Editoriale. Il valore di nascere donna

Carissime lettrici e carissimi lettori,

sembra che di sicuro oggi ci sia solo l’incertezza. I vaccini, la terza ondata del virus, le feste di Natale, il veglione di Capodanno, le possibilità di sciare, l’incontro coi parenti, il cambiamento di colore delle venti regioni di questa nostra Italia, i trasporti disponibili per muoversi, le modalità di rientro. Tutto sembra vacillare e le certezze sono attaccate a un filo, come la vita stessa dei prossimi mesi.

I vaccini, preparati a tempi da record, hanno iniziato a essere somministrati per ora solo nella terra dell’anziana regina Elisabetta.  Due splendidi suoi coetanei, di cui uno con il nome altisonante di William Shakespeare, si sono prestati, sotto i riflettori del mondo intero, a quello che è diventato il vessillo dell’efficacia della scelta Brexit, di cui qualcuno nella grande isola britannica cominciava a pentirsi! In Europa i vaccini arriveranno, non si sa quando, ma ci dicono che saranno più sicuri e controllati. Saranno somministrati a scaglioni: prima i medici e le mediche, poi gli anziani e le anziane, poi le persone con debolezze fisiche evidenti. In primavera e fino all’estate toccherà al resto della popolazione. Tutto si svolgerà in quest’ordine, più o meno. Arriverà la cosiddetta terza ondata? Forse sì, anzi di certo! C’è chi dice che potrebbe provocare più morti della prima e della seconda fase. Su questo c’è finalmente una certezza: la sua violenza dipenderà da come passeremo queste feste di Natale a cui ci stiamo avvicinando. Ed ecco un’ulteriore valanga di incertezze. Dobbiamo, infatti, prima di tutto capire se e con chi fare il cenone e il pranzo di Natale e se a tavola con noi potranno sedere i nonni e le nonne insieme ai nipotini e nipotine, freschi di contatti scolastici. Passato Natale arriverà Capodanno che ci traghetterà (anche qui con un tentativo ad effetto non certo e sicuramente distante) lontano da questo 2020 che ce l’ha messa proprio tutta, corroborato anche dagli eventi celesti (con tre eclissi superstiziosamente viste malissimo in un anno bisestile!) a dimostrare, a chi ci crede, la purulenza letale di chi ha segnato sul calendario il 29 febbraio. Il veglione lo faremo? Dove, visto che i locali, dai pub ai bar e ai ristoranti chiuderanno rigorosamente alle 18.00 come da decreto ministeriale? Con quante persone potremo brindare? Parenti e conviventi o anche solo amici? La lista dei dubbi continua, imperterrita: sul colore assegnato, tra proteste, forzature e irrigidimenti di presidenti di regioni, sugli spostamenti di conseguenza permessi verso genitori e parenti lontani o in direzione delle seconde case in montagna dove, se andremo, non potremo praticare discese ardite con gli sci ai piedi (semmai una passeggiata in famiglia con le ciaspole o con gli scarponcini da neve, cominciando a vivere la montagna in un modo meno invasivo e più rispettoso!).

Si fa urgente dunque il bisogno di un’informazione precisa, che deve essere però pacata, per non seminare, insieme alla confusione e alla bagarre che sa tanto della solita eterna campagna elettorale, il panico e soprattutto il disorientamento. Certo, in coda, permettetemi di porre una piccola personale riflessione, quasi tra parentesi, che mi viene spontanea. Ci si accanisce ora per i pranzi e le cene delle feste, si grida all’abbandono degli e delle anziane (ma non è meglio che siano sani/e che festeggianti?), ma fino al 2019 compreso ho sempre sentito un malcontento generale proprio riguardante queste riunioni familiari, ritenute spesso forzate. Così come i festeggiamenti di fine/inizio anno sembravano dettati più dalla pressione sociale su come rispondere al tormentone del che fai/hai fatto a Capodanno che da una sincera volontà di divertirsi insieme. Cristo nascerà simbolicamente lo stesso e nulla cambia se si celebra qualche ora prima la sua tradizionale e non reale venuta al mondo. Francamente non penso che n questo modo venga tolto qualcosa di importante a chi crede e stima il futuro predicare del bambinello della mangiatoia, profugo per eccellenza. Non si toglie nulla al suo essere Verbo, parola viva che si incarna, come dicono le Scritture. Questo lo ha capito benissimo anche Papa Francesco. C’è chi grida allo scandalo o persino sostiene (ma qui entriamo nel mito dell’assurdo) che sia un affronto alla religione e dovrebbe essere proibito “anticipare le doglie della Madonna” (il virgolettato è d’obbligo per non cadere noi nel ridicolo) per cui la Messa di mezzanotte non può essere spostata, neppure in nome della salute collettiva. La cosa non può riguardarci, né se siamo religiosi/e né se siamo non credenti, perché esula da qualsiasi ragionevolezza e appartiene più a uno squallido horror che a un film fantasy.

