Le vie che orientano. Dare un indirizzo al mondo non è un atto neutrale

Gli indirizzi sono un’infrastruttura astratta e allo stesso tempo concreta, fondamentali per ogni tipo di attività umana. Dobbiamo riempire un modulo per richiedere un servizio? Nome, cognome e indirizzo sono necessari. In questo periodo di pandemia siamo tenuti a riempire molti fogli sui quali dichiariamo il nostro stato di salute, i contatti e gli incontri avuti: nome, cognome e indirizzo sono essenziali, primi elementi di un tracciamento che tutte/i noi speriamo non debba mai avvenire. Intrappolati nelle nostre abitazioni durante il primo lockdown ‒ e molte persone lo sono nuovamente ‒ abbiamo chiesto al mondo esterno di raggiungerci, di farci arrivare cibo, libri, farmaci, giochi, capi d’abbigliamento, mobili, suppellettili. Di nuovo nome, cognome e indirizzo sono basilari.

L’indirizzo definisce un’identità, permette di avere un documento personale, di aprire un conto corrente, di accedere agli uffici di collocamento, di ricevere un certificato, un sussidio, un aiuto sanitario o sociale. È un elemento di inclusione sociale. Agli/alle “invisibili” delle nostre città, i/le tanti/e senzatetto che vivono in strada perché una casa l’hanno persa o non l’hanno mai avuta, le amministrazioni locali mettono a disposizione un indirizzo fittizio, una posizione anagrafica convenzionale, indispensabile per un percorso di reinserimento umano e sociale. È così in moltissimi Comuni italiani, grandi e piccoli, ed è così anche in moltissime città del mondo.

Intitolazione a Modesta Valenti

A Roma per esempio, dal 2002 esiste via Modesta Valenti, un indirizzo non reale istituito in memoria di una anziana donna senza fissa dimora morta «per mancata assistenza» nel 1983, alla stazione Termini fra la disattenzione dei/delle numerosi/e passanti.

Queste residenze convenzionali sono strumenti irrinunciabili, fondamentali non solo per chi ne usufruisce, ma anche per le numerose associazioni di volontariato che seguono e aiutano chi vive per strada e per le stesse amministrazioni pubbliche. Chi non può accedere alle residenze fittizie si trova in un gradino ancora più basso della scala sociale, in una condizione invisibilità e marginalità maggiori. Spesso è nei luoghi più poveri della Terra che gli indirizzi non ci sono. Nelle bidonville, nelle favelas, nelle baraccopoli sparse ovunque sul pianeta, gli/le “invisibili” un tetto, pur precario e rimediato, ce l’hanno, manca loro il nome della strada e un numero civico che li/le identifichi come cittadini/e. Mappare e assegnare gli indirizzi, ricorda Deidre Mask ne Le vie che orientano. Storia, identità e potere dietro ai nomi delle strade, consentirebbe a quell’umanità dimenticata di veder «accendere i riflettori» su di loro e sulla loro condizione, primo passo per poter ricevere gli aiuti di cui hanno bisogno e per renderli parte della società.

Campo rifugiati di Zaatari

Il campo rifugiati di Zaatari, in Giordania (veduta d’insieme nella foto di copertina), al confine con la Siria, ospita quasi 80 000 rifugiati, con 32 scuole e 58 centri comunitari, scrive ancora Mask. Solo nel 2016 le strade hanno ricevuto un nome e, come le hanno ricordato alcuni residenti del campo, quegli indirizzi hanno fatto perdere all’area e ai/alle suoi/ sue abitanti l’idea di essere abbandonati. «Grazie a Dio adesso ho un indirizzo vero» le hanno risposto molte persone.

Mappare il territorio è stato fondamentale durante l’epidemia di colera nella Londra del XIX secolo. Ha permesso ai dottori di trovare l’origine del contagio, individuarne le cause e porre fine alle morti di uomini, donne, giovani e anziane/i. L’importanza del legame tra indirizzi e salute pubblica è tornata in evidenza più volte da allora. Quasi duecento anni dopo, la mancanza di nomi di strade e di numeri civici ha ostacolato il soccorso di molte persone a Haiti. Nell’isola devastata dal terremoto nel 2010, il colera mieteva vittime ogni giorno. Il problema non era certo la cura dell’epidemia, ma trovare le persone malate senza avere a disposizione una mappa accettabile che ne permettesse una veloce e sicura individuazione. E la lotta condotta dalle équipe mediche è andata avanti per circa otto anni ‒ un tempo infinito per la realtà sociale del XXI secolo ‒ prima di avere la meglio sul colera.

