Dalle ombre dell’Alto Medioevo. Dhuoda, donna coltissima e madre modello

Durante il regno di Carlo Magno la moglie e le sue due figlie apprendono le arti liberali nel palazzo di Aquisgrana insieme alle altre ragazze nobili.

Aquisgrana. La Schola palatina

Nell’Alto Medioevo sono pochissime le donne laiche colte di cui si hanno notizie. L’aristocratica Dhuoda (800 circa-843 circa), nata quasi sicuramente in Francia, figlia secondo alcuni di Sancho I, duca di Guascogna, o di Dadila, ricco signore di Nîmes, secondo altre fonti, vive praticamente prigioniera nel suo ducato, nel castello di Uzès (in copertina), situato nella valle del Rodano nel Sud della Francia, una terra solitaria e silenziosa che accentua certamente la malinconia di una donna isolata da tutto e da tutti, che si ritrova con un marito, il marchese Bernardo di Settimania, cugino (a quanto pare) di Carlomagno, eternamente in guerra, un nobile da lei sposato il 29 giugno 824 nella cappella imperiale di Aquisgrana.

Aquisgrana. La cappella palatina

Sono tempi durissimi, anni turbolenti e di forte crisi: lunghe e violente lotte fra i discendenti di Carlomagno e le famiglie dei nobili schierati su diversi fronti a guisa di un terremoto scuotono dalle fondamenta il Sacro Romano Impero e impoveriscono le terre seminando carestia e miseria.
Dhuoda, tutt’altro che debole, non si lascia andare, e facendo appello alla forza interiore, pur nella solitudine che l’attanaglia, amministra e difende con fermezza i suoi possedimenti, e nello stesso tempo si dedica moltissimo alla lettura e alla scrittura. È una donna istruita, un’eccezione per quei tempi, certamente più del marito, abile a maneggiare le armi e non la penna. Conosce l’ebraico, il greco e il latino, quest’ultimo non certo alla perfezione al punto da imitare l’eloquio di Cicerone, ma lo padroneggia abbastanza per comprendere e approfondire non solo i Padri della Chiesa ma anche scrittori pagani quali Ovidio e Plinio.
Tra la fine dell’841 e gli inizi dell’843 scrive un’opera in latino, il Liber manualis, in cui dà le giuste dritte al primo dei due figli, Guglielmo, allora sedicenne, che cresce lontano da lei perché da anni tenuto in ostaggio – e quindi in una condizione di semi-prigionia – dall’imperatore Carlo il Calvo. Il ragazzo, alla mercé delle rivalità intestine del tempo, purtroppo non potrà fare tesoro degli insegnamenti materni perché, vivendo in uno dei momenti più travagliati della storia medievale, sarà giustiziato nell’850, seguendo di pochi anni la madre nella tomba. Il Liber è il più antico trattato pedagogico del Medioevo e la sua autrice è l’unica donna dell’epoca carolingia di cui sia rimasto un libro.

Una pagina del Liber

Il manuale si compone di 73 capitoli oltre a un’introduzione, un’invocazione e un prologo, e rivela la grande cultura di Dhuoda, una muliercula come lei si definisce, un’umile donna (epiteto che riflette chiaramente lo stato di inferiorità in cui la donna è tenuta in quei secoli oscuri) autodidatta, religiosissima e profonda conoscitrice dei testi filosofici dell’antichità. Leggiamo nel prologo:
«Molte cose che ci restano nascoste sono chiare per molti, e se i miei simili dalla mente ottenebrata mancano d’intelligenza, il meno che si possa dire è che io ne manco ancora di più… Ma sono tua madre, figlio mio Guglielmo, e le parole del mio manuale sono rivolte a te… Figlio mio, figlio mio primogenito, avrai altri insegnanti che ti presenteranno opere di maggiore e più ricca utilità, ma nessuno sarà come me, tua madre, il cui cuore brucia per te».