Questa settimana è iniziata con un dolore vero, una perdita ineluttabile di quelle che, senza retorica, ci fanno sentire tutte e tutti più soli/e. Proprio il Covid-19, che tanto deve essere temuto se avvicinato agli/alle anziani/e, si è portato via il sorriso e la forza di una piccola donna: Lidia Brisca Menapace, classe 1924, la partigiana senza armi, la femminista appassionata, la politica vera, l’eretica di tutti i partiti, che lasciava senza timore se non convincevano più i suoi principi di libertà, di giustizia e di pace. Perché Lidia Menapace era una donna libera, giusta, pacifica e pacifista, che è stata sempre fedele e coerente a questi principi: quando, giovanissima, ha scelto di essere staffetta per i partigiani senza abbracciare mai un’arma, quando non le fu rinnovato l’incarico di docente all’Università cattolica di Milano a causa di un documento intitolato Per una scelta marxista, dopo l’uscita, nel 1968 dalla Democrazia Cristiana e poi anche dal Partito comunista, quando fu considerata una delle eretiche che andarono a fondare, insieme a Lucio Magri, il Manifesto, che era dunque anche il suo giornale e che le ha tributato un omaggio sentito e emozionato. Così come noi abbiamo voluto fare, nel nostro piccolo, con un articolo di Nicoletta Pirotta, attivista di IFE Italia e della rete europea di Feminists for Another Europe.

Lidia Menapace ha saputo dare valore al linguaggio, sia a quello di genere che nel creare definizioni rimaste nella storia, come quella sul femminismo sentito da questa piccola grande donna come carsico, acqua che si nasconde per un periodo sotto terra e poi riappare sempre viva e gonfia. Di lei ha scritto Antonia Sani su Il Manifesto: «La sua era una personalità poliedrica, aperta a sollecitazioni che la distoglievano da quello che sarebbe stato il suo ruolo di “dirigente” del nostro movimento. Invitata ovunque dai movimenti delle donne, pronta a opporsi a chi colpiva la sua visione laica, contro l’uso militarista delle frecce tricolori, maestra a proporre un linguaggio scevro di termini bellicisti, a puntualizzare le differenze linguistiche tra i termini rivolti a uomini e donne… era davvero sorprendente. A Bolzano, a casa sua, l’ho vista immersa dal vivo nella Scienza della vita quotidiana da lei praticata nell’UDI. Ricordo barattoli vitrei ben allineati su scaffali in cucina contenenti vari tipi di pasta, vassoietti con cibi appetitosi, pronti nel frigo per il simpatico marito dall’accento trentino, per i giorni in cui lei era in giro per l’Italia… Lidia ha incarnato la parabola del “buon seminatore”, pronto a diffondere la “buona novella” a coloro che hanno sete di giustizia. Questo era Lidia, instancabile nei vari ruoli, come molti e molte hanno ampiamente sottolineato. La sua sterminata cultura, il piacere di essere condivisa, la sua partecipazione alla vita politica non solo italiana. Il suo amore per gli ideali formativi della sua esistenza, difesi fino all’ultimo, senza remore, l’attività svolta in settori diversi hanno messo in evidenza la sua natura indelebile di protagonista. Lidia non avrebbe potuto né voluto dirigere un partito, ma esprimere con convinzione sé stessa, questo sì».

