Corpi infecondi

Il campo cruciale della riproduzione è organizzato e supportato da un’imponente produzione di materiali simbolici, narrazioni mitiche, rappresentazioni, prescrizioni sociali. Ciò dimostra quanto poco i sistemi sociali si fidino della naturalità presunta della specie e della ‘spontaneità’ del bisogno “primario” di riprodursi. Una donna senza figli vìola il proprio compito genetico, la legge divina e la legge naturale, dicono. In passato la sterilità era morte civile, maledizione, vergogna cui corrispondeva l’azzeramento dei diritti. In tutte le religioni conosciute le donne elevano preghiere agli dèi per poter avere figli. In tutte si augura e si celebra la fertilità.

Nelle credenze popolari la sterilità è una malattia femminile: si conoscono molti santi cui votarsi contro questa “disgrazia”, mentre non ne esistono per la sterilità maschile. Grazie alla sua virtualità di corpo riproduttivo, il nostro corpo, inchiodato a quella sola funzione, si presenta come luogo privilegiato di convergenza e di incontro del biologico e dell’etico. “Madre-matrice”, l’etimo proclama identità assoluta, giustificazione dell’esistere, come “matrimonio” rimanda all’autorizzazione istituzionale ad essere madre (tutt’altro significato ha “patrimonio”): il destino femminile coincide con la fisiologia dell’apparato genitale, la qualità morale con le doti materne. Cornelia sarà per sempre e soltanto la madre dei Gracchi come le sue eredi risorgimentali: nell’arsenale simbolico ottocentesco Adelaide Bono è mamma Cairoli e Maria Drago è mamma Mazzini, esempi di domestiche virtù enfaticamente congiunte all’amor patrio. Altro di loro non si sa.

Numerosi testi ottocenteschi esaltarono le maternità dolenti e sacrificali nutrite di lacrime, dalla Fisiologia del piacere di Paolo Mantegazza al celeberrimo Cuore di Edmondo de Amicis, alle madri trasfigurate da Niccolò Tommaseo in un tripudio di sofferenze. Non ebbero successo Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo con la figura dissidente, spregiudicata della Pisana. Se il romanzo di Sibilla Aleramo Una donna fece scandalo, fu soprattutto perché la protagonista non si immolava per il proprio figlio, nella consapevolezza che rinunciare a sé stessa l’avrebbe resa una cattiva madre. Anna Karenina paga la trasgressione con la morte.

I vademecum della medicina fascista, in uno Stato che riconvertiva tutte al ruolo di fattrici della razza italica, assumevano toni di minaccia: «Ve lo posso affermare come medico, perché la donna che è sposa, sana, senza alcun impedimento ed esente da disturbi seri, e che volontariamente non cerca di avere figli o se ne astiene, va soggetta nella sua vita a tali e tanti disturbi, a tante e tante malattie come i fibromi uterini, i fibromi e quelle d’indole nervosa, che essa maledirà per le sofferenze, un giorno, il momento di aver rinunziato alla gran gioia della maternità» (Angelantonio Mancini, 1937).

«Le vere donne sono quelle che sanno di rinuncia, di pietà, di abnegazione», affermavano in pieno ‘900 le conferenze rivolte alle madri di Azione cattolica.

Elisabeth Badinter (La strada degli errori, 2004): «Facendo coincidere la femminilità con la capacità di essere madre si definisce la donna per ciò che è, non per ciò che decide di essere. Dell’uomo, in compenso, non esiste una definizione simmetrica: l’uomo lo si è sempre concepito non per ciò che è ma per ciò che fa. Il ricorso alla biologia riguarda solo la donna: l’uomo non è mai stato definito in base alla sua capacità d’essere padre. Così la donna viene respinta nel suo corpo, mentre l’uomo ne viene liberato. La maternità è un destino, mentre la paternità è una scelta».

È passato il tempo, ma se non hai figli ancor oggi il mondo mediterraneo si stupisce (come mai?), segnala una mancanza (che peccato!), un fallimento (irrealizzata!), un difetto (mi dispiace!), esige spiegazioni (che cosa aspetti?), implica una minaccia (chi ti accudirà da vecchia?), anche da quando la maternità non si affida più al caso ma alla scelta e al desiderio (è proprio questo che fa paura?). Se dichiari «non intendo avere figli» ti accusano di individualismo, di egoismo, di superficialità, di immaturità, di nichilismo.
Esser indotte a giustificare le proprie scelte è ancora uno dei nodi irrisolti della condizione femminile, anche in un Paese dove diminuiscono le culle. Non restiamo a bocca aperta quando un uomo dice che non vuole essere padre: ben diversi sono infatti i modelli maschili, non inchiodati al riduzionismo biologico, dispensati dall’essere tenuti a un istinto, esonerati dal lavoro di cura.

Un’indagine di Terre des Hommes del 2015 rivela che quasi la metà della popolazione italiana di età compresa tra i 14 e i 19 anni pensa che il ruolo principale delle donne sia quello di madri; la percentuale sale al 51% se prendiamo in considerazione solo i ragazzi.
Vigono ancora le tremende metafore del “ramo secco”, o della “donna a metà”. Lunadigas è un termine che in sardo significa “luna storta” e si riferisce alle pecore che non vogliono fare figli e dunque sono improduttive: secondo la tradizione popolare sarebbero nate appunto con la luna storta.

Non esiste in italiano il termine corrispondente di childfree. Nel Parlamento che discuteva le proposte di legge per l’interruzione volontaria della gravidanza non risuonarono mai la parola “donna” né la parola “corpo”: solo “utero”, la parte per il tutto.
Il Giornale il 7 agosto 2013 titola: «Alzi la mano chi invidia una donna che non può aver figli. Credo che nessuno possa alzarla. Perché donna è sinonimo di maternità».

I neo-maternalismi esaltano le super-mamme multitasking, equilibriste dalle vite funamboliche, e dunque fan sì che le donne si sentano colpevoli di tutto. Di lavorare. Di non lavorare. Di fare bambini. Di non farne. Di farne solo uno.
Nel febbraio 2016 Facebook lancia la campagna virale della sfida tra super-mamme e molte la raccolgono entusiaste: «guardatemi, guardate i miei bambini! Sono io la migliore, la più appagata, la più realizzata. Sono loro i più sani, i più felici».
Anche tra noi non mancano esaltazioni ideologiche di questa “vocazione” femminile. Il dibattito, lungo e vivace, si svolge tra le tesi contrapposte di una specificità morale del sentire e del comportarsi iscritta nel corredo biologico da una parte, e di un atteggiamento empatico e relazionale acquisito storicamente dalle donne in secoli di costrizione al lavoro di cura dall’altra.

Non è certo un caso che la questione riproduttiva si ponga ancor oggi come cesura e come ossessione, elemento nodale e problema trasversale, a delineare tutte le timidezze e le contraddizioni irrisolte con cui l’etica, la politica e il diritto affrontano i corpi sessuati.

***

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

 

2 commenti

  1. Grazie per questo articolo, Graziella Priulla. Dura questione, anche tra donne, far capire che a una donna è consentita ogni scelta, anche quella di non avere figli

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