Anna Freud e Dorothy Burlingham

La tematica del profondo interroga la nostra anima, la parte più “profonda” di noi stessi e ci spinge ad andare oltre la superficialità, vero grande male dei nostri giorni. Così come fa un palombaro che sonda i fondali, scendiamo e portiamo alla superficie ciò che vi troviamo, poi con calma si analizza, si ascolta. In questo viaggio ci accompagnerà la funzione simbolica del nostro pensiero e delle nostre emozioni, sempre guidati/e dalla passione per le relazioni umane.

Anna col padre al Prater di Vienna , 1911

Una importante donna incontrata nell’ambito della psicologia del profondo è stata Anna Freud, figlia di Sigmund, che ha fondato la psicoanalisi infantile, approfondendo le modalità specifiche, differenti da quelle per l’adulto, per una terapia con bambine/i e adolescenti, per scendere nel loro profondo, studiarne i meccanismi di difesa, analizzare i loro sogni e aiutarli a risanare i loro traumi. Mentre mi accingevo a preparare la biografia di Anna Freud per un mio lavoro teatrale, mi sono accorta che la mia conoscenza su di lei risaliva ai tempi dei miei studi universitari e, in minima parte, ai testi scolastici del liceo di Scienze Sociali, dove avevo insegnato. Così mi imbattei con una notizia che ignoravo totalmente e che non era mai stata divulgata: Anna Freud era lesbica, aveva amato solo donne e aveva vissuto tutta la vita con la sua adorata Dorothy Burlingham Tiffany, figlia del grande gioielliere di New York.

Perché nessuno mai ne aveva parlato? Certo, ciò è frutto del pregiudizio che porta a tacere le notizie ritenute imbarazzanti, specie per la notorietà del personaggio; ma non ci fu amore più duraturo e fedele del loro, benché Anna lo definisse solo come una grande amicizia. Andai quindi a rileggere la sua biografia che assumeva, ora che ero venuta a conoscenza del loro amore, tutta una luce speciale. Il tema dell’omosessualità, che si accostava a quello della psicoanalisi infantile, diveniva oggetto importante di conoscenza. Essa non può più essere ignorata, come si è fatto in passato, ma deve diventare oggetto di aperta discussione, affinché si superino tutti quei pregiudizi che ancora circolano attorno a essa. L’età della scuola superiore è la più idonea perché i ragazzi e le ragazze stano raggiungendo la loro maturità sessuale e vivono direttamente e con consapevolezza ciò che il loro corpo e la loro mente comunica loro. Per questo ritengo utile far conoscere la biografia di due donne del secolo scorso per vedere come avevano potuto vivere la loro storia d’amore. Anna era l’ultima dei sei figli di Freud, nacque a Vienna il 3 dicembre 1895, non si sentiva molto accettata in famiglia, specie dalla madre; Annina, come era soprannominata, era bruttina (lo racconta lei stessa), non molto alta, con le spalle curve e «consapevole di non essere sufficientemente femminile o attraente come donna», riteneva di essere stata trascurata dai genitori: le era stato dato un nome insignificante e banale, era stata allattata artificialmente, lasciata a casa durante le ferie estive, le si preferivano le sorelle. Certamente si è sentita anche esclusa a scuola perché ebrea e così si è attaccata al padre, di cui vuole seguire le orme interessandosi alla nascente psicoanalisi. Ben presto divenne la figlia prediletta e a lui estremamente devota. Anna, da giovane, diceva spesso a suo padre: «Papà, posso venire con te; ora sono grande, ho 14 anni e vorrei assistere agli incontri del mercoledì sera col gruppo di amici tuoi. Vi ho sentito parlare, parlare, parlare. Non darò fastidio, mi siederò in un angolino ad ascoltare. Posso?» Lei si ricorda anche di un giorno, mentre attraversava il Prater con suo padre, in cui lui le mostrò i bei palazzi di Vienna, dicendole: «Vedi questi palazzi, che belle facciate? Le cose non sempre sono tanto graziose, dietro le facciate. Lo stesso vale per gli esseri umani». Un insegnamento che segnò per lei un’epifania. Incominciò a seguire Sigmund nelle riunioni della Società psicoanalitica appollaiata su uno sgabello, lo ascoltava discutere con Jung, Klein, Lou Salomé, Aichhorn, Ferenczi, Ernest Jones, che poi la corteggiò. Ma a papà non piaceva quel pretendente, lei era troppo giovane… diceva, non voleva che si fidanzasse a soli 19 anni, in verità era geloso. Preferì presentarle una sua amica e collega, Loù Salomè, perché avviasse con lei una corrispondenza epistolare.

Doroty nell’asilo di West, Hampstead, 1943

Tale corrispondenza, pubblicata in un libro, è durevole, molto intensa e intima, ma l’enorme differenza d’età impedì la sua trasformazione in una storia d’amore, come certe pagine potrebbero far supporre. Anna, infatti, mostrava maggior interesse per il genere femminile e nessuno per quello maschile e al padre ciò andava bene. Nel 1922, dopo qualche anno di insegnamento nelle scuole elementari, divenne, tra le pochissime donne, finalmente allieva della scuola psicoanalitica a Vienna. Nel 1923 iniziò le analisi infantili con un approccio suo proprio. Nel 1925 incontrò Dorothy che aveva appena divorziato e che voleva far analizzare i quattro figli, traumatizzati dal padre depresso, che poi morirà suicida. Le due donne si scelgono, restando unite, da quel momento, per tutta la vita: ma senza che la natura amorosa della loro relazione venisse mai ammessa da Anna. Nel 1927 con Dorothy fa una vacanza in Italia, consolidando così l’amicizia intima e profonda che le legherà per sempre e che il padre approvò pienamente, dato che era geloso degli uomini che corteggiavano la figlia.

