LEGO Serious Play Un gioco serio a inclusione 100:100

Ciao Irene, parlaci di te e di come ti sei avvicinata al LEGO Serious Play
Cosa dire di me? Mi chiamo Irene Giampietro e la prima cosa che posso dire è che il mio percorso di vita e professionale non è stato lineare. Dopo gli studi classici, mi sono iscritta a Giurisprudenza, ma sono sempre stata un’appassionata lettrice di testi di psicologia, filosofia, neuroscienze e antropologia. Peraltro, essendo figlia di una logopedista, i misteri della lingua e dei suoi intrecci mi hanno sempre affascinato.

L’inizio della carriera nel mondo della consulenza legale e poi da manager per conto di una grande utility energetica italiana, possono apparire a posteriori più come un processo di differenziazione familiare, che una bruciante aspirazione personale. Gli studi e i lavori che ho svolto tuttavia mi hanno offerto l’enorme opportunità di viaggiare venendo così in contatto con realtà e culture molto differenti che mi hanno offerto stimoli e in qualche modo mi hanno contaminata. Poi, verso quello che a oggi è lo spartiacque dei 30 anni, ho realizzato che mi sarei sentita decisamente più utile ed appagata nel supportare altri a svolgere in modo più efficace ed efficiente il loro lavoro come singoli, professionisti, team e organizzazioni.

Perciò ho deciso di intraprendere una nuova formazione su vari fronti, seppur contigui e interdisciplinari. Ho preso la certificazione come facilitatrice LEGO Serious Play e mi sono certificata come Business & Life coach. Mi sono appassionata e sto sviluppando un mio spazio nel segmento del Coaching che prende il nome di career coaching: questo approccio ha l’importante funzione di accompagnare e sostenere professionisti nel prepararsi a superare importanti colloqui di lavoro (nonché allenarli a portare avanti i loro obiettivi). E poi collaboro a vari progetti di formazione per conto di grandi aziende, su temi legati allo sviluppo di competenze comunicative, relazionali e decisionali (generalmente dette “soft skills”).

Cosa intendiamo quando parliamo di Lego Serious Play?
LEGO Serious Play (o “LSP”) è una metodologia sviluppata verso la metà degli anni ‘90, inizialmente come strumento di sviluppo strategico interno alla LEGO. In tempi in cui i giochi tradizionali cedevano il passo ai videogame, da una parte la LEGO decise giustamente di investire su quel filone adattandosi al trend del mercato, dall’altra decise di vagliare nuove ipotesi applicative degli storici mattoncini per creare strategie utili volte ad analizzare e delineare le identità, sfruttare l’uso della metafora, immaginare possibili scenari e, attraverso tutto questo, cercare di individuare dei principi guida semplici e utili per prendere decisioni di fronte a temi problematici.

L’obiettivo è quindi quello di comprendere più a fondo il sistema di relazioni umane, le loro interconnessioni e le loro proiezioni. LSP è infatti una tecnica di facilitazione del pensiero, di processi di comunicazione e risoluzione di problemi complessi basata su una conoscenza che passa attraverso le mani.

Cosa include e cosa esclude?
Il maggior nemico dell’inclusione è l’esclusione. E l’esclusione dipende soprattutto da presunzioni e pregiudizi, personali o indotti, che se superati, garantiscono a tutti partecipazione e coinvolgimento.

Questo è proprio l’obiettivo della metodologia LSP che si basa su alcuni assunti:

  1. Non tutti e non sempre hanno le risposte;
  2. Vale la pena ascoltare tutte le voci ed espressioni presenti in una stanza;
  3. Tutti, anche i più timidi e remissivi, desiderano contribuire, sentirsi parte di qualcosa di più grande e di assumersene la responsabilità;
  4. Quando si offre a tutti l’opportunità di esprimersi i risultati sono generalmente più condivisi e sostenibili;
  5. Ascoltare la voci fuori dal coro, spesso offre gli spunti più interessanti.

Complessità e adattività sono temi con i quali ci confrontiamo ormai quasi quotidianamente. Per affrontarli è necessario concentrarsi sull’inclusione affinché si possano generare nuove consapevolezze e valori.

