Editoriale. Un calcio alla cultura?

Carissime lettrici e carissimi lettori,

mi piace iniziare l’editoriale odierno con un ricordo personale, della mia gioventù e dell’incipit della mia partecipazione attiva alla vita politica. Era il 12 maggio del 1974 e andai a votare per la prima volta. Frequentavo il secondo liceo classico e tutte e tutti le/gli aventi diritto al voto fummo chiamate/i non per una consultazione elettorale, ma a decidere con un referendum sull’abrogazione o meno della legge 898, quella che sanciva, dopo innumerevoli tentativi, l’entrata del divorzio in Italia, la cosiddetta legge Fortuna–Baslini, dal nome dei due deputati, uno socialista e l’altro liberale, che la portarono, a più riprese, all’attenzione del Parlamento. Il referendum al quale per la prima volta partecipai con il mio voto fu un ulteriore tentativo di affossare questo diritto. E così l’Italia stava diventando praticamente l’unico Stato (oltre la Spagna) dell’allora Mec, e a livello mondiale, in cui l’indissolubilità del matrimonio era inconfutabile per il diritto.

La legge era entrata in vigore il 18 dicembre del 1970, ma era stata siglata il 1 dicembre, approvata dopo una lunghissima discussione. Casualmente era di martedì, come quest’anno. L’atto che rendeva possibile lo scioglimento del matrimonio passò ma, come mai era successo prima, senza l’approvazione dei voti del partito di maggioranza, che allora era la Democrazia Cristiana. Forse per questo, forse per le pressioni da parte del Vaticano (il papa in cattedra era in quel tempo Paolo VI) si sentì l’esigenza di dare la parola al popolo con il primo referendum abrogativo della Repubblica italiana. Ma il voto giocò un tiro mancino a chi aveva sperato di fissare l’Italia nell’immobilismo e nella mancanza dei fondamentali diritti civili. Quel 12 maggio 1974, dopo una straordinaria raccolta delle firme e anche grazie a una fitta campagna portata avanti dai Radicali e da Marco Pannella, il No all’abrogazione della legge sul divorzio stravinse e portò ulteriori aperture, importante tra tutte la riforma del diritto di famiglia del 1975, grazie alla quale, in attuazione dei principi della Costituzione, furono finalmente abolite la patria potestà e la potestà maritale, il diritto e l’egemonia del padre sui figli, figlie e moglie e dunque la parità dei coniugi. Purtroppo per l’abrogazione del Delitto d’onore (art. 587 del codice penale, provenienza del Codice Rocco e affiancato dall’altrettanto vergognoso uso del matrimonio riparatore a cui valorosamente si oppose Franca Viola, classe 1948 e che di fatto legalizzava lo stupro) si dovette aspettare il 5 agosto del 1981 con la legge 144. Intanto non c’era più il reato di adulterio (punito, solo per le donne, anche con il carcere), si aboliva il cosiddetto Divorzio all’italiana celebrato nell’omonimo celebre film di Pietro Germi (1961) e si guardava finalmente ancora avanti: alla regolarizzazione delle nascite e l’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo con il frutto di un altro referendum abrogativo che confermò la legge 194, quella sull’aborto, grande vittoria di un giorno di maggio, il 22 maggio 1978.

Il risultato eclatante del primo storico referendum rappresentò il primo grande scollamento tra la società civile e la parte religiosa della società del Paese. L’Italia ha vissuto, con l’approvazione definitiva della Legge sul divorzio, nata all’alba di quel martedì 1 dicembre di cinquanta anni fa, un momento forte e trasversale che ha unito tante forze politiche e tanti uomini e donne anche della cultura e dell’arte (ricordate il famoso no dello spot affidato a Gigi Proietti?!).  Con l’introduzione della legge del dicembre 1970 e la vittoria del referendum si chiuse una faticosa e lunga strada, aperta addirittura nel XIX secolo, che registrava ben quattordici tentativi di attuazione, il primo risalente al 16 maggio 1878, proposto da un uomo valoroso e non molto conosciuto, Salvatore Morelli (1824-1880) che noi abbiamo ricordato qui su Vitaminevaganti.com (n. 59, 25 aprile 2020).