«Gli indirizzi ‒ scrive ancora Mask‒ aumentano la democrazia, facilitando la registrazione degli elettori e la mappatura delle circoscrizioni». Ogni volta che andiamo a votare ed esercitiamo questo diritto fondamentale, dovremmo ricordare come, nei Paesi in cui la democrazia è calpestata o assente, quegli stessi indirizzi diventano un modo per identificare le persone dissidenti. Sono soprattutto i numeri civici a identificare le persona, lo sapevano bene nel secolo dei Lumi, quando furono introdotti. Non si decise di numerare le abitazioni per aiutare la popolazione, per agevolare la loro vita, ma per poterle individuare meglio, per poterle tassare, per poterle sorvegliare e, all’occorrenza, imprigionare, per poter reclutare i giovani per l’esercito.
È stata l’imperatrice Maria Teresa d’Austria ad avere l’idea di numerare le abitazioni. Lo scopo era quello di riuscire a individuare e conteggiare tutti gli uomini abili al sevizio militare, per evitare che sfuggissero agli ordini di coscrizione. Le guerre erano una drammatica realtà pressoché permanente nei secoli passati e il numero dei soldati non era mai sufficiente. Nel marzo 1770 l’imperatrice emanò l’ordine: ogni porta sarebbe stata identificata da un numero, i militari e i funzionari, inviati per tutte le regioni dell’impero, dovevano procedere alla compilazione attenta di elenchi in cui fossero riportati i nomi delle persone residenti. Nessun uomo abile alla guerra sarebbe sfuggito. Vennero numerate più 1.100.000 abitazioni e individuati oltre sette milioni di futuri soldati. La sovrana aveva impartito disposizioni ben precise: le case di Vienna sarebbero state indicate con un numero di color rosso, il nero sarebbe servito per il restante territorio dell’impero. Furono utilizzati pittori professionisti per segnare i muri, con pennello e pitture dense a base di olio e ossa bollite. Sui muri apparvero solo numeri arabi, i numeri romani erano destinati alle case delle persone ebree, in segno di disprezzo.

Anche a Ginevra, più o meno nello stesso periodo, le autorità cominciarono a numerare persone, animali, carri, case. La popolazione non rimaneva ferma, distruggeva nottetempo il lavoro fatto di giorno. Così anche in altre città europee: si scalpellavano i numeri o si imbrattavano con gli escrementi, in modo che non fossero più leggibili; i funzionari incaricati venivano cacciati dai centri abitati, talvolta percossi o addirittura uccisi. Atti di ribellione verso i numeri civici intesi come «un simbolo della mano del governante che con decisione prende possesso dell’individuo privato». In breve tempo in Austria, come in altri Paesi d’Europa, dalla ribellione si passò però all’accettazione. La popolazione cominciò ad apprezzare i vantaggi introdotti con i numeri civici. I sovrani austriaci, Maria Teresa e suo figlio Giuseppe II, ebbero modo di conoscere meglio i/le loro sudditi/e. I militari e i funzionari, che avevano girato in lungo e in largo i territori dell’impero, raccontavano nei loro resoconti di un mondo poco conosciuto a corte. Veniva dipinta una realtà sociale fatta di uomini e donne malnutriti/e, costretti/e a vivere in condizioni misere, sottoposti/e alle vessazione dei proprietari terrieri per cui lavoravano e dai quali erano sfruttati/e. L’imperatore Giuseppe II introdusse alcune riforme, come l’abolizione della servitù della gleba e la creazione di forme di istruzione pubblica e gratuita. Forse, riporta Deidre Mask nel suo libro, «c’è un legame diretto tra i resoconti dei militari e le grandi riforme di Giuseppe II […], l’impero non stava solo cercando e numerando le persone; le stava anche ascoltando».

Può esistere un nuovo modo di concepire gli indirizzi? A quanto pare sì.
What3words è una start up volta a creare un nuovo sistema.

What3words

Si basa sull’idea di suddividere la Terra in riquadri lunghi tre metri. Invece di individuarli con le classiche coordinate, si usano tre parole, più semplici da memorizzare rispetto a una serie numerica. Tre parole per ciascun riquadro fanno 40.000 parole, con 64.000 miliardi di combinazioni.

Alcuni esempi: il punto su cui sorge la Torre Eiffel corrisponde a daunting.evolves.nappy»; per trovare il Taj Mahal basta ricordare l’indirizzo in questo modo: «doubt.bombard.alley»; il roseto della Casa Bianca è al punto «army.likes.jukebox». Alcune composizioni di parole sono anche buffe. Forse il cambiamento non sarà veloce, legati come siamo ai nomi delle strade, nostra memoria, nostra storia, nostre radici. Però in alcune parti del mondo What3words si sta sperimentando. In Mongolia per esempio, dove il servizio postale ha adottato questo sistema e riesce a consegnare la posta ai nuclei familiari nomadi.

Il libro di Deidre Mask si conclude con un interrogativo che vale la pena porsi e sul quale riflettere. What3words è un nuovo modo di individuare posti e persone. Nel tempo il modo di orientarsi, le mappature, le scelte odonomastiche hanno subito trasformazioni profonde, non sempre indolori. I tempi cambiano, le nuove tecnologie introducono continue rivoluzioni culturali alle quali non è immediato né semplice abituarsi. Ma soprattutto, afferma Mask, attraverso l’uso sempre più diffuso di coordinate numeriche o combinazioni di parole rischiamo di perdere una parte di noi. Se non nominiamo più i luoghi della nostra vita, corriamo il rischio di una perdita di identità collettiva. «Non bisognerebbe mai di smettere di parlare di via Karl Marx» o di qualsiasi altra scelta odonomastica, divisiva, combattuta o condivisa che sia.

Berlino. Karl Marx Strasse

Quando nel secolo dei Lumi si introdussero i numeri civici, la reazione della popolazione non fu acquiescente. Le persone tentarono la ribellione perché «capivano che con i nuovi numeri potevano essere trovate, tassate, sorvegliate e governate, che gli piacesse oppure no. Capivano che dare un indirizzo al mondo non è un atto neutrale. E noi l’abbiamo capito?».

***

Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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