Perché LSP è un metodo inclusivo?
La prima risposta viene spontanea. Cosa c’è di più inclusivo del giocare insieme?

Questo avviene attraverso un processo “core” che prevede le seguenti fasi:

  1. Si pongono domande dirette a creare una nuova conoscenza di un certo concetto, lanciando una sfida per trovare risposte e soluzioni apparentemente non evidenti;
  2. Si formula una risposta costruendola con i materiali LEGO LSP per dare un senso, un significato al modello 3D;
  3. Ciascun partecipante è quindi chiamato a raccontare la storia del proprio modello e ad ascoltare quelle degli altri.
  4. A questo punto, si riflette insieme sul rapporto tra modelli e storie per creare una nuova conoscenza e consapevolezza personale e collettiva su un dato tema.

Le applicazioni e le basi di LSP
Di fatto la metodologia LSP è molto articolata e ricorre a 7 tecniche applicative. Non tutte sono necessarie e possono essere combinate in modo differente a seconda dell’obiettivo che si persegue.

Il Gioco – Come si è già anticipato, la metodologia LSP si basa sul gioco poiché il gioco è un modo naturale per sviluppare nuove abilità personali e di gruppo. Ci richiede immaginazione, creatività, ma anche attenersi a delle regole comuni. Il gioco è sempre “serio” perché in ogni caso e declinazione persegue una finalità, così crea legami sociali, emozionali, cognitivi e competitivi. 

Le basi scientifiche – LSP si fonda su studi scientifici e non solo. Non vorrei dilungarmi troppo su questo fronte, ma è bene sapere che una delle principali teorie da cui trae origine LSP è il costruttivismo di Jean Piaget. Piaget infatti sosteneva che costruiamo le strutture della nostra conoscenza in base all’esperienza che facciamo del mondo. Pertanto la conoscenza non viene semplicemente acquisita, ma costruita in “strutture di conoscenza”, la prima esperienza dei bambini con la realtà esterna. Al lavoro di Piaget si aggiunge quello del suo allievo Seymour Papert che dal costruttivismo, sviluppa il concetto di costruzionismo. L’insegnamento più importante di Papert è che quando le persone costruiscono qualcosa, allo stesso tempo creano teorie e conoscenze nella loro mente. Il pensiero concreto non riguarda più la fase di crescita dei bambini, ma è uno stile di pensiero che ha i suoi vantaggi e i propri stili. Col costruzionismo, le idee e i rapporti formali diventano più concreti, visibili, tangibili, plasmabili e quindi comprensibili. Chiaramente, perché tutti siano effettivamente inclusi, quando si lancia una sfida la competenza o la preparazione devono essere in qualche modo allineate.

Teoria del flusso (Csikszentmihalyi) – Perché la prova coinvolga tutti deve essere immaginata in modo tale che nessuno si annoi se la prova è al di sotto delle proprie capacità, e che allo stesso tempo nessuno entri in uno stato di ansia non sentendosi all’altezza del compito. Si deve pertanto essere nel cosiddetto “flusso”, ossia in quella zona in cui tutti possono partecipare divertendosi e trovando una connessione emotiva nel gioco. Ogni sfida di conseguenza deve essere proporzionata alle competenze e alle abilità messe in campo per azzerare ogni possibile frustrazione, demotivazione, esclusione.

L’immaginazione, la fantasia e le metafore: un ponte per tutti
Con LSP viene messa in campo l’immaginazione a tutto tondo. Ma cosa è l’immaginazione? In cosa si declina? Sicuramente esistono diversi tipi di immaginazione.

L’immaginazione descrittiva è quella che ci racconta il mondo esterno espandendolo, quella per intenderci che ci fa vedere in modo nuovo cose/idee note.

L’immaginazione creativa invece ci mostra qualcosa che non c’è, o che almeno non esiste ancora. Genera nuove possibilità, a volte combinando o ricombinando vecchie idee, concetti, strumenti. Altre volte trasformandoli. In questo caso perciò l’immaginazione innova.

L’immaginazione sfidante è poi quella che capovolge e destruttura azzerando le regole conosciute e ne crea di nuove. Capovolge il nostro mondo e lo reinventa.