Un altro avvenimento importante della settimana che ci siamo lasciati/e alle spalle è la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù. Importante per i numeri che evidenzia, coincide con la data di adozione, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, della Convenzione sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione (risoluzione 317 del 2 dicembre 1949). Un fenomeno questo che credevamo appartenesse completamente al passato. Invece ancora oggi, e ormai si parla di schiavitù moderne, dobbiamo tristemente prendere atto che oltre quaranta milioni persone in tutto il mondo ne sono vittime. Questo termine è utilizzato, come è stato scritto, «come ombrello per indicare pratiche quali lavoro forzato, servitù per debiti, matrimoni forzati e traffico di esseri umani. In sostanza, si riferisce a situazioni di sfruttamento che un individuo non può rifiutare né abbandonare a causa di minacce, violenze, coercizioni, inganni e/o abuso di potere» Non è da poco notare, inoltre, che più di 150 milioni di bambini e bambine, ovvero almeno un/una bambino/a su dieci in tutto il mondo, sono sottoposti a lavoro minorile. É necessario porre l’attenzione sullo sradicamento delle forme contemporanee di schiavitù, che vanno dalla tratta di persone, allo sfruttamento sessuale, alle peggiori forme di lavoro (quello stagionale al soldo del caporalato ne è un esempio lampante) al lavoro minorile. I matrimoni forzati (spesso fatti con ragazze minorenni) e i bambini e bambine soldato sono una piaga ancora esistente nella nostra società che sarebbe doveroso combattere aspramente. Il 3 dicembre, poi, si è celebrata anche la Giornata internazionale delle persone con disabilità, che deve portare a riflettere e ad agire per abbattere quelle barriere, sia fisiche sia culturali, che impediscono una effettiva inclusione delle persone con disabilità; anche in questo ambito è necessario avere uno sguardo di genere, dato che, per fare solo un esempio, i dati dell’Istat riguardanti la violenza esercitata sulle donne denunciano che il 36% delle intervistate con disabilità ha subito violenze fisiche o sessuali a fronte del 30% delle donne non disabili; il rischio di stupro è doppio e anche i numeri della violenza psicologica sono allarmanti.

Iniziamo a sfogliare la rivista. Ci portiamo dietro un piccolo bagaglio di polemica dal nostro Vitamine vaganti della scorsa settimana, il numero 90. Era appena passato (il mercoledì precedente) il 25 novembre, quando annualmente si ricorda la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne e quando un giornalista famoso (non giudico se per abilità professionale o per onnipresenza televisiva) ha detto che quella che si stava commentando era la giornata della violenza delle donne (crediamo, seppure mi sembra che scuse non ce ne siano state, di addurre il motivo dell’incresciosa espressione a un altrettanto sgradevole e fastidioso lapsus!). Nello stesso giorno moriva uno dei calciatori più famosi del mondo, Diego Armando Maradona. Noi allora ci sentimmo di pubblicare un articolo dedicato.

