Editoriale. L’anno del virus incoronato dà le consegne

Carissime lettrici e carissimi lettori,

dobbiamo iniziare con un atto di speranza questo 2021, cominciando dall’ormai praticamente finito 2020. “Twenty-twenty”: qualcuno aveva scritto che suonava bene la sua pronuncia in inglese, seppure indicasse un anno bisestile, notoriamente inviso a chi crede ai malefici legati alla sua eccezionalità, per quanto periodica.
In effetti di guai questo anno bisestile ne ha portati tanti fin dai suoi primi mesi, anzi, in sordina, anche qualche manciata di giorni prima. Ci ha fatto vedere, come suona il detto, “la morte in faccia”: una tragedia piena zeppa di vittime e di malattia. Ci sono giunte immagini orribili, amplificate e più dettagliate rispetto a quelle arrivate nei tempi passati, quando il mondo era inorridito da altre malattie con diversi nomi, ma con lo stesso orrore.

Un tempo, per altre epidemie, alla loro conclusione le chiese erano spesso dedicate alla Madonna, ma anche a santi e sante ai/alle quali il popolo si era rivolto per la salvezza. Così a Palermo troviamo la chiesa di Santa Venera sulle mura della pace (una parte di queste mura si vede oggi da via Filangieri) sorta per ringraziare la Santa, che divenne una delle protettrici della città in ringraziamento per la liberazione dalla peste del 1493. Evidente lo scopo dell’intitolazione a Santa Maria della Peste a Viterbo per la guarigione cittadina del 1494. Così come la cappella della Madonna delle Grazie nel duomo di Chieri, vicino a Torino, è il voto realizzato per la fine del contagio del 1630. Significativa, nel cuore di Napoli, la Guglia di San Domenico Maggiore, splendida chiesa dei domenicani collocata proprio di fronte, che ricorda il passato pericolo legato all’epidemia del 1656 quando la città , con i suoi 450.000 abitanti, pianse ben 240 morti (600.000 nell’intero territorio campano): la Guglia, alta 26 metri, si dice sia visitata dai fantasmi: quelli di Maria D’Avalos (morta di violenza nel 1590) e del Principe  Raimondo di Sangro, legato alla famosa cappella San Severo in cui si trova lo splendido Cristo Velato di Giuseppe Sammartino.
Fondamentale e irrinunciabile a nominarla su tutte è la Basilica di Santa Maria della Salute con la Madonna venerata tutt’oggi dai veneziani e chiamata confidenzialmente La Salute. Commissionata dal Senato veneziano con delibera solenne del 22 ottobre 1630 è la testimonianza della supplica accolta dalla Madonna dagli abitanti della Serenissima falciati dalla peste (46.000 morti su 140.00 abitanti). L’affezione alla chiesa è grande. Ben situata nel Sestiere di Dorsoduro, l’imponenza del suo blocco è visibile dal Canal Grande come dalla Giudecca. Ogni 21 novembre i veneziani festeggiano la loro Madonna traversando il canale con il classico ponte di barche. La statua della vergine svetta in alto con in mano, unico esempio, il bastone della Capitana del mar.
Anche Torino ha pregato e invocato la Madonna tra epidemie di peste e colera e lo ha fatto sempre al Santuario di Santa Maria della consolazione, ma anche in questo caso i torinesi l’appellano semplicemente come la Consolata e se ci andate non dimenticate che davanti alla chiesa si trova il più antico e buono Bicerin della città, oltre a cioccolato e caramelle deliziose. Qui venivano in supplica i cittadini straziati dal via vai di malati, trasportati dagli addetti alla vicina Confraternita della Misericordia (peste del 1420 e colera del 1835).
A Roma, a San Marcello al Corso, a un passo da piazza Venezia, c’è un crocifisso che dicono sia miracoloso; i romani si sono affidati sempre a questa icona, proprio come, nella prima fase dell’infezione da Coronavirus, abbiamo visto Papa Francesco andare lì in preghiera ecumenica, senza barriere di credo, in un incontro in solitudine.

Oggi, a differenza dello scenario che poteva esserci ai tempi di Boccaccio o nel secolo XVII raccontato anche dal Manzoni, la pandemia è più veloce e più immediatamente espansa, come le notizie e le immagini legate a questa e alle sue vittime. Ecco perché bisogna avere coscienza della necessità di un passaggio a uno sguardo femminile che potrebbe salvare il mondo ormai globalizzato secondo una mentalità diretta al maschile.
Il virus protagonista assoluto di questo 2020 è stato chiamato per la sua forma, con un sinistro legame alla regalità, Coronavirus, oppure Covid-19. Sicuramente è apparso come l’incontrastata star di quest’anno che ci stiamo lasciando alle spalle, anche se qualcuno dice si sia manifestato a dicembre o novembre del 2019 o persino a settembre. Ufficialmente tutto è cominciato tra fine febbraio e i primi giorni di marzo: tutti e tutte chiusi/e in casa, scuole chiuse, serrata quasi totale dei negozi, eccetto i supermercati. Luoghi della cultura bloccati: niente spettacoli, biblioteche comprese. Tutto pian piano consultabile on line. Come on line sono passate lezioni scolastiche (la famosa Dad, didattica a distanza praticamente inventata ad hoc), lezioni ed esami universitari e anche discussioni delle tesi di laurea. Una democraticizzazione del male.