Nel contesto in cui viviamo, per far fronte a tutti i cambiamenti che ci travolgono quotidianamente, se fosse dato a tutti uno spazio per immaginare e condividere i frutti delle suddette tre immaginazioni, queste potrebbero intrecciarsi, mescolarsi e dare vita alla cosiddetta immaginazione strategica.

L’uso della metafora – Uno dei più potenti strumenti che si sviluppano attraverso la metodologia LSP è l’uso della metafora. La metafora altro non è se non una sostituzione di un termine proprio con uno figurato, una trasposizione simbolica di immagini. E la metafora è a portata di tutti perché ci fa comprendere concetti nei termini di altre figure. Nel famoso film “Il Postino” di Giuseppe Tornatore, Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) chiede giustamente a Neruda (Philippe Noiret): “Tutto il mondo intero è la metafora di qualcosa?” Mi sentirei di assentire perché ogni realtà, agente, identità o pensiero evolvono e si propagano congiuntamente in modo complesso ed evocativo.

LSP in tempi di Covid-19
Oltre alla giustificata preoccupazione e all’allarme generale, l’aspetto più dolente di questo momento storico per la metodologia LSP è la concreta difficoltà di svolgere lavori di gruppo, lo stare attorno ad un tavolo, il maneggiare mattoncini e creare narrative comuni. Con vari colleghi facilitatori ci siamo interrogati su come adattare il metodo sfruttando altri strumenti correntemente a disposizione. Esistono a oggi delle applicazioni online, in particolare LEOcad per Mac, un programma che permette di costruire a livello digitale oggetti in mattoncini LEGO in 3D. Cito questo, tra gli altri, perché forse è quello che più si avvicina all’obiettivo perseguito dalla metodologia LEGO Serious Play e che quando ci si ritrova a lavorare da remoto, può costituire un’alternativa valida, tra le altre possibili e sviluppabili. Tuttavia, da una parte il limitato accesso a questo strumento e dall’altro l’oggettiva riduzione degli scenari possibilmente realizzabili, non possono neanche lontanamente paragonarsi agli effetti “magici” di un workshop partecipativo LSP.

Cosa è quindi l’inclusione 100:100 che LSP propone?
Per non incorrere in banalità, mi limiterei a dire che qualunque sia il contesto, qualunque sia l’interlocutore, qualunque sia l’obiettivo e la strategia, nel metodo LSP e non solo, per avere una partecipazione completa dovrebbero seguirsi poche e semplici regole:

  1. Giocare seriamente rispettando, ascoltando e accogliendo le risposte e le storie di tutti. Anche le più improbabili, che nella mia esperienza sono state anche le più educative ed originali.
  2. Dare voce a tutti e aiutarli se serve a mettere a fuoco (senza però interpretare secondo i propri canoni) il filo della loro storia.
  3. Lasciare la parola a chi si espone meno, che probabilmente non si sente all’altezza. Quando parlerà vi lascerà senza parole!
  4. Convergere. Senza perdere la propria identità individuale o di gruppo, trovare una narrativa comune rende la storia più ricca e rende il gruppo più coeso.
  5. Comprendere che creare una storia, individuale o comune, può risultare complesso, ma non costituisce un limite. Al contrario, è un’opportunità che offre scenari inusitati ed alleanze da stringere o rafforzare per fronteggiare ogni sfida.

Per concludere, sono certa che a tutti gli amanti della lingua, del gioco e della fantasia è caro Gianni Rodari, ma aderisco in particolare alla sua idea matematica per cui 1+1 non fa 2. 1+1 = 3, perché insieme, e solo insieme, si produce qualcosa di nuovo, le storie si arricchiscono e dalla nostra somma nasce un valore aggiunto.

***

Articolo di Alessia Bulla

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Laureata magistrale in Letteratura italiana, Filologia moderna e Linguistica, ha una seconda laurea in Logopedia. È particolarmente interessata allo studio sincronico e diacronico della lingua italiana, alla pragmatica cognitiva e alla linguistica, che insegna in aerea sanitaria presso l’Università di Roma Tor Vergata.

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