Sull’abilità calcistica di Diego Maradona ho sentito due commenti molto interessanti che ripagano la motivazione della scelta fatta e mi piace  riferirveli. Il primo è di Roberto Saviano che, guidato dai suoi ricordi d’infanzia, sottolinea la capacità sul campo di quello che fu il più glorioso dei Numeri 10 del Napoli e non solo: «Il suo sogno era giocare, essere felice. Diego Armando Maradona è sempre stato questo, essere felice e credo ci sia riuscito solo giocando. Chi non è napoletano — spiega ancora Saviano — non può capire fino in fondo perché fu una divinità calcistica. Riscatto, vendetta. Il tutto portato avanti solo con il suo talento, un uomo solo che creava cose, e lo faceva spesso completamente da solo».  A questa di Saviano si affianca l’opinione espressa, qualche tempo prima della sua scomparsa, dall’ingegnere, scrittore e filosofo Luciano De Crescenzo, operando un confronto tra Maradona e Platini: «Sono due grandissimi giocatori, entrambi dei fuoriclasse, ma sostanzialmente molto diversi sia per qualità di gioco che per carattere. Platini è un apollineo, Maradona è un dionisiaco. Vale a dire — spiega ancora De Crescenzo — che Platini gioca sotto l’influsso di Apollo e Maradona gioca sotto la spinta di Dioniso. Detto in parole povere è l’eterno conflitto tra la Razionalità e la Passione». Questa è cultura, a pieno titolo! Maradona e Platini segnano due aspetti del calcio. Platini è apollineo mentre Maradona è dionisiaco e questo fa di Maradona un grande senza confini, calcisticamente parlando.

Questa settimana pubblichiamo un altro articolo, in cui viene ribadita la validità della nostra scelta e che contemporaneamente è una risposta chiara, netta e pacatissima a chiunque a priori, e non come commento critico a posteriori, possa, diciamo, pensare di “consigliare” di togliere un articolo già inserito nel nostro menabò e accettato da tutta la redazione, e da me, con mente lucida e consapevolezza. L’articolo pubblicato nel n. 90 della nostra rivista (che aveva avuto, come quando riesco a farlo, il commento nell’editoriale) non è stato scritto come un elogio all’uomo Maradona, nel suo rapporto con le donne, nella sua vita privata (di cui abbiamo una precisa opinione personale), ma è l’osservazione attenta di un fenomeno sociale e di un fenomeno sportivo (dal gr. ϕαινόμενον, part. sostantivato di ϕαίνομαι «mostrarsi, apparire), visto con un occhio non “maschile” come è stato detto (seppure l’autore sia un uomo), ma di chi vede l’eccellenza (e dunque un’arte) della persona nella sua alta professionalità. L’articolo pubblicato oggi, che vi consiglio di leggere, per l’equilibrio degli argomenti trattati e per l’ampia ed esatta definizione del concetto e del termine “cultura”, ribadisce questo aspetto da noi qui sottolineato, anche la volta scorsa.

Ma la rivista di oggi è altro ancora. É il ricordo dolce e appassionato di John Lennon e, in quanto anche lui mito di generazioni (soprattutto quelle vissute all’ombra della sua produzione artistica), del laico pellegrinaggio di una famiglia, quella dell’autore dell’articolo, alla casa di New York del cantante dei Beatles, casa davanti alla quale Lennon fu ucciso quaranta anni fa. Tanta poesia si evince dall’articolo sulle pittrici di rose, arrivato questa volta al Novecento, con moltissime nominazioni tra le quali scelgo quella a me più cara su Frida Kahlo, con due splendidi autoritratti in cui è ornata da questo profumato fiore. E di poesia parla anche l’Incontro impossibile di questa settimana con l’intervista a Maria Luisa Spaziani che per ben due volte si trovò ad essere candidata al Nobel. Altre donne, in particolare una Fortunata Gallina, detta Fortunina, riempie con la sua presenza di nuovo le vie di Brescia, dove la protagonista, morta giovanissima, non fu completamente ricambiata del suo appassionato amore da Tito Speri, eroe risorgimentale.