I media fino all’estate hanno parlato solo del virus. Sembrava non ci fossero più furti o atti delinquenziali. Sembrava si fossero fermate le mani di quei maschi che sapevano colpire, soprattutto a morte, le loro compagne di vita posseduta e non amata. Hanno aggiunto alla mattanza anche i figli e le figlie avuti/e da loro, una tragedia greca a genere inverso, ma alla fine ancora più perversa. Invece quelle morti e quelle violenze in scena tra le mura domestiche sono aumentate a dismisura senza i riflettori delle cronache e segnano quasi il numero cento di morte ammazzate dall’inizio di questo anno del virus. Sono aumentati tanto anche gli appelli di aiuto al numero istituito per contrastare la violenza contro le donne: con il tutti /e a casa sono saliti del settanta per cento, questo solo confrontando i due mesi di marzo e aprile con quelli dell’anno precedente. Ma tutto ciò lo abbiamo saputo dopo, quando incoscientemente liberi/e tutti/e, per invogliarci a spendere, ci siamo dimenticati/e che eravamo a rischio di ammalarci di nuovo e abbiamo riempito spiagge, bar, discoteche, senza pensare ad altro che a questa nuova riabilitazione. Semmai il dubbio era se aprire o tenere chiuse le scuole una volta arrivato settembre, ma non si è pensato in maniera sistematica alla gestione dei trasporti che, come tali, sono necessari a portare chi studia e lavora nei luoghi di destinazione.

Quest’anno abbiamo imparato, in massa, parole nuove o fino ad ora non usuali, a volte cariche di un significato diverso. Tra queste sicuramente il termine mascherina. In effetti sarebbe il diminutivo di maschera, legata al carnevale e che copriva sì una parte del volto, ma lasciava libera proprio la bocca. Ne segue un significato metaforico per indicare una bella ragazza/donna o una persona che si riconosce nonostante il suo intento di nascondersi («Ti conosco mascherina»). Oggi la mascherina, arrivata in questa pandemia come quella chirurgica e usata abitualmente dal personale medico, è ormai cucita nei colori, stoffe e disegni che desideriamo, industrialmente così come a casa e persino nelle sartorie più esclusive, una per tutte quella di Marinella, celebre sarto napoletano: ne ha cucite tante con le stoffe delle sue famose cravatte che sono state al collo di uomini importanti, anche dei più potenti del pianeta.

Abbiamo conosciuto il termine lockdown nella traduzione dall’inglese con confinamento. Éarrivato anche lo smart working, in effetti già sperimentato e spesso sponsorizzato, senza grandi risultati, per limitare il traffico verso e di ritorno dal lavoro. Durante il periodo dell’«io sto a casa», lo smart working, il lavoro intelligente o del lavorare in modo intelligente, è dilagato e praticamente non ha smesso di esistere in tantissime case. Il legame con il domestico, si sa, ancor oggi, rimanda sempre alle donne, e proprio le donne hanno subito, penalizzate, gli ingranaggi di questo che, fuori dall’ossessione del Covid-19, sembrava una salvezza. Invece ne sono state fagocitate e travolte da orari di lavoro dilatati, impegni casalinghi e cure materne (quante volte io stessa ho sentito bambini reclamanti attenzione mentre chiedevo chiarimenti riguardo al telefono o su una pratica!).
Quest’anno il virus ci ha obbligati a celebrare in sordina i cinquecento anni di Raffaello Sanzio, il pittore di Urbino, ma anche il ritrattista di tanti Papi. Come abbiamo ascoltato solo in privato le musiche del grande europeo Ludwig van Beethoven, del quale ricorrevano i duecentocinquanta anni della nascita. Persino la Prima della Scala milanese (stabilita per il 7 dicembre, S. Ambrogio, patrono della città) è andata in streaming, altro termine ormai assunto alla quotidianità.

