TiodiOnline: le donne e il sessismo da tastiera

«Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera», diceva il filosofo francese Jean-Paul Sartre negli ultimi anni dell’800. E oggi, nel 2020, non sembra essere cambiato molto.

Ed è proprio attraverso il Barometro dell’odio — un report redatto tra novembre e dicembre 2019 — che Amnesty International Italia ha deciso di concentrare la sua attenzione sull’odio di genere, il sessismo e la misoginia sui social network. Per cinque settimane, sono stati raccolti e valutati post, tweet e commenti relativi a venti personalità influenti nel panorama nostrano: dieci donne e dieci uomini, personaggi più o meno influenti sul web, e con un numero di follower abbastanza alto. I dati emersi dal report, sono stati agghiaccianti: gli attacchi personali (commenti offensivi, discriminatori, sessisti, hate speech) diretti alle donne supera il 6%, un terzo in più rispetto a quella degli uomini. Ma soprattutto che di quelli diretti alle donne 1 su 3 è esplicitamente sessista e — come sottolinea il report — per alcune delle influencer analizzate il dato raggiunge il 50% o anche il 71%. Negli attacchi personali alle donne il tasso di incitamento all’odio è 1,5 volte quello degli uomini: 2,5% contro 1,6%.

Il profilo tipo della donna aggredita è quello della persona autonoma e libera nelle sue scelte, che sostiene o appoggia altre categorie oggetto d’odio. Si crea così una sorta di filo rosso di violenza e discriminazione, che porta poi a un dilagare di re-post, condivisioni, like a supporto di chi aggredisce o discrimina, facendo piombare la vittima in un senso di impotenza e frustrazione dai quali poi è complicatissimo uscire. Tra i profili social analizzati dal report di Amnesty, ci sono quelli di alcuni volti noti del mondo dello spettacolo nostrano: Chiara Ferragni, Roberto Saviano, Laura Boldrini, Tiziano Ferro, Giorgia Meloni, Gad Lerner, Vladimir Luxuria, Saverio Tommasi. In merito agli insulti in rete, è il cantautore italiano originario di Latina a dire una verità assoluta su tutte: «Sono un sostenitore del blocco, del ban e della segnalazione: sono strumenti che esistono, utilizziamoli, non esiste una deontologia di fronte a quelli che vogliono soltanto farci del male». A proposito di ciò, proprio Amnesty International ha lanciato negli scorsi mesi un appello agli organi di Governo, al fine di sensibilizzare la comunità (del web e non) sulla necessità di individuare ulteriori misure di tutela riguardo al fenomeno dell’hate speech e del sessismo da tastiera. L’idea è anche quella di rafforzare la rete di sostegno alle vittime, che spesso si sentono sole e non considerate.

Oggi, i nostri smartphone e i nostri computer sono spesso un’estensione di noi stessi, e quindi anche del nostro modo di socializzare e relazionarci con ciò che accade attorno a noi. Di conseguenza, così come le emozioni e gli stati d’animo positivi, anche quelli negativi vengono fuori e si diffondono nel web attraverso un clic o un commento. Addirittura attraverso un “like” a un post. Parliamo dunque di un livello di intolleranza altissimo, che abbraccia anche altre “categorie”: comunità lgbtq, le persone con disabilità, chi vive in una condizione di povertà socio-economica e molti altri. Insomma, chi viene considerato diverso o più debole, non in linea con certi canoni (come l’essere nate donne e non uomini), porta una fetta di società oggi abbastanza numerosa, a criticare, demonizzare, aggredire verbalmente.

Il web, nato come strumento di abbattimento delle frontiere e di coesione sociale mondiale è, oggi più che mai, un posto dove dar sfogo alle più violente discriminazioni del mondo moderno. Certe volte però, è proprio la rete a correre in soccorso di chi viene attaccato in maniera ingiusta. È il caso della cantante californiana poco più che diciottenne Billie Eilish. Non molto tempo fa, la giovane vincitrice di cinque Grammy Awards nel 2020, è stata attaccata sui social da alcuni utenti. La sua colpa? L’aver postato su Instagram alcune sue foto diverse dal solito. La Eilish, si è sempre mostrata al suo pubblico con addosso vestiti oversize, proprio perché non voleva essere giudicata per il suo corpo ma per le sue capacità. Ed ecco che dopo la pubblicazione di un servizio fotografico del Daily Mail che la immortala in strada, con una canotta estiva e un paio di shorts, il sessismo da tastiera è esploso. «Quella pancetta è davvero orribile», scrive un utente, «ha messo su peso», ribadisce un altro. La risposta dell’artista è arrivata attraverso un video contro il body shaming, dal titolo Not my responsabiliy in cui dice: «Vorresti che fossi più piccola? Più debole? Più morbida? Più alta? Vorresti che stessi zitta? Le mie spalle ti provocano? Facciamo supposizioni sulle persone in base alle loro dimensioni. Decidiamo chi sono. Decidiamo quanto valgono. Chi decide cosa significa se sono più o meno vestita? Il mio valore come persona si basa solo sulla tua percezione? O la tua opinione su di me non è una mia responsabilità?».

E in attesa di maggiori tutele da parte degli organi dello Stato, continuiamo a ripetercelo, quando qualcuno si sentirà in diritto di pronunciarsi sul nostro corpo, la nostra sessualità, il nostro credo, il nostro modo di vestirci, le nostre idee o il nostro sesso: la tua opinione su di me, non è una mia responsabilità.

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Articolo di Elisa Mariella

Giornalista professionista dal luglio 2016, appassionata e cultrice della lettura e della letteratura in ogni sua sfumatura. Moderatrice presso l’Aurelia Books.

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