Il petrolio, l’America di George Bush, l’Iraq di Saddam Hussein e la guerra che ne consegue sono gli argomenti della puntata odierna di Pillole di Storia, che è in dirittura di arrivo e vicina alla pubblicazione di un librettino che renderà la serie fruibile nelle scuole, come è già avvenuto per l’Abbecedario 

Ci sono i romanzi di una medica innamorata della scrittura e quelli di fantascienza di Geltrude Barrows Bennet, che dovette all’inizio, come troppo spesso è accaduto, farsi passare per un maschio, e uno scritto che elenca le effigi di donne della Storia sulle banconote. Di nuovo ci si immette sulle strade del mondo con un articolo interessante e davvero particolare che continua il viaggio intrapreso la scorsa settimana, sempre tra le pagine del libro di Deirdre Mask, Le vie che orientano. Un dialogo con altre tre mediche, differenti per età, ci fa capire meglio la situazione in tempi così delicati come questo nostro dominato dal Covid-19. Altre tre donne, Alessandrina, Ersilia e Bambina ci raccontano della violenza sulle donne e della volontà e necessità di recuperare il Senso civico dell’esistenza. Dalle sofferenze terrene il numero di Limes, di nuovo commentato in questo mese, ci porta al mare, alle strategie politiche e militari impostate sul Mediterraneo e sugli oceani che alla fine, in qualche modo, lo lambiscono e ci nutriamo con un’ulteriore splendida lezione di geopolitica. Alla fine il sapore caldo di uno sformato di pomodorini fatto in casa ci ridona forza e vigore convincendoci di nuovo che la cultura è un concetto molto ampio, molto più esteso di quello che sembra ed è compito delle e degli insegnanti, di chi educa, farlo capire alle giovani generazioni che avranno uno sguardo libero e aperto sui mondi che viviamo.

Concludo con il piccolo dono che ormai si è fatto consuetudine e che anche io aspetto, da me stessa. Ho trovato per caso, sempre per quella bellissima coincidenza di caso e necessità, questa poesia di Edoardo Sanguineti dedicata alle donne (e contro la guerra), mentre ne cercavo un’altra che avevo sentito recitare dal poeta stesso. Per Sanguineti, poeta, giornalista, scrittore e accademico è un doppio anniversario, della nascita, il 9 dicembre 1930, alla «lunga notte che diventa niente», il 18 maggio 2010, entrambe avvenute a Genova. Eccola: «Quando ci penso, che il tempo è passato,/ le vecchie madri che ci hanno portato,/ poi le ragazze, che furono amore,/ e poi le mogli e le figlie e le nuore,/ femmina penso, se penso una gioia:/ pensarci il maschio, ci penso la noia./ Quando ci penso, che il tempo è venuto,/ la partigiana che qui ha combattuto,/ quella colpita, ferita una volta,/ e quella morta, che/ abbiamo sepolta,/ femmina penso, se penso la pace:/ pensarci il maschio, pensare non piace./ Quando ci penso, che il tempo ritorna,/ che arriva/ il giorno che il giorno raggiorna,/ penso che è culla una pancia di donna,/ e casa è pancia che tiene una gonna,/ e pancia è cassa, che viene al finire,/ che arriva il giorno che si va a dormire./ Perché la donna non è cielo, è terra/ carne di terra che non vuole guerra:/ è questa terra, che io fui seminato,/ vita ho vissuto che dentro ho piantato,/ qui cerco il caldo che il cuore ci sente,/ la lunga notte che divento niente./ Femmina penso, se penso l’umano/ la mia compagna, ti prendo per mano”. (La Ballata delle donne).

Buona lettura a tutte e a tutti

***

Articolo di Giusi Sammartino

Foto per presentazione.200x200

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

2 commenti

  1. quella del divorzio fu una grande conquista sociale; la Chiesa ha sempre tentato di ostacolare questa Legge come altre che ledevano i loro privilegi. Per loro il Matrimonio era indissolubile ma se avevi ampie disponibilità economiche, lo potevi annullare attraverso la “Sacra Rota”.
    Io sono sempre per uno Stato libero da pressioni clericali.

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    1. Grazie. È un desiderio che ci accomuna. La Sacra Rota credo sia l’istituzione maggiormente classista che possa esserci e non solo a livello di discriminazione economica . Davvero grazie

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