Liliana Segre: 70 minuti per non dimenticare

Il 30 ottobre scorso, allegato al “Corriere della Sera”, è uscito un piccolo prezioso libro dal titolo Ho scelto la vita che raccoglie la testimonianza dell’ultimo incontro pubblico tenuto da Liliana Segre, durato 70 minuti di commozione, memoria, coinvolgimento. Giunta ai 90 anni, compiuti il 10 settembre, la senatrice ha deciso di interrompere le sue visite nelle scuole, la partecipazione a eventi, i faticosi spostamenti per l’Italia come testimone sopravvissuta alla Shoah, che tanto l’hanno impegnata nell’ultimo trentennio. Per dare l’addio (o speriamo l’arrivederci) Liliana ha scelto una comunità simbolica che si trova in un piccolo borgo nel comune di Arezzo: la Cittadella della Pace a Rondine, un nome che evoca la primavera e la speranza; lì ha sede una scuola unica, fondata da Franco Vaccari, che dal 1998 accoglie ragazze e ragazzi provenienti da Paesi di tutto il mondo, spesso in guerra fra di loro. Qui contano lo studio, l’educazione, il rispetto reciproco; proprio qui il 9 ottobre la senatrice ha pronunciato le parole: «Ho scelto la vita». Il volumetto, che ha una prefazione di Ferruccio de Bortoli, contiene sia una significativa intervista con la giornalista Alessia Rastelli sia l’intera testimonianza di Segre, nel silenzio attento e partecipe dei/lle giovani presenti.

Ripercorrere l’esperienza umana di una persona che tanto ha vissuto e tanto ha sofferto rischia di essere banale perché ciascuno/a di noi pensa di sapere molto sull’argomento, di averne acquisito informazioni parecchie volte, a scuola, dai film, dai documentari, dai libri. In realtà ogni esperienza è unica e parlare di persecuzioni, discriminazioni razziali, campi di sterminio è una lezione sempre educativa per le nuove generazioni, perché sono l’ignoranza e l’indifferenza a generare pregiudizi e stereotipi.

Milano – Memoriale della Shoah-Muro_dei_Nomi

Proprio la parola “indifferenza” a caratteri cubitali è stata scelta da Segre per accogliere chiunque entri nel Memoriale della Shoah, a Milano, sotto la Stazione Centrale, da dove partivano i treni con i deportati. Anche Liliana partì con l’amatissimo padre Alberto dal binario 21; era il 30 gennaio 1944. Nessuna persona milanese al passaggio dei camion mostrò un minimo di partecipazione o pietà, come non ne avevano trovata in Svizzera, tentando di espatriare, mentre avevano ricevuto solidarietà dai carcerati di San Vittore. Il padre sopravvisse fino ad aprile; a fine giugno partirono i nonni paterni che l’avevano allevata, dopo la morte della mamma quando aveva solo 11 mesi. Arrivati ad Auschwitz, furono subito mandati nella camera a gas. Liliana era una ragazzina e dovette, in quel luogo di morte, scegliere la vita e lottò per resistere alle fatiche, alla fame, al freddo, incontrando anche sprazzi di umanità. La liberazione per chi come lei fu costretto alla famigerata “marcia della morte” non arrivò il 27 gennaio 1945, ma chilometri e mesi dopo, quando ormai era uno scheletro, ridotta a biascicare foglie e a buttarsi avida sulla carogna di un cavallo.

