocutore a non commettere errori.

Alla lettera A corrisponde Ask how you can help: chiedere in che modo si può aiutare la persona. Anche in questo caso si deve prestare molta attenzione alle parole e alle frasi da pronunciare. Rainn indica gli approcci corretti da seguire e li confronta con quelli sbagliati. Anziché «Se fossi in te, io farei…» si dovrebbe dire «Io sono qui per te e non andrò via, cosa posso fare per aiutarti?». Al posto di «Alcune vittime di violenza si comportano in questo modo, quindi dovresti farlo anche tu…», è consigliabile dire «Non hai fatto nulla di sbagliato, come posso esserti di aiuto?». Piuttosto che «Se non denunci, metti altre persone in pericolo.» bisognerebbe dire «Stai pensando di denunciare? Se sì, vuoi che ti accompagni?». La persona deve sempre sentirsi libera di scegliere e non deve essere forzata in nessun modo a denunciare. Riappropriarsi della propria libertà di scelta è fondamentale: la violenza in sé è un atto che priva della libertà personale e non si deve permettere che accada in altri frangenti.

La lettera L sta per Listen without judgement, ovvero ascolta senza giudicare: si pone l’accento sull’importanza che riveste la rassicurazione della persona, far percepire la propria presenza, ribadire che non ha colpa di quanto accaduto, ascoltare attivamente, essere empatici, accettare le decisioni che solo il singolo individuo può prendere, riconoscere che sta passando un momento doloroso e mostrarsi presenti. Il riconoscimento del dolore è essenziale affinché la persona si senta capita e possa trovare conforto. Non si deve assolutamente mai minimizzare l’esperienza subìta: può capitare che, a fin di bene, si cerchi di sdrammatizzare la situazione, ma in realtà questo comportamento è deleterio su tutti i fronti. Si rischia di suscitare un senso di inadeguatezza, tanto che l’interessato/a può pensare di esagerare e sentirsi in colpa per questo: il senso di colpa è un sentimento che nessuno dovrebbe mai generare nelle vittime di violenza. Non si deve mai interrompere il racconto, bensì è opportuno lasciare che la persona parli e si sfoghi; non si devono porre domande da investigatori, cercando di avere più dettagli e particolari, non si deve chiedere che vestiti indossasse o se avesse bevuto, perché simili circostanze non sono mai attenuanti per la violenza e domande di questo tipo non fanno altro che instillare il senso di colpa. Mai mostrarsi delusi/e perché la vittima non si è confidata subito: ognuno ha i propri tempi di elaborazione del trauma e del lutto a esso connesso e questi vanno sempre rispettati.

Infine la lettera K sta per Keep supporting ovvero mantenere nel tempo il supporto. Il percorso di uscita dal trauma della violenza è lungo e accidentato, quindi come amici/che o parenti delle vittime è necessario mostrarsi disponibili all’ascolto e informarsi circa il benessere della persona, anche proponendo di starle accanto se volesse intraprendere un percorso psicologico/giudiziario. Le vittime di violenza tendono pure a cambiare le proprie abitudini e i propri comportamenti oppure ad autoisolarsi. È importante mostrarsi comprensivi/e, cercando di includerle nelle uscite con le amicizie o in attività di svago e non lasciarle sole, ovviamente senza forzature.

Possono sembrare dei consigli scontati, in realtà non è così. Trovarsi di fronte a un famigliare, un amico o amica che racconta un’esperienza di violenza è traumatico anche per chi ascolta. Ci si può sentire straniti/e o sopraffatti/e dalle emozioni e il rischio di commettere degli errori è elevato. Non sapere come comportarsi e avere paura di sbagliare in contesti così delicati è assolutamente normale. Proprio per questo Rainn ha pensato di condividere questi consigli di modo che possano essere d’aiuto sia alla vittima di violenza che si sente capita e rassicurata, sia alla persona con cui decide di confidarsi. Il sostegno alle vittime passa anche attraverso il rispetto e la fiducia che si riesce a trasmettere loro. Non si deve però sottovalutare l’impatto emotivo di queste rivelazioni per un famigliare o una persona amica: condividere sui social, accessibili a un vasto pubblico, informazioni e consigli così significativi può essere di grande aiuto. Il fenomeno della violenza è molto diffuso e purtroppo sottostimato: la maggior parte delle violenze non viene denunciata e ancora troppe vittime non hanno accesso ai servizi di prevenzione e contrasto alla violenza. Sapere come essere di supporto può aiutare le vittime a sentirsi capite, cercare aiuto o sporgere denuncia.

Non resta che fare tesoro di queste informazioni e custodirle, con la speranza che chiunque possa rappresentare l’àncora di salvezza di una persona in difficoltà.

https://www.rainn.org/

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Articolo di Elisabetta Uboldi

Liz. foto 200x200

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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