Fantascienza, un genere (femminile). Catherine Lucille Moore – parte prima

«Appena imparai a parlare, cominciai a raccontare lunghe storie confuse a tutti coloro che riuscivo a intrappolare. Quando imparai a scrivere le scrissi, e da allora non ho più smesso […]. Fui allevata con una dieta a base di mitologia greca, di libri di Oz e di Edgar Rice Burroughs e quindi, come vedete, non avevo scampo. […] Niente poteva frustrare la mia ambizione infantile. Scrivevo di cowboy e di re, di Robin Hood e di Lancillotto e di Tarzan, appena velati sotto altri nomi. Continuò così per anni e anni fino a quando, un pomeriggio piovoso del 1931, cedetti a una vecchia tentazione e acquistai una rivista che si chiamava “Amazing Stories” e che mostrava, in copertina, uomini con sei braccia impegnati in una battaglia mortale. Da quel momento mi convertii. Un campo letterario interamente nuovo si schiuse davanti al mio sguardo ammirato, e l’impulso di imitarlo divenne irresistibile».

Copertina di «Amazing stories» del settembre 1931. L’immagine si riferisce al racconto Awlo of Ulm del Capitano S.P. Meek

Così Catherine Lucille Moore narra come è iniziata la propria lunga fedeltà al genere della narrativa fantastica e fantascientifica, la cosiddetta ‘science-fantasy’ resa popolare dalla rivista pulp “Weird Tales” (sulla quale lei stessa pubblicherà diverse opere brevi): a raccontarlo, nel 1966, è Sam Moskowitz, autore, studioso ed editore di science fiction, che ancora oggi rappresenta la principale fonte di informazioni biografiche e riflessioni critiche su Moore.

Catherine nasce a Indianapolis, Indiana, il 24 febbraio 1911, da una famiglia di ascendenza gaelica (atmosfera che appare in filigrana nei racconti del ciclo di Jirel di Joiry); il padre progetta e produce macchine utensili, attività poi proseguita dal fratello. La familiarità con la tecnologia si evidenzia nelle prove più spiccatamente fantascientifiche dell’autrice, che saprà coniugare gli influssi familiari, le letture colte e molteplici dell’infanzia, lo spiccato gusto personale in una carriera precoce e intensa, iniziata a ventidue anni grazie alla pubblicazione del folgorante racconto Shambleau, apparso proprio su “Weird Tales” nel novembre 1933.

Durante l’infanzia, Catherine è stata istruita privatamente a causa della salute malferma; giovane universitaria, è costretta a interrompere gli studi per le difficoltà economiche della Grande Depressione e ad accettare un impiego come segretaria alla Fletcher Trust Company. Convivono in lei due persone (secondo Forrest J. Ackerman, corrispondente della rivista): «Una, una donna austera, introspettiva, enigmatica; l’altra, una ragazza incantevole, disarmante, gaia», ovvero la scrittrice di fantascienza che cela il proprio essere donna dietro l’androginia delle iniziali “C.L. Moore” (e che appare molto più matura rispetto all’età anagrafica) e la giovane dalla vita ordinaria, che si trattiene in ufficio oltre l’orario di lavoro per scrivere a macchina i propri racconti, perché evidentemente a casa una macchina da scrivere non l’ha.

Copertina del n. 31 di «Galaxy Novel» (1957), dedicata al racconto Shambleau, che vi è ristampato. L’illustrazione è di Wally Wood