Tanta storia è trascorsa da allora, viviamo in realtà ben più pacifiche e serene, ma la memoria deve comunque essere coltivata, anche quando testimonianze dirette non ce ne saranno più. Anni fa ho visitato la risiera triestina di San Sabba e posso dire che lì si ha una percezione, un’idea della prigionia e della morte, ma il lager di Auschwitz-Birkenau è un’altra cosa: varcando quel cancello, ci si ritrova in un’atmosfera che induce al silenzio e alla riflessione. Spesso sono i dettagli a colpire chi entra aprendosi ad un’esperienza che cambia la vita: i binari senza fine, le macerie dei forni, le baracche, le latrine, le camere a gas, e poi le enormi smisurate stanze piene di capelli, o di occhiali, o di scarpe («C’è un paio di scarpette rosse/ numero ventiquattro/ quasi nuove…» scrive Joyce Lussu), e poi le gigantografie con le immagini dei corpi straziati dagli esperimenti del dottor Morte, impossibili da sostenere. La Regione Toscana organizza ogni due anni il “treno della memoria” che trasporta centinaia di giovani a Cracovia e ad Auschwitz; da ex-docente posso assicurare che, al ritorno, sono cresciuti in consapevolezza umana e storica. Da visitare con la famiglia e le proprie classi sono senz’altro i tanti musei e centri di documentazione diffusi in Italia; per la mia conoscenza professionale raccomando quello dedicato alla Deportazione e alla Resistenza che ha sede in località Figline di Prato dove si ricorda con reperti originali, per una serie di motivi lunghi da spiegare, il lager austriaco di Ebensee, città con cui si è creato un gemellaggio. Ricordo inoltre- per condividere esperienze fondamentali anche per la didattica- di aver assistito da accompagnatrice delle mie Quinte a un incontro a Firenze con le sorelle Andra e Tatiana Bucci, anch’esse sopravvissute solo perché furono scambiate per gemelle; ci colpì tantissimo quando riferirono con eterno rimorso- e non potevamo non unirci al loro pianto- che avevano rinnegato la madre, come aveva suggerito loro una blockova non del tutto malvagia, invece il cuginetto Sergio non volle essere lasciato solo e questo lo condannò a morte. La prima persona che sorrise loro dopo tanto tempo fu un soldato dell’Armata rossa, stupito di trovare vive due bambine così piccole: la vista del suo colbacco con la falce e il martello era stata la cosa più bella del mondo. La loro fu una storia, se così si può dire, a lieto fine perché la mamma era viva, le cercava ovunque e le ritrovò nel dicembre 1946, ma ci volle tempo per riallacciare un rapporto spezzato in modo tanto traumatico. Liliana invece era rimasta davvero sola e fu per lei terribile capire che “gli altri” non volevano sentire i suoi racconti, scoprire che a scuola la sua esperienza era definita banalmente “interessante” e ormai il mondo voleva andare avanti e dimenticare. Ebbe la fortuna di incontrare un uomo che, al contrario, voleva sapere tutto di quel numero tatuato, che la capiva, che la incoraggiò in seguito a parlare, quando si sentì finalmente pronta per testimoniare; anche lui aveva vissuto l’esperienza dei campi di prigionia, non avendo- da militare- aderito alla Repubblica di Salò. L’esistenza della giovane donna cambiò, diventò moglie di Alfredo e madre di Alberto, Luciano e Federica, fu un’abile imprenditrice in campo tessile, e poi nonna felice. Ma il tarlo del ricordo la tormentava e trovò un senso quando, intorno ai sessant’anni, iniziò a condividere la sua memoria con centinaia di scolaresche. Il suo congedo non poteva avvenire in modo migliore, a Rondine, come aveva promesso tempo fa; ecco dunque in questo libro raccolta la sua voce che per 70 minuti ha fatto tacere le bocche, ma aprire i cuori. Leggete la conclusione del suo intervento, a pag. 42, quando racconta che il 1° maggio 1945 ebbe l’occasione di sparare al crudele comandante, ormai rassegnato alla sconfitta, ridotto letteralmente in mutande: lei era piena di risentimento, di odio perfino. «Fu un attimo. Un attimo importantissimo, decisivo nella mia vita. Capii che mai, per nessun motivo al mondo, avrei potuto uccidere qualcuno. Capii che io non ero come il mio assassino. Non ho raccolto quella pistola e da quel momento (…) sono diventata quella donna libera e quella donna di pace che sono anche adesso».

Milano – Alberto Segre pietra d’inciampo

Una donna che si nutre ancora di speranza, come spiega nell’intervista citata, presidente onoraria del Comitato per le “Pietre d’inciampo”, accolta con un’ovazione al Parlamento europeo il 29 gennaio scorso, attiva in Senato nel promuovere la Commissione contro l’odio e la violenza. La sua missione non è finita, ma spetta alle nuove generazioni raccogliere il testimone e portare avanti la sua stessa battaglia per la vita e per la pace; questo libro dunque, piccolo per dimensioni, ma immenso per contenuto, non dovrebbe mancare in nessuna biblioteca scolastica e pubblica, in nessuna casa, per essere letto e riletto, commentato in classe e in famiglia, condiviso da chi intende battersi per un mondo e un’umanità migliore.

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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