Un altro lutto ci ha segnati e segnate in questa settimana di fine anno. Paolo Rossi, detto Pablito, è morto a 64 anni, il 9 dicembre. Calciatore del Lanerossi Vicenza, era divenuto celeberrimo durante il campionato mondiale di calcio in Spagna del 1982, vinto dall’Italia allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid contro la Germania Ovest per 3 a 1 e in cui Rossi si classificò capocannoniere grazie a sei splendidi gol, dopo aver eliminato il Brasile impegnandosi da campione quale era in ben tre reti. Ci ricordiamo la sua vittoria del Pallone d’oro. A luglio (l’11 luglio 1982) a Torino si esibirono in un concerto i Rolling Stones: all’inizio Mick Jagger salì sul palco con la maglia della nazionale azzurra e pronosticò la vittoria italiana, non sbagliando neppure sul numero di reti!  Due giorni prima a Roma, al Mattatoio, anche Frank Zappa aveva omaggiato la Nazionale azzurra, ugualmente all’inizio del concerto, e il pubblico inneggiò a Paolo Rossi, diventato l’eroe del momento, elegante e forte contemporaneamente, un’icona, aggiungeremo noi, del calcio giocato con il cuore. I gol della vittoria furono segnati da Paolo Rossi, Marco Tardelli e Alessandro Altobelli. Il commento entusiastico del telecronista Nando Martellini è entrato a pieno titolo nella Storia nostrana: «Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!». Oggi felicemente lo risentiamo nelle nostre orecchie e realmente, ogni venerdì sera, possiamo ascoltarlo negli applausi (registrati a causa della pandemia) della trasmissione Propaganda Live. La prosa di Gianni Brera a commento di Rossi ha fatto scuola. Rimane nel cuore la figura del Presidente della Repubblica Sandro Pertini esultante allo stadio e poi ripreso, durante il volo di ritorno in Italia, mentre gioca a carte con i calciatori vittoriosi. In quegli anni chi viaggiava all’estero veniva salutato con: «Vieni dall’Italia? Pertini e Paolo Rossi!» (Qualche anno dopo, ahinoi, si sentirà dire un altro genere di duetto: «Italia? Berlusconi! Bunga-bunga!»).

La stampa brasiliana, memore della sconfitta del 1982, ha commemorato la morte di Paolo Rossi: «Uno dei più grandi idoli del calcio italiano e giustiziere del Brasile ai Mondiali del 1982», con dolore e onestà. Questo è il calcio che si vorrebbe sempre sentire e leggere e del quale abbiamo bisogno!

Il numero odierno di Vitaminevaganti è blu e ormai sapete che indica il supplemento dedicato alla scuola, sempre ricco e interessante, di Vitamineperleggere che vi invito a sfogliare. Qui, nella rivista accorciata per l’occasione, ma sempre vivace, troviamo, con l’articolo su Lidia Menapace, che mi ha incuriosita e buttata dentro a precipizio, come si fa sempre con le letture interessanti, la terza puntata della serie sulle Vie che orientano,  che questa volta punta il binocolo di osservazione (mi sembra un’esatta metafora) sull’indirizzo: elemento essenziale e necessario di integrazione sociale, persino per i e le senza fissa dimora incasellate/i a Roma, con l’esempio dato dall’autrice, sotto la denominazione di via Modesta Valenti, dal nome della clochard morta, nel 1983, alla Stazione Termini nell’indifferenza di tutti. E da Roma, sempre con l’autrice del libro qui commentato, Deidre Mask, si vola verso l’enorme campo profughi giordano e poi nella Londra del colera del XIX secolo o all’Austria dell’imperatrice Maria Teresa.

Poi mi sono abbandonata alle dolcezze della musica per arpa, strumento femminile per eccellenza, iniziata a essere messa addirittura nelle mani degli angeli! Una vera e propria favola di colori (il rimando a Italo Calvino delle Cosmicomiche ci fa sognare) ci porta al Senso rotatorio con pizzichi giallo/blu/rosso che viaggiano nell’universo in mille anni luce senza tempo. Poi la Tesi. Questo mese viene dalla prima università romana, La Sapienza, a me carissima: Da Cenerentola a Moana. L’universo disneyano in una prospettiva di genere. Il titolo si commenta da sé.

Ci siamo allungate molto in questo editoriale che annuncia un numero ristretto di articoli. Allora, ringraziando l’autrice che me lo ha messo sotto gli occhi all’inizio del suo Il Catalogo delle donne valorose (Serena Dandini, Mondadori, 2018, dedicato a sua nonna Leonarda) riprendo l’incipit della sua introduzione alle 34 storie femminili: «Sono grata di essere una donna. / Devo aver fatto qualcosa di grandioso in un’altra vita». Uno sguardo verso i pensieri orientali di Maya Angelou, poeta, scrittrice (anche di libri per bambini), attrice e ballerina afroamericana dalla vita per nulla semplice (terminata nel 2014), ma piena di entusiasmi e invenzioni.

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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