La vicenda di Shambleau viene da lontano: nella premessa anteposta alla narrazione, Moore fa esplicito riferimento al «mito di Medusa» e afferma che «nessuna creatura di questo pianeta avrebbe potuto ispirare la leggenda della Gorgone, l’essere con serpenti invece dei capelli che trasformava in pietra chiunque la guardasse». Questa è Shambleau, capace di sedurre con paziente lentezza e irretire in un piacere mortale Northwest Smith, il solitario protagonista dei primi racconti di Catherine: un personaggio borderline, che sta dentro e fuori la legge (come del resto il Philip Marlowe creato da Raymond Chandler), concepito nell’orizzonte selvaggio della frontiera dell’Ovest, poi trasportato ad animare il deserto rosso del pianeta Marte. «L’attore ideale a interpretare Smith sarebbe Clint Eastwood – scrive Giuseppe Lippi nel 1982 – un Eastwood con le guance incavate, gli occhi freddi e incolori e la mano pronta sulla pistola»: se il cinema non ha colto l’occasione, lo ha fatto il grande disegnatore Philippe Druillet, padre di Lone Sloane, avventuriero intergalattico ispirato proprio a Northwest Smith. «In ogni storia – nota ancora Lippi – Smith lascia un brandello di sé stesso, sicché la sua odissea si può vedere come una specie di calvario contrassegnato però dal guizzo della volontà e della consapevolezza, quella voglia di vivere che gli permette di uscire, sia pur segnato, da ogni avventura». La salvezza avviene a pochi secondi dalla fine, quando tutto appare perduto: dopo aver salvato Shambleau dal linciaggio e averla accolta nel proprio rifugio, implacabilmente e letteralmente Northwest ne viene avviluppato, sperimentando un piacere assoluto ed estenuante, dal quale non sa, non saprebbe staccarsi a costo della sua stessa vita. Lei, la nuova Medusa, nega di essere una «vampira» (e infatti non lo è, almeno nell’accezione corrente), ma l’effetto di questa non-donna «morbida, meravigliosa, desiderabile» sull’uomo è quello del dissanguamento e dell’estinzione in un piacere che sconfina nell’orrore. Un archetipo che viene anch’esso da lontano, dal mito platonico di Eros figlio di Poros e Penia, dell’unione del principio maschile, di saggezza e ricchezza di risorse, e di quello femminile, di non-saggezza e indigenza, narrato da Diotima nel Simposio.

Edward Munch, Il vampiro (1895). La chioma avvolgente della donna, di colore rosso acceso, e la posizione succube dell’uomo possono aver ispirato alcune sequenze di Shambleau

Il carattere ambivalente del piacere e la natura maledetta che impone di nutrirsi dell’altro (o della propria specie) sono le impronte color sangue che spiccano anche nei due successivi racconti del ciclo di Northwest Smith, Black Thirst (Sete nera) e Scarlet Dream (Sogno scarlatto, titolo italiano Sogno rosso), apparsi entrambi su “Weird Tales” rispettivamente nell’aprile e nel maggio 1934. Nel primo l’avventuriero stellare, quasi per caso, svela l’oscuro mistero del castello venusiano di Minga, ove splendide giovani «frutto di accoppiamenti selezionati» sono allevate ed «educate alla grazia e alla bellezza»; alcune di loro sono cedute a re e magnati, altre, forse le più belle, di «una bellezza tanto squisita da virare in dolore», scompaiono senza ragione… Nel secondo, trasportato ancora una volta per caso in un universo parallelo per aver seguito la traccia scarlatta su una stola, il viaggiatore spaziale conduce per un tempo sospeso una vita di inazione, accettando di ricevere l’alimento dal gusto «delizioso, pervasivo» che un essere ignoto e antichissimo somministra alle donne e agli uomini caduti in quel mondo, che, come si intuisce nel corso della narrazione, si nutrono di sé stessi.

La ricchezza dei temi che questi racconti presentano è sorprendente: opposizione tra maschile e femminile, eugenetica, riflessione sul corpo e sul ruolo delle donne, distopie (letteralmente) divoranti, fino alla consapevolezza della natura endogena del male che risiede nel profondo della nostra specie e che a noi umani tocca riconoscere, per scegliere di non agirlo. La visione di Catherine (appena ventitreenne!) richiama l’antico zoroastrismo, la religione iranica secondo cui bene e male, luce e tenebra, sono in eterno conflitto, e l’uno non può vivere senza l’altro: la lotta condotta da Northwest Smith – così come da Jirel di Joiry, il personaggio femminile che gli fa da pendant – è in ultima analisi contro il proprio lato oscuro, il viaggio nella «terra del mai» (Giuseppe Lippi) è una discesa negli abissi della psiche.