I precetti di carattere etico rivolti al ragazzo con tono affettuoso, riflessivo e materno mirano a formare un buon cristiano che non si allontani mai dalla retta via, e ribadiscono i doveri del giovane verso il sovrano e di ogni credente verso Dio e il prossimo, specialmente verso gli amici, i poveri e gli infelici.
«Ti invito dunque figlio mio, che tanto ardentemente vorrei a me vicino, di amare innanzitutto Dio… subito dopo temi e onora tuo padre. Ricorda che da lui ti viene la tua condizione nel mondo».
Un comportamento esemplare è ispirato alle tre virtù laiche, le stesse che saranno tipiche della cultura provenzale: la discretio, misura e controllo delle passioni, la gioia, fonte di energia e di stimoli positivi, e la generosità, che distingue il vero uomo nobile.
Dhuoda sa che gli insegnamenti indirizzati al figlio saranno trasmessi ai posteri: «E come per qualsiasi altro che un giorno potrebbe leggere il manuale che ora tu stai esaminando, possa anch’egli meditare sulle parole che qui seguono in modo da potermi raccomandare alla salvezza di Dio».
Il manuale, che rappresenta una pietra miliare nella letteratura pedagogica mondiale, tanto più se si considera che è stato scritto da una donna in un’epoca storica abbastanza buia e turbolenta, è corredato da continui riferimenti alle Sacre Scritture, aneddoti, citazioni di poesie di Prudenzio, richiami a sant’Agostino, Gregorio Magno e alla Regola di san Benedetto, nonché da espressioni tratte dal greco e dall’ebraico.
La nobildonna, che in una società estremamente patriarcale come quella franca si rivolge al figlio nella veste di una brava madre di famiglia ben consapevole del proprio ruolo di educatrice, esorta spesso il ragazzo a leggere e a pregare.
«Anche se tu o figlio sei sommerso da impegni terreni… ti prego di leggere sovente questo mio libretto e… anche se i tuoi volumi sono molti ti chiedo di non dimenticarlo. Vi troverai quel che desideri sapere e anche uno specchio nel quale scorgere al di là di ogni dubbio lo stato di salute della tua anima, al fine di essere gradito non solo a questo mondo ma anche e soprattutto a “Colui che ti creò dal fango”… Poiché la recitazione dei Salmi ha tali e tanti poteri, figlio Guglielmo, ti esorto a recitarli costantemente, per te stesso, per tuo padre, per tutti i vivi, per quelle persone che sono state amorevolmente al tuo fianco, per tutti i fedeli che sono morti, e per quelli la cui commemorazione è scritta qui o chi vi viene aggiunto. E non esitare a recitare i Salmi per il rimedio della mia anima, così che quando il mio ultimo giorno e la fine della mia vita verranno potrei essere trovata degna di essere risuscitata in cielo alla destra del Padre con la buona gente le cui azioni sono state degne, e non a sinistra con gli empi. Ritorna frequentemente a questo piccolo libro. Addio, nobile ragazzo, e sii sempre forte in Cristo».
Sono le ultime parole rivolte al figlio che non vedrà mai fino alla fine dei suoi giorni (muore forse nello stesso anno 843 o poco dopo, lontana dal toccare la soglia del mezzo secolo). Per aiutare la memoria a ricordare i precetti essenziali, Dhuoda ricorre a un’aritmetica simbolica (materia fondamentale di studio nelle scuole carolinge del tempo prima dell’introduzione delle cifre arabe) e la sviluppa fino a trarne un elementare trattato di computo. Con ciò dimostra di conoscere bene calcoli ed esercizi matematici complessi intrecciati a riferimenti allegorici. Carlomagno, appassionato di matematica e di astronomia, aveva ordinato che il computus fosse insegnato in tutte le scuole episcopali e monastiche, ma Dhuoda lo apprende tra le mura della sua nobile dimora.
L’epitaffio da lei scritto è un invito a riflettere, oltre che il testamento spirituale di una delle donne più insigni dell’Alto Medioevo.

Epitaffio del manuale di Dhuoda

«Trova, lettore, i versi del mio epitaffio:
Formato da terra, in questa tomba
Giace il corpo terreno di Dhuoda.
Grande re, ricevila.
La terra circostante ha ricevuto nelle sue profondità
La debole sporcizia di cui è stata creata.
Gentile re, concedile il tuo favore.
L’oscurità della tomba, bagnata dal suo dolore,
È tutto ciò che le resta.
Tu, re, assolvila dai suoi fallimenti.
Tu, uomo o donna, vecchio o giovane, che cammini avanti e indietro in questo posto
Ti chiedo, di’ questo:
Santissimo, grandissimo, liberala dalle catene.
Costretta nella nera tomba dalla morte amara,
Chiusa, ha finito la sua vita nella sporcizia della terra.
Tu, re, liberala dai suoi peccati
In modo che il serpente oscuro
Non porti via la sua anima. Di’ in preghiera:
Dio misericordioso, vieni in suo aiuto.
Non lasciare che nessuno se ne vada senza leggere questo.
Io ti supplico per tutto ciò che pregano, dicendo:
Dalle pace, gentile padre,
E, misericordioso, ordina che almeno si arricchisca
Con i tuoi santi della tua luce perpetua.
Lascia che riceva il tuo amen dopo la sua morte».

*** 

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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