Nel 1927 tenne conferenze a genitori e insegnanti: «L’educazione del bambino inizia dal primo giorno di vita»; Anna ebbe una grande passione per i piccoli come persone e quando istituì un corso di terapia clinica, ebbe in mente quattro principi. In primo luogo, voleva che le terapie fossero accessibili a tutti/e, anche e soprattutto alle/agli indigenti; in secondo luogo pretese che bambine e bambini fossero soggetti primari e non solo degli “aggiunti” nelle terapie di coppia; il terzo principio ispiratore era legato alla costante ricerca giurisprudenziale perché il sistema normativo si adattasse alle esigenze di bambini/e, ma l’ultimo e più importante principio fu quello per cui non bisognava mai smettere di osservare. Osservare, guardare, cercare di ricevere ogni segnale per conoscere chi si aveva davanti.

Nel 1936 pubblica L’Io e i Meccanismi di difesa dove dà molta importanza all’Io per la sua capacità di difendersi da pulsioni angosciose. Rimozione, proiezione, negazione, regressione, inibizione, formazione reattiva, isolamento, spostamento, introiezione, inversione del contrario, sublimazione condivisi col padre; Anna vi aggiunge ascetismo, intellettualizzazione e identificazione con l’aggressore, più tipici dell’adolescenza. Dopo avere resistito sino allo stremo, nel marzo 1938 la famiglia Freud lascia Vienna, invasa dalle SS naziste. Destinazione: Londra. Sigmund ha già presentato prodromi del tumore alla mascella di cui morirà non molto tempo dopo, e qui  la funzione di “vestale” di Anna non fa che amplificarsi. Eppure è a Londra che un barlume di emancipazione brilla come una fioca luce nella sua vestalica esistenza. Quando il padre muore lei e Dorothy sentono il piacere della libertà: possono viaggiare! Ma ora è la guerra che le impegna, nel soccorso a bambini e bambine. Qui, a West Hampstead, fondano un grande Centro specializzato che ospita centinaia di bambine/i orfani durante la guerra, ne curano le ferite psichiche post-traumatiche nei tempi successivi. È qui che Anna Freud e Dorothy pubblicano gli studi sui traumi di guerra in bambini/e, Bambini senza famiglia, del 1943, scritto appunto con Doroty Burlingham, anch’essa psicoanalista. La vita in asili residenziali è negativa, perché manca il soddisfacimento del bisogno dell’intimo scambio affettivo con una figura materna, dell’ampia e costante stimolazione esterna delle potenzialità innate e di una ininterrotta continuità delle cure. Benché ci si prodighi nel rendere positivo l’asilo, non possono mai essere soddisfatte tutte le esigenze primarie.

Anna Freud sarà ricordata per aver spostato l’interesse della psicoanalisi dalla patologia alla normalità, cercando di costruire un modello multilineare dello sviluppo infantile. A lei è attribuita l’idea di allungare la durata delle visite ai giovani pazienti, l’utilizzo di schermi e telecamere nella aule dei tribunali, per rendere l’ambiente più accomodante per i bambini chiamati a intervenire in un processo.

Dorothy e Anna anziane a Londra, 1978

Furono pubblicate, sulla base dell’esperienza della nursery, condotte insieme a Dorothy Burlingham le sue ricerche sull’impatto dello stress e della separazione dei bambini dai propri genitori. Fece, negli ultimi anni della sua vita, riferimento anche alle neuroscienze, auspicando che nel futuro avrebbero dimostrato con esami tecnologicamente precisi, l’esistenza delle pulsioni nel sistema limbico del cervello, la zona più primitiva che opera sotto il livello della coscienza. Si è notato infatti, dopo una seduta psicanalitica, che vi è un modificarsi del tessuto neuronale, ciò a dimostrare che “la parola cura”. Ma da qui la strada dell’intesa tra psicologia e psichiatria è ancora tutta in salita.

Le due donne pressoché inseparabili viaggiarono insieme, insieme aprirono una scuola per l’infanzia e sempre insieme comperarono infine un cottage nella pace della verdissima campagna inglese dove vivevano insieme con i figli di Dorothy; erano quindi una famiglia di fatto, come ve ne sono molte al giorno d’oggi. Fu nella loro casa di Londra, un tempo appartenuta a Sigmund Freud, che Dorothy si spense alla venerandissima età di 88 anni, lasciando un’Anna affranta, totalmente incapace di dare, senza la quotidiana, calda presenza dell’amata compagna, un senso a quello che restava della sua vita. I suoi studi sull’omosessualità sono ancora poco noti, ma molto interessanti. Circondata da decine di foto di Dorothy, Anna Freud si spense solo tre anni dopo, il 9 ottobre del 1982 a Londra. Oggi le loro ceneri sono conservate nella cappella della famiglia Freud al Golders Green Crematorium, in due urne identiche.

In copertina: Doroty e Anna a Vienna, 1938

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente. 

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