Lone Sloane in Salammbô, di Philippe Druillet (1980). Il viaggiatore stellare è ispirato al personaggio di Northwest Smith creato da Catherine Moore

Jirel è la protagonista di una saga costituita da sei episodi (quella di Northwest ne conta cinque): signora guerriera di Joiry, luogo immaginario collocato in una Francia tardomedievale attraversata da lotte feudali, Jirel è una giovane donna attraente, ma non possiede la bellezza canonica dei personaggi femminili della letteratura mainstream: «nella cornice di ferro dell’armatura aveva una bellezza selvaggia, tagliente, acuta come il lampo delle spade. I capelli rossi sulla testa indomita erano tagliati corti; la luce gialla degli occhi emanava furore, come il crogiuolo emana calore dal fuoco»; presenta, poi, tratti tradizionalmente considerati maschili: è forte e coraggiosa, ama la buona tavola e il buon vino, non si nega al piacere dell’amore, impreca e maledice come un uomo. È, soprattutto, una donna libera: «Jirel era a capo della più potente fortezza del regno, e mai aveva chiamato “signore” un uomo. Il suo vanto era che Joiry fosse inespugnabile, che non sarebbe mai caduta. E che nessun amante l’avrebbe toccata con un dito se non in risposta a un suo sorriso». La tradizione di cui Jirel è epigona è quella delle donne guerriere dei poemi cavallereschi ed eroici del tardo Quattrocento e del Cinquecento –Bradamante (Orlando innamorato e Orlando furioso) e Clorinda (Gerusalemme liberata) –, rinnovata però alla luce delle lotte e delle conquiste del Novecento, il secolo delle donne e della psicoanalisi.

Aligi Sassu, Bradamante (1974)

Memorabili nell’ambito della saga i primi due racconti, The black God’s kiss (Il bacio del dio nero) e Black God’s Shadow (L’ombra del dio nero), anch’essi pubblicati su “Weird Tales” rispettivamente nell’ottobre e nel dicembre 1934. Costituiscono un dittico di amore e morte, nel quale, specularmente, Jirel compie una doppia discesa agli inferi, la prima accesa da un desiderio di vendetta e di morte, la seconda mossa da un sentimento di pietas e di amore. L’oltremondo sotterraneo e oscuro immaginato da Moore non è necessariamente un regno di defunti: per quanto alcune suggestioni rimandino all’inferno dantesco, esso ricorda piuttosto il vestibolo degli inferi virgiliani, ove si annidano ombre mostruose e sogni vani, ove Jirel si aggira con la sola guida del proprio coraggio, senza certezza di non esserne inghiottita. Per la signora di Joiry la vittoria che conclude entrambe le imprese, in particolare la seconda, giunge grazie alla capacità di attingere alla propria interiorità, di sciogliere (come Dante nel XXX canto del Purgatorio) il gelo che le attanaglia il cuore, facendo ricorso alle memorie della vita calda e pulsante, di non rinunciare a essere sé stessa, un essere umano con le proprie debolezze e le proprie emozioni. Jirel non diventerà «un grido di dolore nel vento», ritornerà allo «splendore della vita e dell’umanità», ma il riscatto non potrà che essere parziale, consolatorio, perché il rimpianto sarà per sempre…

Copertina di una ristampa (2007) del racconto The Black God’s Kiss, che ha per protagonista Jirel di Joiry. L’immagine (di Arnold Tsang) è deviante rispetto al personaggio creato da Catherine Moore: quello di una donna bella e fiera, dai corti capelli rossi, spesso protetta da una robusta armatura, mai seminuda

Northwest e Jirel sono destinati a incontrarsi un’unica volta nel racconto Quest of the Starstone (Alla ricerca della pietra stellare, titolo italiano La cerca della pietra stellare), pubblicato ancora una volta su “Weird Tales” del novembre 1937, nel quale le due saghe si congiungono.

in copertina:

Fotografia giovanile di Catherine Lucille Moore, autografata, senza data (particolare).

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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