Praticamente assenti, almeno da come poteva essere in tempi normali, dal vivo, il ricordo di due grandi del cinema italiano: Federico Fellini e Alberto Sordi, classe 1920.
Ci è mancato girare per i padiglioni del Salone internazionale del libro di Torino e di Più libri più liberi alla Nuvola di Roma (tutti andati online). Come ci è dispiaciuto non assistere alla vivacità di tanti premi, primo fra tutti lo Strega che abbiamo seguito per la prima volta solitario in tivù senza la classica cena, gli artisti, i simpatizzanti. Così tanti altri premi di arte (non si è aperta ancora la Biennale di Architettura di Venezia, dopo più rinvii), di cinema e di letteratura. Tra i tanti, durante il rimandato Salone internazionale del libro andato in streaming con il nome di Vita Nova, c’è stata la premiazione, anche in questo caso in ritardo, di un concorso, LinguaMadre, ideato da una donna, la giornalista Daniela Finocchi, e rivolto esclusivamente a donne (soprattutto straniere, ma anche italiane) che parlano, ormai da 15 anni, di sé stesse o di altre donne con racconti, ma anche con scatti fotografici. 

Nel 2020 dovevano partire le Olimpiadi per le quali era stata scelta Tokyo. Né si è avviato il campionato mondiale di calcio, eventi attesissimi con le città già pronte ad accogliere atleti e pubblico.
Poi di Covid-19 è morto lo scrittore Luis Sepulveda e abbiamo sentito la poesia un po’ volare via con lui. Ma è stato anche l’anno che ci ha privato della musica, e della saggezza, di Ezio Bosso e di Ennio Morricone. Il teatro, e non solo, ha pianto Franca Valeri che aveva appena compiuto, alla fine di luglio, 100 anni, e poi Gigi Proietti. A pochi giorni dall’inizio dell’anno (il 20 dicembre) ci aveva inaspettatamente lasciato Ida Bassignano, regista e autrice radiofonica di classe. Il cinema ha perso Kirk Douglas, una vera icona, Lucia Bosé, forse uccisa dal Covid, e Michel Piccoli. La filosofia, la politica e il giornalismo sono stati privati della voce di Emanuele Severino, Giulio Giorello, Rossana Rossanda e Giampaolo Pansa. Per l’arte ci manca l’estroso Christo che ha incartato le mura di Roma e fatto passerelle sul lago, ma anche la simpatia e la cultura del critico Philippe Daverio. Per lo sport abbiamo perso Kobe Bryant e due calciatori magici: Diego Maradona e Paolo Rossi. Abbiamo assistito allo sgombero all’alba di un giorno tardo autunnale, del romano Cinema Palazzo con una storia bellissima di teatro popolare (hanno iniziato lì Totò e Aldo Fabrizi) che era stato occupato da un gruppo di giovani sostenuti da artisti, per evitare la realizzazione di una sala Bingo, diventando di nuovo un punto di riferimento nel quartiere non facile di San Lorenzo.

Ma una bella speranza di vita ce lo dona questo numero di Vitaminevaganti che chiude con l’anno in corso rincorrendo già da oggi il prossimo primo arrivo nel 2021! Ci sono articoli interessanti e intensi. Dalla storia immensamente avvincente di Ipazia, alla seconda puntata sulla fantascienza di Moore, tante le donne nell’arte al tempo del Covid e un articolo sui diritti delle donne in questo XXI secolo. Leggeremo dell’artista di strada Lady Pink e di Dhouda. Vedremo e immagineremo ancora gli sguardi femminili del festival dedicato alle donne. Incontreremo Iole, l’offuscata sorella di Elio Vittorini e gireremo ancora insaziabili le strade delle donne a Brescia. Ritorneremo con un occhio più attento alla realtà storica alla storia di Norma Cossetto, che ha subito una morte brutta, ma ha avuto l’oltraggio, secondo noi, di essere nella sua uccisione strumento di una manipolazione politica. La Tesi ci giunge dall’università di Catania ed è svolta sul Linguaggio sessuato e sessista del vivacissimo mercato Ballarò di Palermo. Finisce, come finisce quest’anno per cominciarne un altro in bellezza, con l’affascinante storia delle bollicine con le quali celebriamo ogni nostro evento gioioso e con la ricetta piena di benauguranti chicchi d’uva!

Il bene che è necessario augurare a fine anno, e a maggior ragione di questo che abbiamo vissuto, va collegato all’amore che dona la vita. Io l’ho fatto per voi con il più classico dei modi e dei poeti, da lontano, dalla Roma antica: “Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo, / e ogni mormorio perfido dei vecchi/ valga per noi la più vile moneta. / Il giorno può morire e poi risorgere, /ma quando muore il nostro breve giorno, / una notte infinita dormiremo. /Tu dammi mille baci, e quindi cento, /poi dammene altri mille, e quindi cento, /quindi mille continui, e quindi cento. / E quando poi saranno mille e mille, / nasconderemo il loro vero numero, / che non getti il malocchio l’invidioso / per un numero di baci così alto” (Gaio Valerio Catullo, Carme 5).

Buon anno di cuore e buona lettura a tutte e a tutti.

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